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    Home » Non categorizzato » Lo Stato-nazione e il welfare state sono morti? Una critica a Varoufakis

    Lo Stato-nazione e il welfare state sono morti? Una critica a Varoufakis

    [di Vicente Navarro] Il problema non è la perdita di potere degli Stati, ma il dominio del capitale finanziario all’interno delle istituzioni europee.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    5 Agosto 2016
    in Non categorizzato

    di Vicente Navarro 

    Leggo sempre con molto interesse gli scritti di Yanis Varoufakis, e mi trovo solitamente d’accordo, particolarmente con le sue critiche alla troika (il Fondo monetario internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea) e all’Eurogruppo (i ministri dell’economia e delle finanze dell’Unione europea). Approvo anche il suo appello per la creazione di un’una ampia mobilitazione europea per democratizzare le istituzioni che governano l’UE, anche se non ne condivido la modalità proposta.

    Varoufakis crede (sbagliando, secondo me) che il potere degli Stati-nazione nell’UE sia praticamente scomparso. Che non contano più. Basandosi sull’esperienza greca, quando ha rappresentato il governo SYRIZA nei negoziati con la troika, egli è giunto alla conclusione che gli Stati-nazione non hanno più alcun potere. Secondo Varoufakis, governi e parlamenti nazionali sono stati tramutati in mere cinghie di trasmissione di quanto viene deciso dalla troika e dalle istituzioni ad essa associate. Egli scrive in un recente articolo che «i governi europei si limitano a trasmettere ai parlamenti nazionali ciò che viene deciso a livello europeo (Commissione europea o Consiglio europeo) e i parlamenti si limitano ad approvare le istruzioni che ricevono da tali istituzioni».

    Ci sono delle alternative

    Che parlamenti e governi nazionali siano seriamente vincolati da tali istituzioni è evidente. Ma è un’esagerazione affermare che non hanno più alcun potere. Ed è sbagliato sostenere che governi e parlamenti nazionali non avevano altra scelta che applicare le politiche di austerità (tagli al welfare, ecc.). Per esempio, il governo socialista guidato da Zapatero, in Spagna, per ridurre il deficit aveva due opzioni: tagliare la spesa pubblica o aumentare le tasse. Zapatero ha scelto la prima via per evitare la seconda. Ha tagliato le pensioni pubbliche per ottenere 1.200 milioni di euro quando avrebbe potuto ottenerne di più (2.000 milioni di euro) modificando le tasse sugli immobili. Lo stesso discorso vale per Rajoy del Partito Popolare: ha tagliato 6.000 milioni di euro del servizio sanitario nazionale, mentre avrebbe potuto ottenere quasi lo stesso ammontare dall’annullamento dei tagli delle tasse sulle imprese. I parlamenti hanno ancora del potere, incluso il potere di mettere in discussione le politiche di austerità. Il governo portoghese ha fermato l’imposizione, da parte della Commissione europea, delle politiche di austerità.

    I cambiamenti nell’UE dovranno comprendere, oltre all’ampia mobilitazione europea che promuove Varoufakis, anche risposte da parte di coalizioni di Stati-nazione contro le politiche imposte dalle istituzioni che governano l’eurozona. È un errore accettare la giustificazione che liberali, conservatori, e molti governi socialdemocratici danno quando realizzano tagli impopolari alla spesa pubblica e sociale, ossia che non ci sono alternative. Le alternative esistono, ma si rifiutano di ammetterlo. In realtà, molti di questi governi (specialmente liberali e conservatori) stanno perseguendo, mediante politiche impopolari, quello che hanno sempre voluto: ridurre il potere dei lavoratori e smantellare lo stato sociale. Ciò che vediamo è un’alleanza fra i ceti economici e finanziari dominanti di ciascun paese, che sostengono politiche “imposte” dalla troika e dall’establishment della UE perché altrimenti queste non verrebbero mai approvate dai rispettivi parlamenti. Adoperano le istituzioni europee, che mancano di ogni credibilità democratica, per ottenere ciò che hanno sempre voluto, e si giustificano dicendo: non ci sono alternative. Ma ovviamente le alternative ci sono.

