Roma – Raffica di bocciature sul Def del governo Conte. Inesorabili, clamorose, senz’appello. Uno dopo l’altro sono arrivati gli stop della Banca d’Italia, della Corte dei Conti e per ultimo, ma non meno significativo, dall’Ufficio parlamentare di Bilancio.
La reazione, anche drammatica, del governo non si è fatta attendere. Sono scesi in campo i maggiori esponenti dell’esecutivo gialloverde: dal presidente Conte ai vicepremier Salvini e Di Maio fino al ministro Tria pronto a tornare in Parlamento per ‘spigare’ ‘cifre e cifra’ della manovra economica. Che la situazione fosse estremamente delicata lo si era capito, già ieri, dalle parole del ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona: “Se lo spread ci scappa di mano dobbiamo cambiare la manovra”. Posizione isolata nel governo, un problema in più, forse, che si somma a quelli già sul tappeto perché proprio i due vicepremier da questo orecchio non ci sentono. “La manovra non si cambia, il deficit resta al 2,4%, indietro non si torna perché vorrebbe dire tradire i cittadini” hanno detto i due in coro. E che in queste ore difficili, con le principali istituzioni economiche del Paese scettiche se non risolutamente contrarie alle ricette ipotizzate nel Def, ci sia spazio anche per l’inventiva lo dimostra la proposta rilanciata dal leader della Lega e messa nero su bianco dai suoi esperti economici: gli italiani comprino i Bot così lo spread calerà.
“La forza dell’Italia, che nessun altro degli amici seduti al tavolo (del G6 dei ministri dell’Interno a Lione, ndr) oggi ha, né i francesi, né gli spagnoli, è un risparmio privato che non ha eguali al mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano”, ha detto Salvini.
In pratica il vicepremier auspica una nazionalizzazione del debito pubblico italiano, debito oggi pari a 2.286.000 milioni di euro che dalla nascita della moneta unica in poi è finito sempre più in pancia a investitori e istituzioni estere (oggi al 36%), nei bilanci della Bce o della Banca d’Italia (16%), in quelli delle banche italiane (27%) e in quelle di fondi e assicurazioni (19%).
Dire che la proposta di un moderno ‘oro alla Patria’, parallelo che però Salvini ha categoricamente respinto, sia stata accolta con tiepidezza è un eufemismo.
Tanti i fronti per il Governo. Ultimo in ordine cronologico quello aperto dall’Ufficio parlamentare di bilancio che non ha validato le previsioni macroeconomiche 2019 contenute nel quadro programmatico della Nota al Def, giudicando che “i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5%) sia di quello nominale (3,1%), variabile quest’ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica”.
L’Ufficio di Montecitorio ha evidenziato una deviazione “significativa” della regola sul saldo strutturale a cui si aggiunge una altrettanto deviazione significativa “anche per la regola della spesa” riscontrate l’Upb nella Nota di aggiornamento al Def.
Prima dell’Upb (che già nel 2016 bocciò la manovra dell’allora governo di Matteo Renzi, che la cambiò) avevano impallinato la manovra sia Bankitalia che la Corte dei Conti. Lo spread pesa sulle famiglie e le imprese italiane; le misure della manovra hanno un impatto modesto e graduale nel tempo; non si deve tornare indietro sulle pensioni. E la crescita del pil, che nel 2019 sarà comunque inferiore all’1%, non deve essere in contrasto con la disciplina di bilancio. Quella di Bankitalia è una bocciatura piena, argomentata nei dettagli, della nota di aggiornamento al Def. Tanto da scatenare la pronta reazione del ‘pasionario’ grillino, Alessandro Di Battista, che dalle lontane Americhe mette nel mirino proprio via Nazionale: “E’ ora di mettere mano alla governance di Bankitalia”. Prima di lui la censura era arrivata dallo stesso Di Maio: “Se la Banca d’Italia vuole mantenere la legge Fornero si candidi alle elezioni”.
In questo scenario il ministro dell’Economia Giovanni Tria questa mattina sarà di nuovo in Parlamento per difendere i contenuti, spiegare la filosofia, argomentare cifre di un Def già abbondantemente ‘scaduto’.

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