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    Home » Non categorizzato » Uscire dalla crisi partendo dalla PA

    Uscire dalla crisi partendo dalla PA

    [di Maria Luisa Bianco] Cosa accadrebbe al paese se si decidesse di assumere da ottocentomila a un milione di persone giovani e qualificate nella pubblica amministrazione?

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    5 Agosto 2016
    in Non categorizzato

    di Maria Luisa Bianco 

    Questo contributo è parte del progetto di un gruppo di studiosi delle Università del Piemonte Orientale e di Torino che da tempo sta lavorando a una proposta neokeynesiana di sviluppo. Eccone una sintesi che ne illustra anche i risvolti di genere.

    Pubblica amministrazione e sviluppo

    Un’economia non può funzionare bene senza uno Stato che funzioni bene. Poiché la ripresa del paese richiede una crescita dell’efficienza dell’amministrazione pubblica, il malfunzionamento della pubblica amministrazione costituisce l’ostacolo più rilevante al suo sviluppo. Peraltro è velleitaria qualsiasi ipotesi di modernizzazione della pubblica amministrazione che non contempli contestualmente anche un consistente aumento del personale giovane e qualificato. La proposta è che in tempi rapidi, nei servizi essenziali per il benessere della popolazione e per lo sviluppo, si assumano da ottocentomila a un milione di nuovi addetti a elevata scolarità, con contratti che tengano conto della situazione di emergenza in cui versa la nostra economia. Non si dovranno fare assunzioni “lineari”, ma dove servano, cioè dove siano massimamente utili per lo sviluppo (es. giustizia civile, istruzione, sanità, ordine pubblico, nonché, naturalmente, riassetto del territorio e valorizzazione dei beni culturali). Questa politica può essere finanziata con risorse diverse dall’aumento del debito pubblico (contrario al fiscal compact) o dalla creazione di moneta[1] (non più consentita): quindi con nuove imposte. Queste imposte devono essere tali da non ridurre la domanda interna e da non aumentare il costo del lavoro.

    Qualche cifra a sostegno 

    Contrariamente a quanto si faccia credere, i dipendenti pubblici in Italia non sono troppo numerosi, anzi sono troppo pochi. Nel 2011 (dati OECD) in Italia c’erano 3.435.000 di dipendenti pubblici (di cui 320.000 precari, tra collaboratori e partite IVA), contro i 6.217.000 della Francia e i 5.785.000 del Regno Unito, paesi con una popolazione molto simile a quella dell’Italia e un PIL non troppo superiore[2]. Anche in Spagna e negli Stati Uniti i dipendenti pubblici pro capite sono più numerosi che in Italia (rispettivamente 65,6 e 71,1 per mille abitanti, contro i 56,9 dell’Italia). Se consideriamo il solo personale amministrativo[3], per avere in Italia lo stesso numero di dipendenti pubblici pro capite della Germania bisognerebbe ricorrere a 417.000 nuove assunzioni, a fronte di uno stock attuale di 1.337.000: un incremento del 31%. E per avere lo stesso numero di impiegati amministrativi pro capite degli USA bisognerebbe assumerne addirittura 1.310.000.

    Siamo consapevoli che nelle pubbliche amministrazioni ci sono anche esuberi che devono essere eliminati: la commissione Cottarelli ne ha contati 58 mila, che pare essere un numero comunque esiguo di fronte alle estese e documentate carenze in molti settori. Al sotto-dimensionamento della pubblica amministrazione si accompagna un livello di scolarità del personale particolarmente basso: solo un milione degli addetti (30%, secondo dati ARAN 2012) è in possesso di laurea, mentre in Gran Bretagna, sono oltre 3 milioni (54%). Se si volesse adeguare il nostro settore pubblico agli standard europei si riassorbirebbe completamente la disoccupazione dei laureati. Negli altri paesi industriali il comparto pubblico rappresenta la quota maggioritaria della domanda di laureati, grazie sia alle sue dimensioni, sia all’elevata scolarità della forza lavoro che impiega.