    Varoufakis e la sua proposta per un reddito di cittadinanza 

    Il secondo punto di maggior dissenso riguarda l’abbandono, da parte di Varoufakis, del welfare state, invocando al suo posto un reddito di cittadinanza. In questa conferenza, Varoufakis riassume il suo punto di vista sullo stato attuale del capitalismo e sul perché l’istituzione del reddito universale di base (detto anche di cittadinanza) dovrebbe essere al centro di una strategia che risolva i maggiori problemi creati dal capitalismo. Comincia in modo piuttosto provocatorio (uno stile che pare piacergli, dato che lo usa frequentemente) dicendo che «la socialdemocrazia (inclusa la sua versione americana, il New Deal) e le sue politiche sono morte, sono finite e non possono essere rianimate». Poi aggiunge che «anche l’istituzione del welfare state (l’erogazione pubblica di trasferimenti e servizi quali cure mediche, istruzione, servizi sociali e così via) è finita». Il motivo? Il suo finanziamento non è sostenibile perché le risorse per pagarlo vengono dalle tasse correnti, che diminuiranno a causa della riduzione del numero dei lavoratori e a causa del calo dei salari. Varoufakis attribuisce questo calo ai rivoluzionari cambiamenti tecnologici in corso, aggiungendo la sua voce al numero crescente di autori che ritengono che la rivoluzione digitale ed elettronica produrrà un futuro senza posti di lavoro.

    Un altro punto del suo discorso riguarda il fatto che la finanziarizzazione dell’economia (l’espansione del settore finanziario a danno dell’economia produttiva) si somma non solo al problema del finanziamento del welfare state, ma anche alla riproduzione stessa del capitalismo. Secondo Varoufakis, le banche si sono sostituite alla manifattura (e ad altri fattori dell’economia produttiva). Questo significa che negli Stati Uniti, il centro del potere economico mondiale è passato da Detroit a Wall Street, creando un grosso problema perché la contrazione dell’economia produttiva comporta meno posti di lavoro e una contrazione dei salari, che significa meno domanda: la causa dell’attuale crisi. Dati questi presupposti, la soluzione, secondo Varoufakis, è tassare i redditi più alti e redistribuirli a tutti gli altri sotto forma di un reddito di base uguale per ogni cittadino. Il denaro darà più forza negoziale ai cittadini, che potranno impiegarla nei confronti dei datori di lavoro per ottenere migliori condizioni. Il reddito universale di base creerà domanda e consumo, stimolando l’economia fino al necessario tasso di crescita. Questi sono, credo, i punti salienti del suo discorso. Spero di averli riportati fedelmente.

    Quali sono i problemi di queste tesi? 

    Ve ne sono diversi. Uno è non aver presentato accuratamente la socialdemocrazia. Storicamente, la socialdemocrazia ha rappresentato lo sviluppo di una strategia mirata a fornire trasferimenti e servizi pubblici a ciascuno secondo i suoi bisogni, da finanziare secondo la capacità di ciascuno, definiti i bisogni e le capacità attraverso un processo democratico. Tale strategia ha portato all’istituzione e all’espansione del welfare state, basato sulla tassazione progressiva. Ciò che Varoufakis presenta come socialdemocrazia è in realtà il cristianesimo democratico. È stato quest’ultimo (istituito da Bismarck) a basare il finanziamento del welfare sulla tassazione del lavoro. Il welfare state, radicato nel sistema di previdenza sociale, era più una caratteristica della corrente conservatrice che di quella socialdemocratica. Secondo quella tradizione, i benefici non erano universali e il finanziamento non avveniva secondo la capacità di ciascuno, quanto piuttosto sul tipo di lavoro svolto da ciascuno. Questa distinzione è importante. È quest’ultimo approccio, quello conservatore della tradizione democratico-cristiana (basato, ripeto, sui contributi da lavoro), che Varoufakis chiama welfare state. Ed è quello che potrebbe trovarsi in seri problemi, perché le entrate della previdenza sociale dipendono dal livello dei salari e dei contributi. È questo il genere di welfare state che fronteggia i problemi maggiori, non quello socialdemocratico, in cui i fondi provengono dalla fiscalità generale piuttosto che dai contributi da lavoro.

