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    Home » Cronaca » Coronavirus, in Belgio pochi test e quindi pochi casi: le preoccupazioni degli italiani a Bruxelles

    Coronavirus, in Belgio pochi test e quindi pochi casi: le preoccupazioni degli italiani a Bruxelles

    Nel Paese scarseggia il reagente usato per i tamponi, per cui si fanno i controlli solo dove ritenuto strettamente necessario. Poche le misure imposte dal governo locale, le restrizioni sono lasciate alla sensibilità civica dei singoli cittadini

    Fabiana Luca</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@fabiana_luca" target="_blank">@fabiana_luca</a> di Fabiana Luca @fabiana_luca
    11 Marzo 2020
    in Cronaca

    Bruxelles – Pochi test e quindi ancora pochi casi accertati. Il Belgio è in questo momento uno tra i paesi UE con il più basso numero di contagi (314 casi ad oggi, 11 marzo, secondo le autorità sanitarie locali). Centrale snodo di passaggio in Europa per via della presenza a Bruxelles delle principali istituzioni europee, è improbabile secondo molti che nel paese ci sia un numero così limitato di infezioni legate al Coronavirus.

    Diverse le testimonianze di coloro che, provenienti o no dall’Italia, con sintomi di influenza o di febbre, hanno richiesto di poter fare il tampone qui in Belgio e a cui è stato risposto che non era possibile. Il motivo? A quanto pare da settimane il Paese è a corto del reagente che viene utilizzato per fare i tamponi. In sostanza, sono almeno due settimane che i test tramite tampone in Belgio vengono “riservati” a quei pazienti considerati più gravi, o già ospedalizzati, mentre il numero delle persone infettate nel resto d’Europa continua ad aumentare e le stesse autorità sanitarie locali si dicono preoccupate del fatto che anche in Belgio si possa andare incontro ad una vera epidemia.

    Le regole per ora prevedono che siano sottoposti al test solo pazienti con problemi respiratori gravi associati a febbre alta e all’aver preso contatti con qualcuno poi risultato positivo al Coronavirus. I test sono effettuati presso un laboratorio specializzato a Lovanio. Per tutti gli altri e anche per chi non manifesta sintomi ma teme lo stesso di aver contratto il virus, non c’è possibilità per il momento di essere sottoposti al controllo. Non è difficile trarne la conclusione che il numero dei contagi attualmente diffuso non sia granché attendibile.

    “Non posso fare il tampone, ma non posso neanche tornare a lavoro” racconta a Eunews Ludovica, che, con sintomi di febbre, ha richiesto di poter essere sottoposta ai controlli la prima volta ormai due settimane fa. Già allora le autorità sanitarie locali le avevano fatto presente che non era possibile farlo e quindi, senza una certificazione che dimostri di non aver contratto il virus, non può per il momento tornare a lavoro.

    Pochi casi, quindi poche restrizioni imposte dal governo locale

    I pochi casi registrati e accertati fino ad ora fanno sì che il governo locale e le autorità sanitarie continuino a ridimensionare la gravità del problema nel Paese, evitando per ora di imporre misure a livello nazionale più stringenti per quanto riguarda uscite, assembramenti o la possibilità di lavorare da casa in telelavoro. Finché il governo non imporrà ai cittadini di rimanere in casa per quanto possibile o ai datori di lavoro di organizzare forme di “smart working” dalle proprie abitazioni, il tutto, per ora, è lasciato alla responsabilità e alla sensibilità civica dei singoli individui.

    Chi può chiedere di lavorare da casa, lo fa. Ma non a tutti è consentito. Gli altri devono continuare a lavorare, a prendere i mezzi e a spostarsi in giro per le città. Neppure la testimonianza dell’aumento repentino dei contagi in Italia – dove infine il governo si è visto costretto a gravi restrizioni – ha spinto il paese a imporre misure più restrittive per prevenire il boom dei contagi che invece si è riscontrato nella Penisola e limitarne la diffusione.

    Qui si annida il sentimento di frustrazione di molti appartenenti alla comunità italiana radicata a Bruxelles: la rabbia per aver visto precipitare in pochi giorni l’emergenza sanitaria nel proprio paese d’origine e l’impotenza di vedere il paese d’accoglienza andare incontro alla stessa sorte, senza poterlo impedire. Qualcuno direbbe che “prevenire è meglio che curare”, soprattutto perché non è detto che il sistema sanitario belga riesca poi a sostenere un aumento ingente di infezioni. Come è successo in Italia. Le uniche preoccupazioni al momento sollevate dal governo belga riguardano la carenza di mascherine, su cui gli Stati membri UE mostrano ancora poca solidarietà.

    L’allerta comincia ad essere più alta nelle istituzioni europee di Bruxelles, dove si manifestano i primi contagi: isolamento per chi è entrato in contatto con persone poi risultate infette o per chi arriva dalle “zone rosse” dell’epidemia (come nel caso del Presidente del Parlamento europeo David Sassoli), sospensione di varie riunioni e delle attività legislative dell’Eurocamera sono alcune delle misure adottate per limitare la diffusione del Covid-19. 

    I numeri dei contagi salgono

    Francia, Germania e Spagna sono i paesi UE, dopo l’Italia, in cui il numero dei casi registrati continua ad aumentare rapidamente e in cui sono cominciate ad adottare misure più restrittive per tutelare la sanità pubblica. Secondo le autorità sanitarie del Belgio il numero dei casi positivi ad oggi è di 314: su 639 campioni testati ieri [10 marzo], 47 sono risultati positivi, di cui 29 nelle Fiandre, 7 a Bruxelles e 11 in Vallonia. Intanto i ministri della salute del governo federale e di Bruxelles hanno annunciato oggi il primo decesso, avvenuto ieri, in Belgio legato ad un’infezione da Coronavirus (ma sembra che ci sia già un secondo morto).

    Tags: bruxellescoronavirusfranciagermaniaitaliaitaliani a bruxellesprevenzionespagnatamponi

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