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    Home » Politica » Moria, la condanna del Parlamento. La commissaria Johansson annuncia il meccanismo di solidarietà obbligatoria

    Moria, la condanna del Parlamento. La commissaria Johansson annuncia il meccanismo di solidarietà obbligatoria

    L’emiciclo non vorrebbe altri campi profughi. Bisogna revocare Dublino e fornire assistenza ai minori non accompagnati. Per Pietro Bartolo si tratta anche di un "dovere politico", e "la politica migratoria va riformata integralmente, ricorrendo subito a sanzioni per chi non vuole impegnarsi"

    Anita Bernacchia</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@AnitaEflak" target="_blank">@AnitaEflak</a> di Anita Bernacchia @AnitaEflak
    17 Settembre 2020
    in Politica
    La commissaria europea per gli affari interni Ylva Johansson

    La commissaria europea per gli affari interni Ylva Johansson

    Bruxelles – “Non vogliamo altre Moria” è il monito unanime del Parlamento europeo e della commissaria per gli affari interni Ylva Johansson nell’ultimo giorno di plenaria durante il dibattito attorno a quanto accaduto nel più grande campo profughi dell’isola greca di Lesbo. Il tragico evento ha innescato nell’aula un confronto animato rispetto alla risposta umanitaria immediata che l’UE è chiamata a dare.

    Introducendo il dibattito, la commissaria condanna quanto accaduto a Moria, stabilendo che “è necessario un sistema di asilo comune europeo”. E ricorda che la prossima settimana la Commissione lancerà il tanto atteso patto per l’immigrazione. Più volte aveva ribadito in Parlamento che “le condizioni del campo di Moria sono inaccettabili”. Attualmente, 12362 persone necessitano di alloggio. La Commissione europea, sottolinea, ha già contribuito al trasferimento di 400 minori non accompagnati da Lesbo e da altre isole verso la Grecia continentale.

    Fa appello alla solidarietà europea Johansson, che insieme alla presidenza tedesca del Consiglio UE, nella persona del ministro degli interni Seehofer, ha inviato una lettera a gli stati membri chiedendo “un maggiore impegno nel ricollocamento volontario degli sfollati“. E’ necessario subito fornire cibo e rifugio per prevenire ulteriori sofferenze. Non si sta risparmiando neppure Margaritis Schinas, vicepresidente all’immigrazione della Commissione, che la scorsa settimana è stato in Grecia per valutare la situazione. La Grecia, del resto, ha già chiesto il sostegno del meccanismo UE di protezione civile e molti stati membri stanno facilitando la distribuzione di acqua, prodotti sanitari e assistenza medica.

    Sono state montate 700 tende che possono ospitare fino a 5.000 persone, e in 800 vivono già al loro interno. “Il progresso è lento“, ammette la commissaria, per via del focolaio di Covid scoppiato nel campo di recente, ma l’agenzia Frontex ed Easo sono intervenute per offrire sostegno. Anche se l’ufficio greco per il servizio d’asilo a Moria è stato distrutto, un altro opererà presto a Lesbo. Un impegno a sostegno alla Grecia, quello dell’Esecutivo europeo, che dura ormai da sei mesi, in un contesto in cui le condizioni nei centri d’accoglienza delle isole greche sono inaccettabili. All’inizio del mandato di Johansson, 50.000 persone vivevano nei centri sulle isole, mentre ora la cifra si è dimezzata. Al momento a Moria ci sono 12000 persone. Ai più colpiti, i minori, verrà offerta la possibilità di una nuova vita, se gli stati membri si impegneranno ad accoglierne 2000 nei loro territori. Con le parole che la presidente von der Leyen ha usato ieri nel discorso sullo stato dell’Unione, la commissaria svedese esplicita che “la migrazione è stata e sarà sempre una realtà per l’Europa”.

    Una realtà che può essere gestita, anche di fronte alla tragedia di un campo profughi che è “il residuo della crisi migratoria del 2015“, quella che vide una maggioranza di siriani spostarsi e nella quale il 90% dei migranti ricevette lo status di rifugiato. E’ pressante dunque “l’esigenza di una politica e di una legislazione europea comune per l’immigrazione” e un “approccio umano”, nel segno della solidarietà con gli stati membri che si prendono le maggiori responsabilità nella gestione dei flussi.

    Dal gruppo parlamentare del PPE Roberta Metsola (Malta), afferma che “la solidarietà non è uno slogan, e il sistema di Dublino va completamente riformato, affinché Moria non sia ricordata come il bimbo Alan Kurdi”. Jeroen Lenaers (Paesi Bassi) lamenta le cattive infrastrutture dei campi in Europa e auspica una “cooperazione con altri Paesi per procedure di asilo accettabili, dato che due terzi di chi arriva nella UE non beneficia dell’aiuto necessario”, mentre Lena Düpont (Germania) sottolinea che “la catena di responsabilità deve partire dai Paesi che ospitano campi” e Karlo Ressler (Croazia) che è importante difendere i confini esterni contrastando i trafficanti di esseri umani. I governi di alcuni Paesi si rifiutano di accogliere nuovi migranti, motivo per cui Michaela Šojdrová (Repubblica ceca) sente il bisogno di esortare i colleghi di Renew ad interloquire con il primo ministro del suo Paese Andrej Babiš (ANO) perché cambi idea.