    Sono i rapporti di forza fra lavoro e capitale che informano lo Stato

    Nel modello socialdemocratico, le entrate dello stato sono rapportate solo alla volontà politica su quanto tassare il capitale e quanto tassare il lavoro, e questo dipende principalmente dai rapporti di forza esistenti all’interno di ogni Stato-nazione. In paesi come quelli scandinavi, con una forte presenza dei sindacati, la percentuale di reddito nazionale che va al lavoro è più ampia di quella che va al capitale. È in paesi dove il lavoro è debole, quali quelli del Sud Europa (Spagna, Portogallo, Grecia) che la quota di reddito che va al lavoro è più bassa, mentre il reddito da capitale è maggiore. Il modo con il quale il reddito è distribuito e quanto delle entrate pubbliche vengono ottenute dalla tassazione sul lavoro e dalla tassazione sul capitale è una questione politica. Ma, fintanto che la gente appoggerà il welfare state, esso sarà finanziato. C’è abbastanza denaro nei paesi del sud per avere un welfare state sviluppato. Il problema è che lo Stato non li raccoglie, perché le forze conservatrici nei paesi del Sud Europa sono estremamente forti. Il problema nei paesi capitalisti sviluppati, in Europa come in Nord America è che il reddito da capitale è cresciuto enormemente, a scapito del reddito da lavoro. Questo è il vero problema. Il dominio del capitale (guidato dal capitale finanziario) all’interno delle istituzioni europee spiega la situazione in cui ci troviamo. Su questo si basa la mancanza di democrazia nelle istituzioni UE. E non c’entra nulla con i cambiamenti tecnologici. Quello che serve è invertire i rapporti di forza e aumentare il reddito da lavoro a spese del reddito da capitale, il che richiede anche un cambiamento nella proprietà del capitale. Spero che Varoufakis sia d’accordo.

    Che soluzioni ci sono? 

    Se il problema è questo, allora la soluzione è tassare di più il capitale, che ha beneficiato di un pasto gratis fin dal 1980. Ciò è possibile se vi è la volontà politica, a livello nazionale e a livello europeo. Il problema dell’UE è che essa è completamente soggiogata alla finanza e al capitalismo orientato alle esportazioni (incarnato dalla Germania). Il problema non è dove trovare i soldi. Sappiamo dove si trovano. Credo che Varoufakis sia d’accordo. Il nostro disaccordo non dovrebbe riguardare da dove vengono i soldi (presumo che concordiamo sul fatto che una parte dovrebbe derivare da coloro che hanno beneficiato della crisi attuale), ma dove i soldi dovrebbero andare. Secondo il modello del reddito di base, a ogni cittadino dovrebbe andare la stessa somma. Sarebbe un diritto di base per tutti. Ma perché lo stesso ammontare per ciascuno? Qual è lo scopo? Se l’obiettivo è la riduzione della povertà, si può dimostrare che la povertà può essere ridotta meglio ad un costo inferiore (come hanno fatti paesi di tradizione socialdemocratica) attraverso una serie di trasferimenti e di servizi pubblici (il welfare state). E lo stesso vale per le ineguaglianze. Se si vogliono ridurre le ineguaglianze, ciò può essere fatto meglio dando più soldi a chi ne ha meno (anziché lo stesso ammontare).

    Allora, mi sia consentito chiedere: a cosa serve il reddito universale di base? Concordo con Varoufakis che, dare soldi a coloro che non ne hanno li renderà più forti e resistenti dall’accettare lavori scadenti perché avranno le risorse per sopravvivere. Ma lo stesso obiettivo si può raggiungere tramite l’istituzione di un reddito minimo garantito, che è diverso dal reddito di base. Si può approvare una legge con la disposizione che nessuno, in un paese, riceverà meno del reddito minimo. E chi guadagna meno di quella cifra, riceverà la differenza dallo Stato. Il povero riceverebbe lo stesso ammontare, o anche più, del reddito universale di base, e sarebbe meno costoso. Ma è diverso dal dare a tutti la medesima somma. Inoltre credo che sia sbagliato, per i paesi del Sud Europa, che hanno welfare state poveri (a causa dell’enorme potere del capitale rispetto al lavoro), cercare di sostituire la spesa sociale con il reddito universale di base. La Spagna, ad esempio, ha un enorme deficit nel finanziamento dei programmi di protezione sociale. Proporre il reddito di base invece del reddito minimo è solo un modo per distrarre la gente. L’obiettivo di realizzare un programma finalizzato alla riduzione della povertà e delle ineguaglianze si può ottenere meglio seguendo i principi delle politiche pubbliche socialiste: «a ognuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità».

    Pubblicato su Social Europe il 4 agosto 2016. Traduzione di Sergio Farris rivista da Thomas Fazi. 

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