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    Home » Non categorizzato » Verso la presidenza Trump: quale impatto sull’Europa?

    Verso la presidenza Trump: quale impatto sull’Europa?

    [di Francesco Nicoli] Una cattiva notizia per le relazioni transatlantiche.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    11 Novembre 2016
    in Non categorizzato

    di Francesco Nicoli 

    Il 2016 supera ogni aspettativa: ancora una volta, dopo il referendum olandese sull’Ucraina e il voto del Regno Unito per lasciare l’Unione europea, l’impensabile è accaduto di nuovo: “the Donald” ha vinto le elezioni americane. In pochi l’avevano previsto (tra essi Michael Moore) e nessuno aveva un piano B; e sebbene sia presto per capire quale sarà la vera agenda della presidenza Trump, è opportuno studiarne già da ora le possibili conseguenze per l’UE

    1) Peggioramento delle relazioni economiche transatlantiche

    Non è un segreto che le relazioni economiche tra le due sponde dell’oceano hanno vissuto momenti migliori, e questo già prima della vitoria di Trump. Non solo il negoziato sul TTIP era stato sospeso e reinviato a data da destinarsi; la tensione stava crescendo anche sul fronte regolatorio e giuridico: prima con l’inchiesta europea sulla Apple, rispecchiata dall’inchiesta americana su Deutsche Bank, poi con una serie di misure precauzionarie prese dalla Commissione per limitare l’accesso delle istituzioni finanziarie americane ai mercati europei, azioni a loro volta rispecchiate dalla controparte americana.

    In questo scenario, le chiare posizioni anti-commerciali e anti-globalizzazione di Donald Trump non posssono che peggiorare la situazione. Non soltanto possiamo considerare il TTIP definitivamente defunto; una guerra regolatoria sul fronte commerciale e finanziario non può più essere esclusa, con misure ad hoc prese per ostacolare le operazioni delle aziende europee sul suolo americano e l’emergere, in generale, di una forte retorica contro i prodotti stranieri direttamente dai vertici del paese. Trump potrebbe perfino rilasciare un “Buy American Act 2.0”, introducendo barriere commerciali vere e proprie nonostante le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Non è chiaro fino a che punto l’Europa potrebbe contrastare il governo Trump con misure simili, essendo la Commissione europea legalmente vincolata a rispettare l’OMC. In ogni caso, l’idea di costruire attorno al TTIP il pilastro commerciale e politico della NATO, evolvendo l’alleanza translatlantica in qualcosa di più che un patto militare, è probabilmente giunto al capolinea con l’elezione di Trump.

    2) Sicurezza e difesa

    Una presidenza Trump impatterà in almeno due modi sulla sicurezza Europea. In primo luogo, Trump non ha fatto mai mistero della sua ammirazione per Putin, che ha più volte definito il miglior leader del pianeta. Subito dopo le elezioin, Putin stesso ha invitato gli Stati Uniti a rinnovare le relazioni bilaterali in nome di una nuova amicizia russo-americana. È facile assumere che una tale amicizia passerebbe, gioco forza, dall’annullamento delle sanzioni americane legate alla guerra in Ucraina, e al riconoscimento dell’annessione della Crimea. Entrambi gli sviluppi sarebbero inaccettabili per l’Europa, e tuttavia l’Unione europea, da sola, non sarebbe in grado di fermarle. Le sanzioni europee, da sole, non sono sufficientemente pesanti per mantenere un’adeguata pressione sull’economia russa; e il riconoscimento dell’annessione della Crimea aprirebbe la strada ad un riconoscimento generalizzato da parte di tutti gli Stati (ad oggi, solo la Corea del Nord e il Sudan hanno riconosciuto la Crimea come territorio russo). In altre parole, la presidenza Trump sigillerebbe la vittoria definitiva dell’aggressiva Westpolitk di Putin in Europa

    Naturalmente, questo potrebbe essere solo l’inizio. Durante la campagna elettorale Trump è stato assai schietto sulla sua opposizione alla NATO: in diverse occasioni si è rifiutato di dichiarare se, sotto una sua presidenza, gli Stati Uniti onorerebbero il trattato transatlantico accorrendo in difesa dei suoi membri sul suolo europeo in caso di aggressione russa. Anche se non si spingesse così lontano, è facile assumere che il progressivo disingaggio degli Stati Uniti dall’Europa obbligherebbe gli Stati dell’Unione ad accrescere la propria spesa in difesa e sicurezza, rinforzando la cooperazione europea in questo ambito. In questo senso, alcuni sviluppi si erano già observati subito dopo il voto britannico, e una presidenza Trump potrebbe accelerare il percorso verso una difesa europea comune. Tuttavia non è affatto chiaro se l’Europa sia in grado, senza il formidabile aresenale americano, di costruire – anche nel lungo termine- una difesa sufficientemente avanzata da detterrere credibilmente una possibile minaccia russa. E anche in quel caso, sicuramente tale obiettivo non può essere raggiunto nel breve termine; come conseguenza, un disingaggio formale degli Stati Uniti dall’Europa, anche in presenza di una contestuale accelerazione nella costruzione di una difesa europea, aprirebbe la porta ad un certo avventurismo militare da parte russa, nel tentativo di chiamare il bluff europeo in materia di difesa.

