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    Home » Cultura » “Ikigai”, così il Giappone ha affrontato la pandemia

    “Ikigai”, così il Giappone ha affrontato la pandemia

    Un estratto del libro scritto con Thomas Leoncini in cui Ken Mogi racconta l'impatto della pandemia sul Giappone e in che modo è stata gestita l'emergenza.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    29 Ottobre 2020
    in Cultura
    Ken Mogi

    Ken Mogi

    Bruxelles – È in libreria da pochi giorni il saggio “Ikigai in love, l’amore al tempo di se stessi“, che il giornalista Thomas Leoncini ha scritto per Solferino insieme al noto neuroscienziato giapponese, Ken Mogi (i suoi libri hanno venduto milioni di copie in Giappone. E’ l’autore, tradotto in 35 lingue, del Piccolo libro dell’Ikigai, bestseller internazionale pubblicato in Italia da Einaudi).

    “Ikigai” è un termine giapponese che significa “una ragione per alzarsi la mattina”, e Leoncini ci ha inviato un estratto del libro in cui Ken Mogi racconta l’impatto della pandemia sul Giappone e in che modo è stata gestita l’emergenza.

    KEN MOGI (Ikigai in love)

    L’epidemia di coronavirus per i giapponesi è stato uno shock. All’inizio c’è sta­to un momento di negazione e incredulità. Dopo­tutto, negli ultimi due decenni abbiamo vissuto diversi falsi allarmi, in cui si profilava all’orizzonte una pericolosa malattia che rischiava di sfo­ciare in pandemia globale. La Sars (2002-2004), l’influenza suina (2009-2010) e la Mers (2012) sono arrivate e se ne sono andate. Queste malat­tie, anche se certamente pericolose e devastanti in alcune regioni del mondo, non sono riuscite a trasformarsi in una pandemia, con grande sol­lievo della popolazione, me compreso.

    Così, quando sono giunte le prime notizie di un’epidemia di coronavirus proveniente da Wuhan in Cina, non c’era ragione di credere che non sarebbe stato lo stesso anche stavolta. Avrem­mo dovuto stare attenti, ovvio, a non ammalar­ci ma molto probabilmente non si sarebbe tra­sformata in una pandemia. Ora sappiamo tutti quanto queste previsioni fossero sbagliate. Que­sta particolare epidemia si è rivelata uno di que­gli eventi che capitano una volta ogni secolo; la peggiore epidemia dopo l’influenza spagnola del 1918-1921. I danni per la salute e i danni socio­economici sono stati catastrofici.

    Il cervello umano cerca di adattarsi a eventi inaspettati di questo tipo riparando su vecchie abitudini e istinti. In Giappone la gente ha comin­ciato a prendere precauzioni e moderare i com­portamenti anche prima che il governo chiedesse di farlo. È molto tipico della società giapponese in cui il comportamento dei cittadini si auto­regola senza bisogno di ordini stringenti dall’al­to. È un processo armonioso di organizzazione autogestita, in cui le persone cercano di agire al meglio anche senza che venga loro imposto.

    Nel processo di ricerca di stili di vita alterna­tivi nel periodo di autoisolamento e di obbligo di rimanere in casa, i giapponesi hanno fatto ri­corso al loro senso di ikigai. Una strada interes­sante da perseguire, anche se nel contesto di una crisi nazionale e mondiale.

    Ci sono stati manager (uomini e donne) che hanno cominciato a impegnarsi a cucinare, so­stenendo che fosse la cosa che da sempre desi­deravano fare. Altri hanno iniziato a disegnare o dipingere, spesso insieme ai figli che si annoiava­no a giocare solo col Nintendo Switch. Altri an­cora invece hanno organizzato feste su Zoom e a conversare tramite internet grazie a program­mi di teleconferenza e a bere sake.

    Un tale cambiamento di stile di vita è accadu­to in tutti i Paesi del mondo. La gente, dal mo­mento che non è stata più costretta a viaggiare ore per raggiungere l’ufficio, ha cominciato a fare quel che da sempre desiderava fare.

    Quel che invece è forse tipico del Giappone è stata la facilità con cui le persone sono pas­sate dal perseguire una vita pubblica al godersi le gioie di una vita più privata. Come se stare a casa e trascorrere tempo per conto proprio fos­se quel che desideravano da sempre, da quan­do erano bambini. La cosa è piuttosto strana, visto che i giapponesi sono noti per essere la­voratori indefessi, che tornano a casa molto tardi la sera.