    Quale progetto con quali risorse

    Ciò considerato, proponiamo una politica atta a innescare un circolo virtuoso keynesiano, attraverso:

    • creazione diretta da parte dello Stato di occupazione qualificata, pari a circa un milione di laureati e diplomati da inserire nei servizi maggiormente necessari per lo sviluppo del paese (sanità, sicurezza, scuola, giustizia civile, tutela del patrimonio artistico, e dell’ambiente, e altri ancora)
    • conseguente crescita del volume dei redditi da lavoro dipendente
    • crescita dei consumi
    • crescita della produzione
    • crescita dell’occupazione indotta
    • crescita del gettito fiscale
    • riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL

    Le risorse umane necessarie sono costituite dalla massa di giovani disoccupati e inoccupati a elevata scolarità. Il costo del progetto può essere stimato intorno ai 20 miliardi l’anno, da reperirsi mediante una limitata imposta patrimoniale, rigidamente di scopo, sulla ricchezza finanziaria superiore a 130 mila euro, che riguarderebbe circa metà dei nuclei familiari. L’imposta avrebbe carattere progressivo dal 2 al 6 per mille.

    Un’ipotesi conservativa sull’entità del moltiplicatore di questo progetto è che esso genererà 28 miliardi di PIL aggiuntivo in un triennio e che alla fine del periodo l’occupazione creata potrebbe essere sostenuta da risorse pubbliche ordinarie generate senza dover fare più ricorso all’imposizione fiscale straordinaria iniziale.[4]

    Disponibilità dei cittadini a pagare la patrimoniale di scopo

    È nostra convinzione, teoricamente fondata[5], che i contribuenti non sarebbero troppo maldisposti verso tale imposta, qualora fossero sicuri che il gettito vada realmente ed esclusivamente a creare posti di lavoro utili, destinati ai giovani disoccupati. In Italia vi sono 3 milioni di neet, giovani in età 18-29 anni che non studiano né lavorano, la metà dei quali abita con i genitori. Di questi 1,5 milioni di nuclei familiari con giovani neet a carico, la metà dovrebbe contribuire alla patrimoniale destinata esplicitamente a creare lavoro per i loro figli.[6] Il problema cruciale è come produrre socialmente fiducia nel fatto che le tasse di scopo erogate sarebbero davvero ed esclusivamente impiegate per risolvere la disoccupazione dei giovani.

    Effetti collaterali virtuosi su clientelismo e disuguaglianze di genere

    La politica di assunzioni straordinarie sarebbe monopolizzata da chi può sfruttare la propria posizione di potere o influenza per favorire figli, nipoti, o in generale protegé? In base a buoni argomenti teorici si può sostenere che la creazione contestuale di un così alto numero di posti di lavoro qualificati sarebbe di per sé un modo, se non per sradicare l’orientamento particolaristico, quanto meno per de-potenziarlo, rendendolo meno vantaggioso.

    Criminalità organizzata, poteri clientelari, familismo sono tanto più forti quanto più le risorse sono scarse. La mafia si oppone ferocemente allo sviluppo delle comunità che controlla proprio per impedire che la crescita delle risorse a disposizione trasformi i contesti di scelta degli attori, rendendo vantaggiose nuove logiche d’azione. Il nostro progetto creerebbe una sorta di estremo sociologico opposto, nel quale la domanda di lavoro qualificato da parte dello Stato diventa così elevata da offrire buone opportunità per tutti, anche a chi non può o si astiene dal ricorrere all’aiuto dei potenti. L’ipotesi (robusta dal punto di vista della teoria dell’azione) è che gli attori, se sono in grado di scegliere, preferiscono affidarsi ai propri meriti piuttosto che ricorrere a una raccomandazione. E anche se tale assunzione sulla natura antropologica degli attori fosse troppo ottimistica, è comunque realistico pensare che, in presenza di così grande disponibilità di posti di lavoro, il clientelismo non potrebbe danneggiare irreparabilmente i capaci “inermi”.

    E veniamo ora alle disuguaglianze di genere. In tutti i paesi industriali e progressivamente anche in quelli in via di sviluppo, si presenta un paradosso, in Italia quasi ignorato. Nel secolo scorso le donne hanno accresciuto la scolarità più velocemente degli uomini e negli anni ’70 e ’80 li hanno prima raggiunti e poi sorpassati. Il divario è continuato a crescere e oggi, ogni anno, su 100 nuovi laureati ben 60 sono donne, con un gap addirittura del 50% (dati MIUR). Inoltre, le valutazioni ottenute dalle donne all’esame dell’obbligo, alla maturità e alla laurea sono sistematicamente più elevate (dati ISTAT). In una ricerca da me realizzata nel Liceo classico di Alessandria[7] sulle votazioni all’esame di maturità, sono emersi risultati sorprendenti per la loro assoluta stabilità: in ognuno dei cento anni analizzati le studentesse si sono diplomate a un’età media inferiore e hanno ottenuto votazioni più elevate in tutte le materie, comprese matematica, fisica e scienze.