    Bisogna tornare alla solidarietà per i socialisti europei, e sono dure le parole della capogruppo Iratxe García Pérez (Spagna) che condanna l’episodio di Moria come “l’ennesimo vergognoso capitolo per l’Europa. Dobbiamo impegnarci per la dignità e i diritti dei minori e non rendere il Mediterraneo un cimitero. L’asilo è un gesto nobile di umanità che molti europei hanno ricevuto in passato da altri paesi”. E aggiunge: “se la Commissione vuole il pieno sostegno del nostro gruppo sul patto per l’immigrazione, dovrà essere creato un meccanismo di solidarietà obbligatoria per la ricollocazione dei richiedenti asilo“. Kati Piri (Paesi Bassi) ribadisce che “ricostruire Moria non è la soluzione. I governi nazionali devono mostrare che la solidarietà non è un’illusione. Non è solo un obbligo morale, si tratta di rispettare un diritto fondamentali dell’individuo, quello all’asilo”. Sulla stessa linea Pietro Bartolo (Italia) secondo cui si tratta anche di un “dovere politico”, e che “la politica migratoria va riformata integralmente, ricorrendo subito a sanzioni per chi non vuole impegnarsi”. Del resto, dice Juan Fernando López Aguilar (Spagna), “Moria è compatibile con quanto accaduto a Lampedusa e altre isole”.

    Parole dure anche dai liberali di Renew Europe che vogliono l’abolizione, non il miglioramento dei campi, come Sophie in ‘t Veld (Paesi Bassi) che punta il dito contro la Grecia: “E’ una responsabilità europea, ma anche greca. Abbiamo speso centinaia di milioni di euro a inizio anno per questo? Perché le autorità greche hanno chiuso le persone nei campi con il coronavirus?”. Chiede l’invio di una missione del Parlamento nell’isola di Lesbo Maite Pagazaurtundúa (Malta), descrivendo i campi di Lesbo delle “prigioni umane. Moria era un incubo anche per le autorità greche”. Claudia Gamon (Austria) constata con sgomento che il suo Paese non accoglierà nemmeno un rifugiato, mentre Samira Rafaela (Paesi Bassi), figlia di migranti, lamenta che “le soluzioni migratorie sono sul tavolo da anni e negare le responsabilità mette in pericolo vite umane. I nostri valori non sono negoziabili”.

    I Verdi europei sono altrettanto categorici. Per Damian Boeselager (Germania) non bisogna più finanziare campi profughi con il denaro europeo. E Damien Carême (Francia) denuncia il fatto che i rifugiati “non possono essere trasferiti in un altro campo, mentre la Grecia non lascia entrare Medici Senza Frontiere”. Condanna inoltre chi nell’emiciclo “cerca di seminare odio”. Si riferisce a Nikolaou Alavanos (NI, Grecia), che definisce i centri di Lesbo “campi di concentramento”, o a Emmanuel Fragkos (ECR, Grecia), secondo cui “Moria è attaccata da combattenti islamici. Come proteggere i cittadini greci?”.

    Senso di responsabilità è la chiave anche per Margrete Auken della Sinistra unitaria europea: il suo Paese, la Danimarca, non rischia di essere invasa dai migranti, ma ha il “dovere morale di impegnarsi”. Anche per la collega Elena Kountura (Grecia) la gestione dei richiedenti asilo non è solo responsabilità di Italia e Grecia, ma di tutta l’UE: “ci vuole un vertice europeo sull’immigrazione, con ridistribuzione urgente dei richiedenti negli stati membri tramite quote fisse”.

    Punta il dito sulla Turchia Gianantonio Da Re (ID, Italia), che rammenta che l’accordo Turchia-UE non viene rispettato da Erdogan, da cui la grave situazione nelle isole greche, richiamando le recenti tensioni con Grecia e Cipro. Categorico anche Hermann Tertsch (ECR, Spagna) che chiede con urgenza sanzioni per Istanbul. E ancora “bisogna revocare Dublino” per Gilles Lebreton (ID, Francia) perché Moria “è il fallimento dell’Europa”.

    Rassicura l’aula la commissaria Johansson: la solidarietà obbligatoria sarà parte del patto sull’immigrazione. “Non devono esserci più campi profughi. Moria non deve essere ricostruita”, dichiara. E promette prospettive chiare sui minori non accompagnati. Ma, ribadisce, “non tutti i migranti hanno il diritto di trovarsi nell’UE, deve tornare in patria chi ne è privo”, pur nel pieno rispetto della dignità umana. Il diritto di chiedere asilo non si può negare e l’Europa deve fare in modo che le procedure siano adeguate. “La migrazione è un problema normale. Perché non abbiamo una politica per l’asilo europea? Perché drammatizziamo e lo rendiamo troppo speciale”. Decisivo sarà, conclude, il sostegno del Parlamento alla proposta imminente della Commissione.

    Tags: campo di MoriaimmigrazioneMeccanismo della protezione civile europeaparlamento europeounione europeaYlva Johansson

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