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    Home » Editoriali » Leonardo Da Vinci

    Leonardo Da Vinci

    Diego Marani di Diego Marani
    20 Novembre 2019
    in Editoriali

    Della grande mostra su Leonardo da Vinci che apre al Louvre, una cosa balza all’occhio fra tutte: il suo nome. Leonardo era di Vinci. Cittadino del mondo e genio riconosciuto nelle grandi corti europee, era tuttavia identificato da un luogo preciso, seppur minuscolo. Come tanti grandi artisti del suo tempo: Antonello da Messina, Jacopone da Todi, Gentile da Fabriano, “divenuti universali nell’unica forma accettabile di universalità, quella di avere avuto un’origine”, come scrive Jean Clair nel suo saggio “L’inverno della cultura”.

    Una questione, quella dell’origine e dell’appartenenza, che si pone fortemente oggi nel mondo devastato dalla globalizzazione dove l’essere legati a un luogo diventa un ingombro, un ostacolo al successo, alla piena fruizione delle opportunità offerte dalla modernità globale. Lo vediamo nella fuga dei cervelli che è una depredazione vera e propria di intelligenza e di competenza rubata a un luogo a vantaggio dei grandi conglomerati metropolitani dove le identità vengono cancellate e poi ricostruite in guisa di travestimento folkloristico, senza più alcun legame con il territorio e la comunità che le produce. Lo vediamo nelle migrazioni di mano d’opera che catapultano persone a grandi distanze dalle loro origini in luoghi dove non si integreranno mai, a cui non apparterranno mai, restando per sempre dei paria dall’identità sfuocata.

    Thomas Jefferson, il padre della Dichiarazione di indipendenza americana, scriveva che “il più fondamentale diritto che definisce l’uomo libero è quello di lasciare il suo luogo di nascita”. Questa liberazione dal luogo, questo affrancamento dall’origine e dal condizionamento di famiglia, religione e tradizione è una delle prerogative del pensiero liberale che ha plasmato la nostra epoca. Ma che al tempo stesso ha finito per lacerare ogni tessuto sociale legato al territorio, alla comunità. Siano pienamente diventati, come scriveva Hobbes “funghi spuntati dalla terra e cresciuti senza nessun obbligo l’uno nei confronti dell’altro”.

    Oggi ci pervade l’intercambiabilità e la non appartenenza. Il manager o l’artista di successo vivono indifferentemente in qualsiasi parte del mondo al servizio di un mercato che è in ogni luogo. Allo stesso modo la cultura non è più legata ad una comunità, ad una città, ad una civiltà. Chi può dire da dove vengono Jeff Koons o Damien Hirst? Quale luogo, quale origine li caratterizza? Gli artisti del passato erano invece legati a un territorio e diventavano universali per il valore del loro messaggio, per il filtro del tempo che lo faceva decantare. La cultura di oggi è invece immediata, avviene nel luogo astratto del mercato e di lì irradia nella società esplosa e senza origine, come una moda, un consumo. Karl Kraus ha scritto: “quando il sole della cultura è basso all’orizzonte anche i nani proiettano grandi ombre”.

    Forse è questo il tempo che stiamo vivendo e quel che chiamiamo cultura non ha nulla a che vedere con quel coltivare da cui deriva la parola, che è fatto di cura e costanza e soprattutto di appartenenza, perché nulla cresce senza radici.

    Tags: Leonardo Da VinciLouvremostraparigi

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