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    Home » Politica » Austria: Brigitte Bierlein guida il governo del presidente e i partiti si preparano al voto di settembre

    Austria: Brigitte Bierlein guida il governo del presidente e i partiti si preparano al voto di settembre

    La prima volta di una donna alla guida del governo. L'ex cancelliere Kurz avvia una lunga campagna elettorale improntata all'anti-sovranismo

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    7 Giugno 2019
    in Politica
    Brigitte Bierlein

    Brigitte Bierlein

    Di Francesco Bascone per Affarinternazionali

    Da lunedì 3 giugno, l’Austria ha per la prima volta un capo del governo donna, Brigitte Bierlein, e piena parità di genere nella compagine ministeriale (6 a 6). Ma senza precedenti sono anche gli eventi delle ultime due settimane che hanno prodotto  questo esito: lo scandalo Ibizagate che ha travolto il vice-cancelliere Heinz-Christian Strache; il licenziamento del potente ministro dell’Interno Herbert Kickl su proposta del cancelliere Kurz da parte del Capo dello Stato, con conseguenti dimissioni degli altri ministri FPOe; la detronizzazione dello stesso Sebastian Kurz, all’indomani della sua vittoria nelle elezioni europee, mediante un voto di sfiducia; un cancelliere ad interim durato pochi giorni (l’ottimo ministro delle Finanze Hartwig Loeger);il ruolo determinante assunto dal presidente Alexander van der Bellen; la formazione di un governo di soli tecnici.

    Un governo di giudici e di funzionari competenti, ma non apolitici
    La neo-cancelliera Brigitte Bierlein è una figura di garanzia: al termine di una brillante carriera di giudice e procuratore della Repubblica, è stata dal febbraio 2018 presidente della Corte costituzionale, carica che avrebbe comunque dovuto lasciare per raggiunti limiti di età (70) entro fine anno. E’ di orientamento moderatamente conservatore, ma senza affiliazioni partitiche e ben accetta a tutto lo spettro politico.

    I ministri, scelti in questo caso in stretta consultazione col capo dello Stato, sono giuristi e alti funzionari (direttori generali, ex capi di gabinetto, ecc,), tutti esperti nei rispettivi campi. Ma le simpatie politiche non sono state affatto irrilevanti: per assicurarsi contro eventuali turbolenze in Parlamento, come quella che ha fatto cadere Kurz, il presidente van der Bellen ha previamente consultato i partiti sulle singole nomine e applicato un bilancino politico quasi da manuale Cencelli. Cinque ministri sono di area popolare (ex democristiana): fra questi, il diplomatico Alexander Schallenberg, uomo di fiducia di Kurz, che riunisce Esteri, Affari europei e Cultura. Tre sono vicini ai socialisti, fra cui il vice-cancelliere e titolare della Giustizia, Clemens Jabloner, che è stato a lungo al vertice della giustizia amministrativa (l’equivalente del nostro Consiglio di Stato). Alla difesa, il presidente ha nominato il proprio aiutante di campo, un militare non conformista, considerato vicino ai socialisti e verdi. 

    Il nuovo leader dell’Fpoe, Norbert Hofer, ha ottenuto che il suo posto come ministro delle Infrastrutture vada al suo ex-braccio destro (segretario generale di quel dicastero), già attivista di estrema destra  e membro di una Burschenschaft nazionalista. Hofer ha inoltre impedito la designazione di un democristiano inviso all’Fpoe a ministro dell’Interno, posto che è poi andato all’Avvocato dello Stato Wolfgang Peschorn, un indipendente molto stimato.

    Van der Bellen protagonista
    Da questa rapida  e inedita soluzione della crisi di governo, che promette stabilità per i prossimi  4-6 mesi, esce rafforzata la figura del presidente della Repubblica, sia pure in piena conformità con il dettato costituzionale, nonché il prestigio personale di van der Bellen. Dopo le dimissioni di Strache, aveva assecondato la richiesta di Kurz di licenziare lo scomodo ministro Kickl; e di fronte alle dimissioni degli altri ministri Fpoe aveva concordato con lo stesso cancelliere la loro sostituzione con esperti dai curricula ineccepibili.

    Nell’insediare quel governo Kurz-bis, aveva raccomandato alle forze politiche di ristabilire un clima di fiducia, in modo da assicurare al Paese continuità e capacità di agire all’esterno (leggi a Bruxelles). In sostanza un invito ai socialisti a resistere alla tentazione di  votare la mozione di sfiducia presentata dall’ex-verde Pilz e appoggiata per rappresaglia dall’Fpoe. Invito che la leader dell’Spoe, Pamela Rendi-Wagner, dopo qualche esitazione, aveva lasciato cadere.

