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    Home » Politica » In Parlamento prevale il tatticismo, Theresa May convoca un gabinetto d’emergenza

    In Parlamento prevale il tatticismo, Theresa May convoca un gabinetto d’emergenza

    Si cerca ancora, fino alla fine, di evitare un'uscita senza accordo il 12 aprile. Barnier: Se scegliessero l'Unione doganale o il modello Norvegia potremmo sistemare rapidamente la questione

    Lena Pavese di Lena Pavese
    2 Aprile 2019
    in Politica
    Theresa May in una recente seduta parlamentare

    Theresa May in una recente seduta parlamentare

    Bruxelles – Come la volta prima, come le altre volte ancora prima. il Parlamento britannico non è riuscito a trovare una maggioranza positiva su nessuna proposta circa la Brexit. Un solo voto ha trovato, in questi mesi, la maggioranza dei deputati concordi: non si può lasciare l’Unione europea senza un accordo. Posizionamento importante, certo, ma unico nei circa 15 voti in materia svolti sino ad oggi (escludendo le votazioni sulla legislazione interna per adeguare il diritto alla separazione).

    Hanno prevalso i tatticismi. Così vanno letti i voti di queste settimane, ed anche di ieri notte, quando per soli tre voti non è passata la proposta di partecipare all’Unione doganale, o per ventuno voti quella di partecipare anche al Mercato unico. Un nuovo referndum non è passato per 12 voti, mentre per 121 voti è stata bocciata la scelta di dare il controllo al Parlamento sulle prossime mosse, chiedendo un’estensione della data di separazione (l’articolo 50).

    La proposta più accreditata, quella sull’Unione doganale, ha guadagnato qualcosa rispetto a venerdì scorso, quando fu sconfitta per sei voti, ma attenzione: non va interpretata nel senso che tutti i voti contrari fossero di brexiters, bensì tra quella manciata di laburisti che hanno votato contro o nelle astensioni dei parlamentari dell Scottish national party c’è la volontà di restare nell’Unione europea, per cui si vota contro, o ci si astiene, ogni volta che il risultato potrebbe allontanare da quell’obiettivo.

    Ora, ma domanda, ciclica, è “cosa succederà”? Per questa mattina la premier Theresa May ha convocato un gabinetto “politico” di tre ore, cui seguirà, appena dopo pranzo, una riunione di governo allargata ai funzionari. A quanto trapela da Londra May ancora accarezza l’idea di portare il “suo” Accordo di separazione al voto, per la quarta volta dopo tre bocciature, ma i ministri non sono tutti convinti, e poi c’è il problema dello speaker dei Comuni, John Bercow, che potrebbe non ammetterlo al voto dopo tre bocciature. Ma May potrebbe pensare ad integrare il documento (nella parte della Dichiarazione politica)  con alcune proposte dei laburisti sui futuri rapporti con l’Unione, e dunque il testo sarebbe in questo caso diverso da quelli già bocciati e con qualche speranza in più di passare.

    Un’altra scelta potrebbero essere le elezioni anticipate (un governo che viene continuamente bocciato da un Parlamento che non riesce ad esprimere alcuna volontà dovrebbe essere una situazione classica per chiamare gli elettori a dare un indirizzo al Paese). May però le teme, dopo aver perso quelle da lei chiamate in anticipo nel 2017. Solo parlarne però potrebbe spingere qualche deputato incerto sulla rielezione a compattarsi attorno all’Accordo. I sondaggi sembrano incerti, a dire il vero, ma a quanto pare la possibilità per i conservatori di vincere sarebbero poche. Questa scelta porterebbe con sé, ovviamente, la richiesta di una lunga proroga alla separazione, di almeno un anno, e lo svolgimento delle elezioni europee.

    A Bruxelles, questa mattina, il capo negoziatore UE Michel Barnier ha detto che, ovviamente, il no-deal sembra più vicino, e per evitarlo serve un “voto positivo” da parte dei deputati nei prossimi giorni. La strategia a Bruxelles sembra sempre la stessa: si dà per scontata la Brexit “quasi dura” prevista dall’Accordo, e si preme perché l’Accordo sia approvato, in quanto visto come male minore rispetto a una separazione disordinata, “no-deal”. L’UE però si apre anche ad una proroga lunga, benché molte imprese, ad esempio delle tedesche dell’auto, dicono di temerla per la lunga incertezza alla quale porterebbe. La partita però è molto più grande della pur importante industria dell’auto germanica, e la sensazione è che a Bruxelles ci siano molti che cercano un qualsiasi appiglio credibile (anche se Barnier questa mattina ha chiesto “forti motivazioni” per giustificare il periodo di incertezza, ma non poteva non farlo) per allontanare la data del divorzio.

    E Barnier, che ha parlato ad una colazione dell’European policy centre (EPC) un’apertura l’ha data, quando ha detto che, se ovviamente l’Accordo non si può toccare, “la dichiarazione politica (il documento sulle future relazioni dopo il periodo transitorio previsto dall’Accordo) può sistemare le cose” per quanto riguarda o una partecipazione all’Unione doganale o il “Modello norvegese”, che prevede anche la permanenza nel Mercato Unico.

    La cosa importante, come ha ribadito il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker questa mattina a Roma, “molto importante, è mantenere l’unità degli Stati membri”.

    Tags: accordobrexitgabinettoJean-Claude JunckerMichel BarnierparlamentoprorogaTheresa May

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