    Quando però le ex-studentesse modello abbandonano la scuola, nella quale tipicamente vige la logica “della somma variabile” (punteggi e promozioni da allocare non sono in numero fisso) ed entrano nel mondo del lavoro, dove notoriamente impera invece la logica della “somma zero”, sono immediatamente svantaggiate da meccanismi discriminatori di varia natura: impiegano più tempo nella ricerca della prima occupazione, sono maggiormente afflitte dalla precarietà, sono più facilmente disoccupate e per periodi più lunghi e, infine, hanno redditi inferiori. Alma Laurea calcola che nei primi 5 anni già cumulano uno svantaggio retributivo medio del 30%, destinato a crescere, a causa delle gravi disuguaglianze nelle successive progressioni di carriera.

    In questo quadro, la disponibilità, in tempi ristretti, di un numero massiccio di posti di lavoro altamente qualificati può mettere in moto meccanismi di attenuazione delle disuguaglianze[8]. Poiché fra i laureati le donne sono la stragrande maggioranza (60 ogni 40 uomini), la maggior parte dei nuovi posti di lavoro andrà inevitabilmente proprio a loro e, in analogia al caso del clientelismo, l’equilibrio relativo che si verrà a creare fra domanda e offerta di lavoro ridurrà l’incentivo a discriminare positivamente gli uomini, anche per il semplice fatto che non si troveranno abbastanza uomini laureati da avvantaggiare.

    Pubblicato su InGenere il 16 luglio 2016.

    Note 

    [1] Per la proposta alternativa, del tutto compatibile con la nostra, di creare grande liquidità senza contravvenire ai trattati europei, si veda: www.monetafiscale.it.

    [2] Si potrebbe pensare che il minor numero di dipendenti pubblici non implichi una minore occupazione nella produzione di servizi, ma solo che una parte di essa è fornita dal settore privato. Non è così. Se consideriamo l’occupazione totale, pubblica e privata, nei settori tipicamente pubblici, vale a dire amministrazione, sanità, istruzione e assistenza sociale troviamo che in Francia c’erano (nel 2012) 7.770.000 dipendenti, 1 ogni 8,2 abitanti, nel Regno Unito 8.741.000, uno ogni 7,3, in Germania 8.780.000, uno ogni 8, e in Italia soltanto 3.745.000, addirittura uno ogni 13. Il confronto peggiora ulteriormente rispetto a quello che tiene conto solo dei dipendenti pubblici.

    [3] Dati OECD. Per il  loro significato si veda Employment in Government in the Perspective of the Production Costs of Goods and Services in the Public Domain, p.33:  «Public administration has here a restricted sense, and primarily means  general regulatory tasks. Indeed, teachers or doctors are for instance  not included here». Il dato della Francia è del 2010. Questi dati sono importanti per il confronto perché non influenzati dal regime delle privatizzazioni (anche se i dati del Regno Unito e degli Stati Uniti suggeriscono che questo opera semmai a sfavore  dell’Italia).

    [4] Per gli approfondimenti necessari si rimanda al già citato sito www.propostaneokeynesiana.it.

    [5] In ambito filosofico e sociologico, si veda Jon Elster (1979), Ulysses and the Sirens. Sudies on Rationality and Irrationality, Cambridge University Press e, per una review della letteratura economica, Guido Ortona (2010), Punishment and Cooperation: The “Old” Theory, Polis WP, 173.

    [6] Stiamo conducendo alcune ricerche esplorative sugli atteggiamenti dei cittadini nei confronti di questi temi, tramite indagini campionarie CATI e focus groups.

    [7] La rilevazione è stata condotta nell’ambito di una tesi di laurea magistrale.

    [8] Un caso analogo dal punto di vista teorico è costituito dalla prima applicazione della riforma del reclutamento universitario, alla fine degli anni ‘90: la grande disponibilità iniziale di posti ha consentito alle donne di ridurre il gap nella percentuale di professori associati e soprattutto ordinari.

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