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    Home » Non categorizzato » Panama Papers: chi ha legalizzato i paradisi fiscali, in Europa e nel mondo

    Panama Papers: chi ha legalizzato i paradisi fiscali, in Europa e nel mondo

    [di Riccardo Petrella] I veri colpevoli dell’evasione fiscale sono e restano le centinaia di governi e di parlamenti che nel corso degli anni hanno approvato leggi e regolamenti per legalizzare i paradisi fiscali.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    22 Aprile 2016
    in Non categorizzato

    di Riccardo Petrella

    Una volta che l’indignazione e la collera si saranno calmate, la cronaca sarà dominata dai processi (eventuali) contro i personaggi famosi coinvolti (politici, del business, dello sport, del cinema, ecc.). Molti degli accusati riusciranno a dimostrare, grazie a consiglieri ed avvocati, che hanno i soldi puliti. I Panama Papers diffusi riguardano 11,5 milioni di dossier di evasione fiscale menzionati nei documenti trafugati della società panamense Mossack Fonseca, specializzata nella creazione di società offshore e relativi a più di 214.000 società create tra il 1977 ed il 2015. Mossack Fonseca è una delle società fra le più importanti del settore (quarta mondiale), non la sola. Nessuno sa con precisione quante società offshore sono state create in totale negli ultimi cinquant’anni. Ci vorranno decenni prima che tutti gli evasori fiscali nascosti dietro i nomi fittizi delle società offshore siano identificati, accusati, processati.

    I veri colpevoli sono e restano le centinaia di governi e di parlamenti che nel corso degli anni hanno approvato leggi e regolamenti per legalizzare i paradisi fiscali, luoghi le cui giurisdizioni hanno permesso a chiunque d’installarsi legalmente nel loro ambito senza avere l’obbligo di dichiarare il loro reddito e quindi di pagare le tasse sul reddito. Il vero scandalo è che i legislatori del mondo abbiano potuto legalizzare l’illegale. Come si fa a condannare e punire i legislatori ed i governi , la cui immunità è garantita dal concetto di “responsabilità collettiva”?

    Ricordate cosa rispose nel settembre 2014 al Parlamento europeo Jean-Claude Juncker, il candidato alla nomina a presidente della Commissione europea, proposto dal gruppo politico più forte del Parlamento europeo, il PPE, con l’accordo del secondo gruppo politico più importante, i S&D? Fu accusato di aver firmato, allorché era primo ministro del piccolo Stato del Lussemburgo (pubblicamente riconosciuto come uno dei paradisi fiscali maggiori al mondo) un accordo segreto con 341 imprese che avrebbero pagato meno dell’1% di tasse nel Lussemburgo. Centinaia di milioni di euro sottratti al fisco europeo. Non negò i fatti, disse che si trattava di una pratica seguita da tutti gli Stati e che quindi era una pratica lecita ammessa da tutti.

    I paradisi fiscali convengono a tutti i detentori di capitali , soprattutto privati, compresi i piccoli risparmiatori (attraverso le banche cui hanno affidato i loro soldi). Dai Panama Papers emerge che la sola Unicredit ha creato più di 800 società offshore. Gli Stati, dal canto loro, da almeno trent’anni, fanno a gara per diminuire le tasse alle imprese. Cosa c’è di meglio per uno Stato che diventare un paradiso fiscale ? Gli Stati affermano che la riduzione delle tasse sulle imprese è benefica per la competitività internazionale (sui prezzi) delle loro imprese e quindi per l’economia nazionale. La competitività delle imprese multinazionali che non pagano le tasse fa approfittare unicamente i loro azionisti. Le briciole vanno alla gente comune.

    La priorità è l’eliminazione della legalità dei paradisi fiscali (e del segreto bancario). I governi ed i parlamenti che oggi si scandalizzano devono dichiarare illegali tutti i paradisi fiscali senza ricorrere all’alibi secondo il quale ogni Stato non può agire da solo (falso) e che occorre giungere ad un accordo internazionale tra tutti gli Stati coinvolti (puro sotterfugio per non agire).

    Le iniziative prese dall’OCSE nel 2014 in materia di regolazione dei paradisi fiscali (mi riferisco alla TIEA – Tax Information Exchange Agreement), in linea con il FATCA degli USA (Foreign Account Tax Compliance Act) sono solo dei tentativi cosmetici di purificare la legalizzazione dell’illegale, centrati su maggiori informazioni fornite ai poteri pubblici da parte delle società offshore e lo scambio di dette informazioni tra i paesi. Secondo queste iniziative non ci sono più paradisi fiscali ma soggetti che hanno sottoscritto il TIEA (quasi tutti i famosi paradisi fiscali della blacklist in circolazione da anni l’hanno fatto) e quelli che non hanno sottoscritto (sono rimasti una piccola decina tra cui Panama).

    Con i tempi che corrono la lotta sarà sempre più dura e non sarà facile, per esempio, lanciare una mobilitazione mondiale di lungo corso per l’eliminazione dei paradisi fiscali. Eppure, occorre bombardare di e-mail i rappresentanti eletti, fare costante pressione sui parlamenti in maniera capillare, organizzare manifestazioni, ecc. Perché, se non si eliminano ora i paradisi fiscali, quando?

    Pubblicato sul manifesto il 20 aprile 2016. 

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