Bruxelles – Per ora, non si ha che un’unica certezza. Alle 18 il presidente del governo catalano Carles Puigdemont parlerà di fronte al parlamento regionale. Tutto il resto è avvolto nel mistero. Non si sa cosa dirà né, soprattutto, cosa farà. Quando ha presentato richiesta per essere ascoltato, l’ex sindaco di Girona ha detto di voler soltanto “constatare la situazione attuale”, ma nessuno ci crede. Tutti sono convinti che proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza. Se però sarà immediata o differita, ovvero dichiarata formalmente per essere subito sospesa in modo da consentire l’avvio dei negoziati col governo centrale come nel caso sloveno, nessuno può dirlo come nessuno può dire cosa accadrà a Puigdemont poi. Possibile che sia arrestato per ribellione e sedizione ma il frontman dell’indipendetismo potrebbe anche ritirarsi, sparire dalla scena. “Sarò il traghettatore verso la Repubblica, ma non il presidente della Catalogna libera”, ha dichiarato in più di un’intervista. “Finito il mio compito lascio la politica, voglio veder crescere le mie figlie, la politica ruba la vita”.
Sembrerebbe dar credito ad una sua possibile dipartita un manifesto, sequestrato dalla Guardia Civil a casa del segretario della vicepresidenza Josep María Jové Llado durante il suo arresto, e rivelato oggi dal quotidiano spagnolo El Pais. Il documento “EnfoCATs. Rimettere a fuoco il processo di indipendenza per un risultato di successo. Proposta strategica”, prevede già un esecutivo di transizione fino al 2018 e uno fino al 2022 “che potrebbe dichiarare l’indipendenza il giorno dopo la sua costituzione o il giorno prima della sua dissoluzione”. Riferimenti venivano fatti anche alla dichiarazione unilaterale di indipendenza che avrebbe potuto generare una “reazione violenta dello Stato” ma avrebbe dovuto essere sostenuta dall’intervento della polizia regionale e da “un conflitto democratico di vasto appoggio cittadino, orientato a generare instabilità politica ed economica, che forzi lo Stato ad accettare le trattative per la separazione o un referendum forzato”. Il manifesto risale però al 2015, ovvero ad un periodo precedente alla convocazione del referendum. E se è vero che molti degli scenari che preannunciava si sono avverati, non è detto che, nel frattempo, la linea degli indipendentisti non sia cambiata.
Per ora, non si possono immaginare neanche le reazioni degli altri deputati catalani, né del governo centrale. Quest’ultimo ha più volte detto che impedirà il distacco con ogni mezzo, codice penale incluso, ma il premier Mariano Rajoy può scegliere tra diverse opzioni ovvero: sospendere l’autonomia catalana invocando l’articolo 155 della Costituzione, intervenire in maniera ancora più pesante utilizzando i poteri designati con la “Ley de Los estados de Alarma, Exception y Sitio”, dare man forte alla polizia e alla magistratura o ancora, aprire un negoziato. Cosa deciderà, si saprà solo stasera, dopo il discorso, o più probabilmente domani, quando si presenterà al Parlamento nazionale per riferire proprio in merito alle sue decisioni.
Aumenta, e al tempo stesso dimostra questo clima d’incertezza, la presenza della polizia. Attualmente, sono 10.000 gli agenti dispiegati in Catalogna, quasi 4.000 più di quelli solitamente in servizio. La Guardia Civil ha preso il controllo dell’aeroporto, compito che le spetterebbe solo di fronte ad una minaccia terroristica, mentre i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana ha chiuso il Parq de la Ciudedale di fronte al parlamento regionale. Proprio qui si sarebbe dovuta svolgere, in contemporanea al discorso di Puigdemont, una manifestazione degli indipendentisti guidata dall’Assemblea nazionale catalana e da Omium, due associazioni che continuano a dare il loro sostegno alla causa catalana nonostante il fatto che entrambi i presidenti sono stati indagati per sedizione e rischiano fino otto anni di carcere. Gli attivisti si riuniranno comunque, solo non al Parlamento, ma al Palazzo di giustizia.
“Fermatevi, il referendum del primo ottobre non è sufficiente a dare legittimità ad una dichiarazione di indipendenza”, continua a ripetere la sindaca di Barcellona Ada Colau. La prima cittadina non esclude che la Catalogna si separi dalla Spagna, ma vuole che la procedura sia legale, che rispetti la legge e sia frutto di un accordo col governo centrale. Al suo appello, si sono uniti anche la prima ministra della Scozia Nicola Sturgeon, che ha dichiarato che “non spetta alla Scozia decidere il futuro della Spagna ma questo non è il modo – e otto premi Nobel per la pace tra i quali Adolfo Pérez Esquivel, Rigoberta Menchu e Jose Ramos-Horta. La Commissione europea tramite un suo portavoce oggi ha ripetuto che “non facciamo speculazioni su quanto accadrà questa sera, per noi resta comunque una questione interna”.
“Parlatevi, cercate una mediazione pacifica”, recita la loro lettera, spedita ai leader spagnoli e catalani, Carles Puigdemont compreso. Il presidente dell’esecutivo, però, deve anche confrontarsi con le pressioni interne alla sua coalizione, Juntos por el sì. “Porterò a termine il mio compito”, ha dichiarato il primo ottobre, festeggiando il 90% dei voti a favore della secessione. Se manterrà la sua promessa, la Catalogna diventerà un nuovo stato, fuori dall’Unione europea, dall’eurozona, da Schengen e dal mercato unico e con un debito pari al 35,4% del suo PIL. O forse no e gli italiani non avranno bisogno di richiedere il visto per andare in vacanza a Barcellona.













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