    Ci si rivede a Filippi
    Sebastian Kurz ha pagato il fio di quella che molti vedono come  una insopportabile arroganza e scarsa considerazione per il Parlamento. Avrebbe forse potuto evitare il siluramento se avesse negoziato coi socialisti sul rimpasto e sul programma del suo progettato governo balneare. Un velato rimprovero in tal senso gli è venuto dallo stesso presidente, che peraltro lo aveva appoggiato.

    Esce però di scena solo temporaneamente. Una settimana fa, dopo aver ascoltato con fastidio il dibattito sulla sfiducia e fatto sapere che non intende occupare il suo seggio di semplice deputato, ha annunciato che si prenderà la rivincita in settembre con le elezioni anticipate: “Il Parlamento ha stabilito, il popolo deciderà”. Frase molto criticata come presunta espressione di disprezzo per la democrazia parlamentare e di propensione al populismo. Ma in sostanza una decisione realistica. Il giovane ‘Altkanzler’ non vuole passare i prossimi mesi alla Camera ad ascoltare critiche al suo operato, bensì in giro per il Paese a fare campagna elettorale sfruttando il suo indubbio carisma.

    Pochi dubitano che riesca a mantenere la maggioranza relativa con un forte distacco rispetto ai socialisti, che alle elezioni europee è stato dell’11% (35% contro 24%) e in successivi sondaggi è salito al 15% (38% a 23%): un effetto delle diffuse perplessità per la sua defenestrazione. Ma non gli basta, visto che una riedizione della coalizione con la destra sarebbe per tutti indigesta dopo quello che è successo e che un ritorno alla ‘grande coalizione’ con i socialisti (come quella che sta scricchiolando in Germania) sarebbe la negazione della svolta con cui Kurz aveva rifondato il partito e vinto le elezioni nel 2017. Punta perciò al 40% e ad una alleanza coi Neos (liberali). Se non basterà, potrebbe negoziare un compromesso anche con i Verdi, il che comporterebbe una ulteriore correzione di rotta verso il centro.

    La rivincita dei Verdi, dubbi sulla tenuta dei socialisti
    Quest’ultimo scenario presuppone un ritorno dei Verdi in Parlamento, dal quale erano usciti nel 2017 perché caduti sotto la soglia del 4% in seguito a una scissione. Alle elezioni europee di una settimana fa sono balzati al 14%. La sensibilità ai temi ecologici (penosamente latitante nell’elettorato italiano!) si sta rafforzando in Austria come in vari Paesi europei, anche grazie all’effetto Greta. L’esempio della Germania, dove i  Verdi hanno superato i Socialisti  e toccato il 20%, è un ulteriore incoraggiamento. Ci si attende che molti ambientalisti, dopo aver votato per questi ultimi la volta scorsa, tornino all’ovile ecologista.

    Di conseguenza l’Spoe rischia di perdere qualche punto percentuale. Inoltre, la sua decisione di affondare il governo Kurz, in combutta con la destra, ha scontentato alcuni. Un altro fattore di debolezza è la leadership poco incisiva della dottoressa Pamela Rendi-Wagner, che secondo alcuni rischia di fare la fine della collega tedesca Andrea Nahles.

    Destra umiliata ma non demolita
    L’Ibizagate è certo costato parecchio all’Fpoe, sceso dal 23% di recenti sondaggi al 17% delle elezioni europee (come probabilmente era nelle intenzioni di chi ha fatto scoppiare lo scandalo). Ma lo zoccolo duro ha tenuto e il trend populista-trumpiano che pervade tutta l’Europa potrebbe riportare il partito di Hofer e Kickl verso o oltre la soglia del 20%, quasi alla pari con i socialisti.

    Effetto di quel caparbio “e ora avanti, a maggior ragione !” (jetzt erst recht!) col quale si era congedato Strache dopo le inevitabili dimissioni. Un messaggio che è stato accolto da oltre 42mila elettori: tante le preferenze, che gli fruttano un seggio al Parlamento europeo. Appare indeciso se rinunciare, sollevando il suo partito da un grave imbarazzo, o assicurarsi un confortevole stipendio e magari una base di partenza per un futuro comeback sulla cresta dell’onda salviniana.

    Kurz e l’Europa
    Quel che più conta è però che Sebastian Kurz, dopo avere rilanciato il suo partito  in versione più liberal-conservatrice nel 2017 e sdoganato la destra di Strache, si prepara ora a tornare al potere con altri alleati e a contribuire in Europa alla chiara demarcazione dai sovranisti. Al momento la sua eclissi dal Consiglio europeo priva di un valido appoggio il tedesco Manfred Weber, anche lui un conservatore deciso ormai alla chiusura verso Orban & Co. Ma dopo le elezioni di settembre quella sarà la collocazione del nuovo governo Kurz. Un europeismo tiepido, all’insegna della sussidiarietà, ma senza compromessi con i sovranisti.

    Tags: austriaelezionigoverno

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