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    Home » Economia » Il Ttip è appeso a un filo, ma non è ancora morto

    Il Ttip è appeso a un filo, ma non è ancora morto

    L'Italia lo difende a spada tratta mentre la Francia chiede la fine dei negoziati, e anche il vice cancelliere (socialista) tedesco lo dichiara fallito, ma le loro sembrano più sortite elettorali in vista delle elezioni del prossimo anno. La Commissione in silenzio prova a salvare il salvabile

    Alfonso Bianchi</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@AlfonsoBianchi" target="_blank">@AlfonsoBianchi</a> di Alfonso Bianchi @AlfonsoBianchi
    1 Settembre 2016
    in Economia
    Ttip

    Bruxelles – I negoziati per il Ttip non hanno mai goduto di ottima salute, ma ultimamente si trovano sotto il fuoco incrociato su più ed autorevoli fronti, e in tanti parlano già della morte certa del libero scambio tra Stati Uniti ed Europa. Pochi giorni fa a decretare il “fallimento” delle trattative era stato il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel, seguito a stretto giro dal ministro del Commercio francese, Matthias Fekl, che dopo aver affermato che per il progetto “non c’è più il sostegno politico della Francia” ha annunciato che Parigi chiederà lo stop dei negoziati già al prossimo Summit previsto per il 16 settembre a Bratislava.

    Ma che tra poco più di due settimane si possa mettere la pietra tombale sull’accordo è altamente improbabile, innanzitutto perché il Vertice è informale, e non può quindi prendere una decisione del genere, ma soprattutto perché quelle di Gabriel e Fekl sembrano più dichiarazioni da campagna elettorale che veri intenti politici. Entrambi i Paesi andranno alle urne l’anno prossimo e i due, entrambi socialisti, sanno che il tema è controverso e che ha una forte opposizione popolare, soprattutto a sinistra. Per questo le dichiarazioni, soprattutto di Gabriel, perdono di forza. La Merkel non ha mai espresso la sua contrarietà e il leader della Spd può fare la voce grossa ma dovrà prima vincere le elezioni se vorrà dettare legge in Germania.

    Ma che il Ttip sia a rischio è cosa certa, e a peggiorare la situazione è stata soprattutto la vittoria della Brexit nel referendum britannico. Il Regno Unito, che ha da sempre una tendenza al libero mercato più spiccata e dei legami con gli Usa più forti, era il principale sostenitore del libero scambio transatlantico. Con l’addio di Londra si dirà addio anche al suo sponsor numero uno. L’Italia, pure senza la stessa forza, sta provando a riempire questo vuoto e il governo di Matteo Renzi sta conducendo una forte battaglia in sostegno del Ttip con il ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, che non perde occasione per ribadire la necessità di proseguire con le trattative.

    La Commissione europea dal canto suo prova a salvare il salvabile, e il presidente Jean-Claude Juncker e i suoi portavoce continuano a ribadire che il mandato per i negoziati non solo è valido, ma è stato riaffermato nel Vertice europeo di giugno, quando tutti i leader Ue avrebbero detto al lussemburghese di andare avanti. Bruxelles sta giocando, anche se con meno attenzione dei media (almeno italiani) e dell’opinione pubblica, un’altra battaglia in parallelo: quella per l’approvazione del Ceta, il libero scambio tra Ue e Canada, i cui negoziati, a differenza di quelli sul Ttip, sono già terminati e ora si attende solo l’approvazione delle istituzioni Ue e dei Parlamento nazionali perché diventi operativo. Alcuni Paesi vorrebbero affossarlo, ma sembra difficile che l’Europa rinuncia a entrambe le zone di libero mercato, soprattutto quando per una delle due (quella col Canada) si è negoziato per 5 anni: questa rinuncia, ha affermato la Commissione, sarebbe una pietra tombale sulla politica commerciale dell’Ue, che nel futuro perderebbe di credibilità nei confronti di altri possibili partner mondiali.

    Le incertezze insomma sono tante, quello che è sicuro però è che il Ttip non vedrà mai la luce, come promesso, durante la presidenza di Barack Obama. Nonostante Washington abbia ribadito più volte il suo sostegno al libero scambio, sia pronta a inviare ancora il suo negoziatore in Europa e addirittura il segretario di Stato John Kerry abbia promesso di venire a fare “campagna elettorale” per il Ttip nel vecchio continente, sarà il prossimo presidente a firmare o stracciare l’accordo, tenendo presente che anche nel Congresso Usa gli oppositori non sono pochi. Questo lo ha detto chiaramente anche il presidente francese Francois Hollande alla riunione degli ambasciatori all’Eliseo. “Meglio informare gli uni e gli altri che la Francia non può approvare un accordo preparato male, senza le basi indispensabili per raggiungere una conclusione positiva. Preferiamo guardare in faccia la realtà e non coltivare illusioni sulla possibilità di concludere un accordo prima della fine del mandato del presidente degli Stati Uniti”, ha affermato.

    Per questo chi crede che le cose possano precipitare in fretta si sbaglia, molto più probabile che si continui a negoziare sotto traccia, in attesa delle elezioni dai due lati dell’Atlantico e poi, a seconda dei risultati, riprendere le discussioni o concluderle per sempre. Il destino del Ttip insomma non è ancora scritto.

    Tags: italialibero scambioTtipueusa

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