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    Home » Non categorizzato » Per i leader europei, una lezione dagli USA

    Per i leader europei, una lezione dagli USA

    [di Martino Mazzonis] La piattaforma dei Democratici prevede l’introduzione di un salario minimo a 15 dollari, l’allargamento di Medicare e una riforma dell’immigrazione che legalizzi i milioni senza documenti.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    15 Luglio 2016
    in Non categorizzato

    di Martino Mazzonis 

    I leader socialdemocratici europei dovrebbero leggere la piattaforma del partito democratico che verrà votata tra due settimane alla convention. Intendiamoci, come i programmi elettorali (anzi meno), la piattaforma non è un documento vincolante, non cambia il mondo e tanto meno vincola il presidente, che di piattaforma ha la sua. Ciò detto, per il partito di Obama, Clinton e Sanders si tratta di un balzo in avanti. O meglio, della registrazione che su molte questioni la società americana che vota il partito è migliore dei suoi eletti e dei compromessi che questi raggiungono con le lobby e – in passato – con i repubblicani.

    Intendiamoci di nuovo, il modello democratico USA è un modello di compromessi: i pesi e contropesi costituzionali li rendono inevitabili a meno di non avere una forza politica immane. Ma quando questa si usa troppo e con troppa lena, gli elettori tendono a togliertela. Un segno degli equilibri costituzionali è l’incapacità di Obama di fare alcune cose annunciate in questi ultimi mesi: senza il Congresso non si legifera. E senza leggi, gli executive orders, i decreti presidenziali, rischiano sempre di essere bloccati dalla Corte Suprema o da corti federali.

    Ma torniamo a Sanders e Clinton. Nella piattaforma Dem ci sono: il salario minimo orario a 15 dollari, la menzione del fatto che «gli studenti non si dovrebbero indebitare per pagarsi gli studi e le famiglie che lavorano non debbono dover pagare». Non è l’università gratuita scandinava che chiedeva Sanders, ma è un’indicazione positiva nel paese dove migliaia di studenti pagheranno il loro debito universitario per sempre. Una direzione simile si segnala per quel che riguarda la sanità: allargamento di Medicare – l’assicurazione gratuita per gli anziani – e fondi ai centri comunitari che forniscono cure a basso costo o gratuitamente. Non c’è l’assicurazione pubblica, ma c’è un passo verso la stabilizzazione e miglioramento del sistema messo in piedi da Obama – questo mese gli assicurati hanno raggiunto un massimo storico mentre in questi anni i debiti da spese mediche sono scesi molto. Poi c’è la legalizzazione della marijuana, la necessità di una riforma dell’immigrazione che legalizzi i milioni senza documenti (questa è farina del sacco di Clinton, perché i voti delle minoranza li ha presi lei) e il richiamo a ripensare l’abolizione del Glass-Steagall Act, la legge che separava le banche d’affari da quelle di investimento, distinzione abolita da Bill Clinton nei rutilanti anni ’90, e che è stata una delle cause del disastro finanziario del 2008.

    Solo sul TTIP, il trattato di commercio in via di negoziazione con l’Europa, c’è timidezza. Ma una delle ragioni, dicono le cronache relative alla negoziazione tra le campagne e in platea tra i delegati, è che la piattaforma democratica non si può schierare apertamente contro un’idea proposta dal presidente. Sul commercio internazionale c’è una frase critica che chiede migliori trattati. E la consapevolezza che quello potrebbe diventare un tema scivoloso in alcuni Stati in bilico tra quelli dove i lavoratori bianchi sono tentati dalla retorica di Donald Trump. E “the Donald” si è schierato contro tutti i trattati, evocando gli anni d’oro dell’isolazionismo. Lasciare a lui quel terreno ed essere il partito della globalizzazione che porta via il lavoro è rischioso. Per questo Hillary ha detto che lei avrebbe votato contro il TTP (l’equivalente del TTIP ma con il Pacifico) ed è stata critica sul trattato commerciale con l’Europa. Tutti, già in campagna elettorale, avevano parlato di un approccio nuovo al sistema penale e all’uso del carcere nelle politiche antidroga. Si tratta di un tema cruciale per la comunità nera, che finisce in carcere molto facilmente per reati minori e non violenti e poi ci resta più a lungo del dovuto. Dallas e le morti in diretta hanno riportato la questione della polizia, del sistema penale e giudiziario che discrimina al centro.

    Che cos’è la scelta di Clinton? Una svolta? Il disperato bisogno di imbarcare Bernie Sanders. Che altro? Il bisogno di imbarcare Bernie non sembrava più una priorità: i sondaggi dicono che l’80% dei sostenitori del senatore del Vermont voteranno Clinton: Trump fa più paura e gli avanzamenti di questi anni, anche a livello statale, sono il frutto dell’avere un democratico alla Casa Bianca – anche se non è lui a cambiare le cose, facilita, media, impone l’agenda politica. Clinton non è nemmeno troppo di sinistra – sebbene la sua storia dica che lo sia più del marito. Il tema è la società americana: più divisa che in passato, con una destra più agguerrita e ideologica, ma minoritaria come non mai. Ci sono alcune questioni che hanno sfondato gli argini e altre che, grazie alla crisi e alla presa d’atto di vivere in una società di meno opportunità e diseguaglianze crescenti – Terza Via, che fine hai fatto? – hanno fatto capolino. Persino l’elettorato repubblicano ritiene che la ricchezza nelle mani di alcuni sia troppa. E così, Hillary, spinta da Sanders e dai suoi, ma anche per scelta consapevole di dover prendere le distanze da se stessa e dall’idea che la sua presidenza sarebbe una Bill 3.0 ha scelto una piattaforma progressista. È un bene per l’America. Sarebbe bello se l’Europa (e l’Italia) che per 50 anni hanno seguito e anche criticato quanto avveniva Oltreoceano, almeno ascoltassero un po’ quel che dice la moderata sinistra nordamericana (Canada compreso).

    Pubblicato su Sbilanciamoci! il 13 luglio 2016. 

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