    Forse esistevano già radicate tendenze cultura­li sommerse che hanno favorito questo cambia­mento. In Giappone c’è sempre stata la tradizio­ne di ritirarsi dal contesto pubblico per ricercare il proprio ikigai. Allontanarsi dai continui alti e bassi della politica, dell’economia e delle attività culturali in realtà è sempre stato uno degli ideali da perseguire nella vita.

    Esiste anche una parola che definisce questo atteggiamento: inkyo, che letteralmente signifi­ca «vita nascosta», in cui una persona vive vir­tualmente nascosta dal mondo esterno. Sebbene la parola inkyo abbia tradizionalmente una connotazione maschile, nel contesto contemporaneo può essere attribuita anche a una donna. Si può diventare un inkyo, ritirarsi da tutte le attività sociali e indulgere nel proprio ikigai.

    È piuttosto interessante constatare che con l’e­pidemia di coronavirus sia affiorato il lato più

    introverso del popolo giapponese, carattere tipi­co di molte icone culturali nipponiche. Per esem­pio, la cultura otaku associata a manga e anime è la versione giovanile degli inkyo. Esistono an­che forme premature ed estreme di inky. In Giap­pone si calcola che più di un milione di perso­ne viva in stato di hikikomori (chiusura), cioè che si escludono volontariamente dalla scuola, dal lavoro e da altre attività sociali e rimango­no chiusi nella propria stanza, spesso per molti anni. Con l’espressione «80-50» si fa riferimen­to a uno dei problemi rappresentanti dall’hikiko­mori: ci sono infatti persone che hanno iniziato l’hikikomori da giovani e che adesso hanno cin­quant’anni e genitori ottantenni. Con il soprag­giungere, probabilmente entro pochi anni, della morte dei genitori che si sono presi cura di figli reclusi, chi si occuperà di loro?

    Con l’epidemia di coronavirus questo aspet­to più introverso della cultura giapponese è ve­nuto alla luce, a volte anche con risultati positi­vi. Le persone hanno iniziato a cercare il proprio ikigai nel contesto privato, lontano dal bisogno di eccellere nel competitivo mercato del lavoro dominato dalle multinazionali. È stata un’azione riequilibrante, un antidoto al veleno della globa­lizzazione, quanto meno per il momento.

    In Europa è interessante notare che il Rina­scimento ha preso il via a Firenze nel XIV seco­lo, poco dopo la fine di un’epidemia di peste di proporzioni globali che ha visto il suo picco tra il 1347 e il 1351. Probabilmente l’aumento del­la mortalità costrinse le persone a coltivare più se stesse, i propri interessi culturali e dedicar­si all’introspezione, finalmente, libere dalle nor­me e dai preconcetti tradizionali. Il ritorno del­la fede nella vita nel periodo del Rinascimento dopo la Peste Nera è una delle narrazioni più bel­le e commoventi della storia dell’umanità. Il fat­to che ora le persone stiano rivolgendo l’atten­zione a un ikigai più intimo, a gioie più private per affrontare la pandemia può indicare l’inizio di una nuova era, non solo in Giappone, ma an­che in Italia e altrove.

    In tempi difficili come questo, le persone ten­dono a sbarazzarsi di particolari non necessa­ri e a concentrarsi sulle cose essenziali che si presentano nell’esistenza di ognuno. Forse sta per arrivare un nuovo rinascimento di amo­re e vita, sollecitato dal progresso nelle tecno­logie di intelligenza artificiale e nelle esplora­zioni spaziali.

    L’amore è il cardine della nostra esi­stenza e la pandemia di coronavirus ci sta facendo riflettere sull’essenza dell’amore a un livello più profondo.

    In fin dei conti ci amiamo perché siamo mortali. Se la vita fosse eterna, il nostro amore gli uni per gli altri non sarebbe così appassionato; un’epoca di difficoltà globale è anche un’opportunità per constatare il potere dell’amore.

    La necessità di autoisolarci ci ha reso consci del fatto che, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno gli uni degli altri, in carne e spirito.

    In questo periodo di difficoltà e cam­biamento per il mondo auguriamoci di essere in grado di trovare la nostra strada verso l’es­senziale albero della vita su cui cresce il frutto dell’amore. Forse la strada verso quell’albero è lastricata di ikigai.

    Tags: coronaviruscovid19GiapponeIkigaiKen MogiThomas Leoncini

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