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Bologna-Inter, ovvero l'orrore delle leggi razziali e di Auschwitz

Bologna-Inter, ovvero l'orrore delle leggi razziali e di Auschwitz

Le due squadre hanno in comune Arpad Weisz, allenatore rivoluzionario e vincente su entrambe le panchine. Le leggi razziali fasciste lo costrinsero a fuggire dall'Italia. Finì nel campo di sterminio nazista, e dimenticato fino a pochi anni fa

Bruxelles – Inter e Bologna. All’apparenza poco in comune. Nei fatti, quelli storici, tanto da spartire. Non sul campo da gioco. Nel calcio competizioni e titoli non si spartiscono. Proprio l’Inter ne sa qualcosa, nell’unico scudetto della storia d’Italia assegnato con uno spareggio. Vinse il Bologna. Era il 1964.

Ieri sera l’Inter si è presa una delle tante rivincite sportive che il calcio può offrire. Vittoria all’ultimo secondo utile in casa dei rosso-blu, per un 2-1 che tiene vivo il campionato. E’ storia di poche ore fa.

Se sul terreno di gioco, a meno di pareggi, non si condivide nulla, fuori dal campo si può condividere tanto, nel bene e nel male. Bologna e Inter lo sanno bene. Sono legate a doppio filo da un nome, uno in particolare, e da un episodio che le vede protagoniste di uno dei capitoli più bui della storia d’Italia. Era

Arpad Weisz. Un uomo che rese grandi nero-azzurri e rosso-blu. Vinse il campionato del 1929-30, il primo a girone unico, alla guida dell’Inter già ribattezzata ‘Ambrosiana’ per volere del regime fascista. Consegna all’undici di Milano il titolo di campioni di Italia dopo dieci anni, stabilendo il record, ancora oggi ineguagliato, di allenatore vincente più giovane (34 anni).

Arpad Weisz, talento e scopritore di talenti. Fu lui a scoprire e a lanciare sui campi da gioco del regno d’Italia una giovane promessa del calcio tricolore destinato a tener fede a quelle premesse: Giuseppe Meazza. E fu sempre Arpad Weisz a interrompere il dominio calcistico della Juventus penta-campione affermandosi con il Bologna, nella stagione 1935-36. Emiliani  campioni per la terza volta e l’interista Giuseppe Meazza capocannoniere.

I destini di due squadre tenuti assieme da un esponente di rilievo del calcio di allora. Tale era la capacità di Weisz che il suo Bologna vinse anche la stagione successiva, migliorando i suoi record: le sconfitte a fine stagione saranno solo tre, a dispetto delle cinque del precedente vittorioso campionato.

Il giuoco del calcio deve molto a questo signore, dal nome troppo strano e troppo dichiaratamente poco italiano da risultare non gradito alla classe dirigente di allora. Nonostante i tanti meriti nello sport che pure il fascismo così tanto sosteneva, l’Italia di quel periodo decise di ringraziarlo privandolo di tutto. La promulgazione delle leggi razziali nel 1938 trasformò l’artefice del grande Bologna e dello scopritore di Meazza in un ungherese ebreo. Agli occhi del regime fascista Weisz non era che quello, e per quello venne bandito.

Per legge tutti gli ebrei giunti in Italia dopo il 1919 dovevano lasciare il Regno, e lui era arrivato nel 1924. Andò via, e trovò riparo nei Paesi Bassi. O almeno così pensava. La Germania nazista non ci mise molto a invadere e conquistare le terre d’Olanda, e alla Gestapo non servì molto per arrestarlo e farlo deportare, prima a Westerbork e poi ad Auschwitz. La storia di Arpad Weisz finisce qui, come tante, troppe altre.

Per decenni il nome di Weisz si è perso. Amnesie storiche di un popolo sempre incapace di ricordare, soprattutto le proprie vergogne. Solo nel 2012 Inter e Bologna hanno deciso di rendere i giusti omaggi a colui che ha contribuito a fare grandi le due società, che hanno hanno apposto targhe commemorative. Il minimo che l’Italia potesse fare.

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