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    Home » Editoriali » L’Ue che può rinascere a Roma

    L’Ue che può rinascere a Roma

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    27 Ottobre 2016
    in Editoriali

    A Bratislava, in settembre, si è aperta una riflessione su come rilanciare l’Unione europea. Il pretesto è stata la decisione della Gran Bretagna di lasciare il gruppo, ma in realtà il discorso era già aperto da tempo. Da questa prima riunione a ventisette ne è uscito solo quello che in questo giornale abbiamo definito un “documenticchio”. Un paio di fogli, generici, che esprimevano buone intenzioni su come implementare politiche che faticano a procedere. Ma soprattutto basati su un vecchio sistema di ragionamento, che non funziona più, secondo schemi oramai superati, su ragioni e modi dello stare insieme che hanno invece bisogno di una profonda revisione.

    Una ri-generazione è quello di cui ha bisogno questa Unione. Nel senso proprio di ripensare, rianalizzare, ritrovare scopi e modi. Non è purtroppo più tempo di aggiustamenti, di tentativi di selezione delle cose da fare nello spirito di riportare agli Stati quello che è meglio fare a livello “locale” e tenere a Bruxelles quel che funziona meglio se fatto insieme. Questo è vero, questo è un processo che va compiuto, ma è oramai banale dirlo, anche perché, in grande misura, è oramai nei fatti, gli Stati si sono ripresi o si stanno riprendendo gli spazi che ritengono di voler gestire. E questo va dalle politiche migratorie a quelle di bilancio, due settori nei quali l’Unione in sostanza si sta già adattando alla ripresa di controllo nazionale. Sulla politica migratoria ad esempio c’è un percorso di europeizzazione con il controllo delle frontiere esterne. Mentre internamente i controlli frontalieri che erano stati introdotti sono stati prolungati. E’ un esempio misto. Anche nelle aree in cui si dovrebbe ragionare a maggioranza gli stati fanno come gli pare e la commissione non riesce ad imporsi.

    Il risultato è una gran confusione ed una perdita di presa a livello europeo sulle scelte da fare.

    Detto questo bisogna fare un passo avanti, una serie di passi avanti.

    Dai cittadini viene una richiesta di maggiore “democrazia”, di maggiore rappresentanza dei loro interessi e posizioni. Che poi è, a ben vedere, la stessa richiesta che viene dai governi e dai parlamenti. Lo dicono quelli di Viesegrad sull’accoglienza dei migranti, ma lo dicono anche i valloni sul Ceta. La crisi è di rappresentanza e rappresentatività, da qui si deve partire anche per poter definire le ragioni e i vantaggi dello stare insieme.

    Partiamo dala Commissione europea. Ora non funziona quasi per niente. Jean-Claude Juncker ha lodevolmente tentato di accreditare la definizione di “Commissione politica”, non un consesso di tecnici di altissimo livello, ma di personalità esperte nella gestione della cosa pubblica che decidono autonomamente di scegliere, sempre all’interno delle regole, come far procedere l’Unione secondo gli indirizzi fissati dal Consiglio. Non può essere, purtroppo. La Commissione è oramai un consesso depotenziato, che non può prendere nessuna decisione “vera”. Spinge, tira, ma avrebbe bisogno di un ben diverso peso politico, nel ruolo e nella composizione, nella rappresentatività. E’ oggi un collegio democratico, senza dubbio: i suoi componenti sono scelti dai governi ed approvati dal parlamento europeo, ma poi, come lavora, come decide? Sotto l’influenza di alcuni grandi Paesi o di gruppi, variabili nella loro composizione a seconda dei temi.

    Dovrebbe invece la Commissione diventare un organo di maggiore ruolo, di vero peso politico. E l’unico modo per farlo, sempre nell’ottica di una democrazia europea più “riconoscibile” dai cittadini, è quello di essere sottoposta al controllo parlamentare. Di un parlamento europeo che deve poter votare una vera fiducia, scegliendo lui, e non i governi, chi dovrà esserne il presidente e, su proposta di questi, i membri (che magari potrebbero anche essere meno di ventotto, nessun esecutivo europeo ha oramai pletore di ministri).

    Il Consiglio europeo, guidato da una persona che crediamo in buona fede ma chiaramente non all’altezza del compito, non funziona. Nel parlamento europeo ieri sono venute indicazioni precise in questo senso, un po’ da tutti i gruppi politici, compreso quello dei popolari, lo stesso cui appartiene Donald Tusk. Ed è vero, è davanti agli occhi di tutti come, su molti temi, su quelli più sensibili, i Ventotto faticano a prendere posizioni e quando poi ci riescono faticano forse ancor di più ad implementarle.

    Però, diciamoci la verità, lo strumento del Consiglio è difficile da superare. I ventotto governi rappresentano democraticamente, ciascuno, i loro cittadini. E’ quando sono insieme che arriva una sorta di corto circuito, per cui la mediazione diventa confusione, difesa di posizioni nazionali in quello che non è più bilanciamento ma scambio. Non basta dire che “non ci sono più gli statisti di una volta”, ammesso che ci siano mai stati, visti i risultati che si sono prodotti. E’ che la situazione ora è molto più complessa sul piano internazionale e il consesso è molto più affollato. Era certo più semplice al tempo della Cortina di ferro essere schierati da una parte o dall’altra, ed era più semplice negoziare quando si era in sei, o dodici, ed anche molto più simili di quanto lo siamo adesso per storie, economie, situazioni sociali.

    Il Consiglio dei governi “azionisti” dell’Unione c’è e ci deve essere, ma forse il suo ruolo va superato nel senso di ridimensionato. Solo discussioni sulle grandi scelte di indirizzo ma non più soluzioni, che non è possibile trovare lì perché è sempre nel dettaglio che si scontrano gli interessi particolari.

    Il parlamento europeo per esercitare questo ruolo ha però bisogno di due caratteristiche: deve poter avere anche lui l’iniziativa legislativa e deve essere più strettamente legato ai parlamenti nazionali. La procedura decisionale di Strasburgo è slegata da un confronto con le assemblee nazionali. Qualche strumento è stato introdotto, ma è ancora poco, troppo poco sfruttato. Di fatto ora i parlamentari europei si confrontano più con i loro governi che con i loro parlamenti nazionali, con i quali invece condividono in buona parte la rappresentatività. Questo è un circuito che va attivato e reso fulcro del funzionamento dell’Unione.

    Attualmente il meccanismo decisionale dell’Unione è in larga, eccessiva parte, nelle mani dei governi, il che non è antidemocratico, ma semplicemente non funziona più. Va ricostruita una catena di trasmissione che si è allentata al punto da non esistere più.

    P.s.: Di questo, ed altro parleremo a Roma in vista del vertice del marzo prossimo nel convegno annuale di Eunews.

    Ue, futuro, dibattito, Roma 60 anni, bratislava

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