    3) Populismo e xenofobia in Europa

    Gli effetti sul populismo crescent in Europa sono, tuttavia, assai meno chiari. Il 2017 è un anno cruciale per l’Unione: tre dei maggiori paesi dell’eurozona – possibilmente quattro – andranno al voto. A marzo, l’Olanda (quinto paese dell’eurozona per popolazione) va alle elezioni politiche, in cui è attesa una forte performance del partito di estrema destra PVV e del suo leader Geert Wilders, attualmente primo nei sondaggi. A maggio e giugno, la Francia voterà per la presidenza e l’Assemblea nazionale; anche qui il Front National di Marine le Pen è stimato primo alle presidenziali, almeno al primo turno della tornata elettorale. A ottobre, la Germania rinnoverà il parlamento, e il partito xenofobo Alternative für Deutschland (AfD) dovrebbe registrare una buona performance, arrivando possibilmente terzo. Infine, l’Italia stessa potrebbe votare proprio nel 2017, nel caso in cui il “no” trionfi al referendum di dicembre e il presidente della Repubblica Mattarella sciolga le Camere. Con quattro dei cinque maggiori paesi dell’eurozona possibilmente alle urne nel 2017 e forti partiti euroscettici in ognuno di essi, il rischio di un’ondata euroscettica e xenofoba è tutt’altro che remoto. L’impatto dell’elezione di Trump, tuttavia, non è chiaro. Nel caso in cui i limiti della sua leadership emergessero presto (per esempio, con uno scandalo giudiziario – per nulla improbabile – o con decisioni particolarmente controverse) la popolazione europea potrebbe reagire contro il montante populismo, un po’ come accaduto nell’opinione pubblca nei mesi dopo il voto britannico per lasciare l’Unione. D’altro canto, i partiti euroscettici e populisti sono stati senza dubbio fortemente incoraggiati dall’elezione di Trump e potrebbero assumere posizioni ancora più estreme e aggressive, accrescendo l’intensità della loro retorica sovranista e identitaria, e polarizzando quindi ancora di più il già diviso sistema politico europeo. Una deriva fortemente euroscettica anche solo in uno dei quattro paesi succitati potrebbe essere davvero l’inizio della fine per l’Unione europea.

    4) Regno Unito ed Europa

    Infine, non è chiaro neanche quale sarà l’effetto di una presidenza Trump sul divorzio tra l’Unione europea e il Regno Unito. Come molti ricorderanno, “rinforzare la NATO invece che l’UE come vero pilastro della difesa occidentale”, e lasciarsi alle spalle il mercato unico europeo per andare verso un vero “mercato globale”, ancorato nell’OMC e nel Commonwealth, erano alcuni degli elementi più forti della campagna ufficiale per Brexit. In entrambi i casi, la logica di questi obiettivi viene ridimensionata da una presidenza Trump, se questa, come da attese, si rivelerà ostile sia alla NATO che alla globalizzazione in generale. Da questo punto di vista, l’equilibrio all’interno del governo britannico potrebbe spostarsi in favore di una “very light Brexit”, che elimini solo i legami formali con l’Unione mantenendo però una cooperazione sostanziale sia sulla difesa che sul mercato interno. D’altra parte, però, Trump potrebbe correre a sostegno di un governo britannico in difficoltà nel negoziato europeo per diverse ragioni: in primo luogo, sfaterebbe il mito di essere il campione dell’isolazionismo americano; in secondo luogo, si assicurerebbe un alleato decisivo in Europa; in terzo luogo, rinforzerebbe la percezione che la propria presidenza, al pari della Brexit, sono elementi comuni di un cambiamento via via più globale verso un’alleanza “di nazioni” (nell’accezione populistica del termine) che si sostengono tra loro nella lotta comune contro il neoliberismo. Considerato che Trump ha mostrato di non avere troppo rispeto per le promesse elettorali e per la parola data, un accordo commerciale prioritario tra Regno Unito e Stati Uniti non è affatto da escludere, accordo che sigillerebbe – almeno dal punto di vista mediatico – il trionfo della Brexit e metterebbe l’Unione europea in una posizione assai difficile da sostenere.

    Questo articolo è apparso, originariamente in inglese, sul sito www.francesconicoli.wordpress.com. A sua volta, è un riassunto di una relazione dell’autore tenuta a un seminario dell’Institute for New Economic Thinking sugli effetti globali di una presidenza Trump. 

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