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Brexit Deal: cosa c’è e cosa manca nell’intesa fra Londra e Bruxelles

Brexit Deal: cosa c’è e cosa manca nell’intesa fra Londra e Bruxelles

Di Gabriele Rosana

Dopo l’Accordo del Venerdì Santo, quello della Vigilia di Natale. Le settimane liturgiche sono di buon auspicio, nel Regno Unito, per la conclusione di intese di buon vicinato, nate per durare. O almeno così si spera.

Quando mancava appena una settimana alla fine del periodo di transizione – gli undici mesi previsti tra il recesso e l’uscita da mercato unico e unione doganale che arrivano a scadenza il 31 dicembre -, Bruxelles e Londra hanno trovato la quadra per riavvolgere il nastro su 47 anni di membership dell’Unione europea e avviare nuove relazioni, fatte di commercio ma anche di cooperazione in ambiti strategici, a partire dal 1° gennaio 2021.

L’intesa governerà uno scambio del valore di oltre 700 miliardi di euro (più o meno lo stesso di Next Generation EU, il piano per la ripresa post-pandemia finanziato dall’Ue) 

L’accordo, arrivato al termine di nove mesi di intensi negoziati – oltre 2mila ore di riunioni tra Londra e Bruxelles, calcola Bloomberg -, garantirà il mantenimento dei rapporti commerciali fra le due sponde della Manica. Una sentenza di divorzio che non poteva recitare altrimenti, dopo 47 anni di membership del Regno Unito nell’Ue.

E su molti punti, come ad esempio la protezione dei dati personali, si prevede un periodo di transizione con un deal settoriale al termine. Stessa sorte per la pesca – 0,1% del Pil britannico ma lo scoglio su cui si sono abbattuti i negoziatori fino all’ultimo -: cinque anni e mezzo di transizione durante i quali il pescato delle imbarcazioni battenti bandiera di uno Stato costiero Ue dovranno ridursi del 25% (molto lontano dall’80% proposto da Londra “per restituire sovranità alle nostre comunità”). Ma lo scontro frontale è solo rinviato: nel 2026 si tornerà a negoziare annualmente su limiti annuali di pescato, come già avviene (ma su bacini sensibilmente ridotti) fra Ue e Norvegia.

Via i dazi, tornano i controlli alla dogana
L’accordo prevede la rimozione dei dazi e tariffe per lo scambio su un ampio spettro di merci ma manda in soffitta le libertà di movimento che sono al cuore del progetto europeo (beni, persone, capitali e servizi). Ripristinati i controlli alla dogana (ma non sull’isola di Irlanda) e il visto per permanenze superiori a 90 giorni.

Particolarmente delicato l’impatto sulla catena di approvvigionamento alimentare, come denunciano i rappresentanti britannici del settore, che prevedono l’incremento dei prezzi al dettaglio all’orizzonte e pure pericoli di deperimento per i prodotti freschi al valico doganale.

Fuori dall’intesa un automatico allineamento regolatorio: se una delle due parti dovesse ritenersi danneggiata dalla condotta dell’altra, ha a disposizione l’arma della rappresaglia commerciale, ripristinando dazi e tariffe.

Rimandato alle prossime settimane un negoziato settoriale sui servizi finanziari: il sogno britannico di diventare una Singapore sul Tamigi da cui competere con il resto del continente è ancora attuale; l’Unione europea dovrà garantire unilateralmente l’“equivalenza” alle compagnie finanziarie registrate nel Regno Unito o lasciarle in balia di autorizzazione nazionali da parte dei regolatori dei singoli Stati membri, sintetizza il Financial Times.

Viene meno il riconoscimento automatico delle qualifiche; e a pagare il salato conto della Brexit sarà anche la folta comunità accademica e scientifica del Vecchio continente. Con l’addio a Erasmus+ – il più famoso programma dell’Unione europea per la mobilità individuale degli studenti -, la cooperazione rimane soltanto sul fronte di ricerca e innovazione, con la partecipazione di Londra nel nuovo Horizon Europe come Paese terzo (ma i termini devono essere ancora discussi).

Escluso il ruolo della Corte di Giustizia dell’Ue dalla governance dell’accordo, se non per controversie relative alla partecipazione del Regno Unito ai programmi dell’Unione.

Da Dublino, rimangono le preoccupazioni per la pace  che avevano portato alla definizione di uno status peculiare per l’Irlanda del Nord nell’accordo di recesso, il Withdrawal Agreement entrato in vigore lo scorso 1° febbraio, così da evitare un confine fisico sull’isola, come previsto dall’Accordo del Venerdì Santo. La Repubblica d’Irlanda continuerà a finanziare la partecipazione degli studenti nordirlandesi a Erasmus+ (poco più di due milioni di euro l’anno, scrive l’emittente RTE).

Amareggiata dalla natura dell’accordo anche l’europeista Scozia, che si prepara al voto del 2022 con un crescente sentimento indipendentista. Racconta la BBC che Edimburgo sarebbe pure fortemente penalizzata dall’esclusione dell’autorizzazione all’export per le patate da seme, di cui gli agricoltori scozzesi sono tra i maggiori produttori al mondo.

Di Parlamento in Parlamento
Gli attori economici sono stati comunque colti impreparati: ci vorrà del tempo per adeguarsi alle nuove regole (che causeranno un calo del 4% del Pil britannico, secondo le prime stime); come ci vorrà del tempo per passare al setaccio tutte le 1246 pagine dell’accordo (non duemila, come si vociferava all’inizio).

Se la fumata bianca è arrivata intorno alle 16 del 24 dicembre, infatti, gli ambasciatori dei Ventisette si sono riuniti soltanto l’indomani mattina, tra cenone della Vigilia e pranzo di Natale; l’indomani, invece, è stato reso pubblico anche il testo dell’accordo commerciale e di cooperazione tra Unione europea e Regno Unito.

Prossima scadenza temporale in vista per il Parlamento britannico, che rientra dalla pausa natalizia il 30 dicembre per dare il via libera al deal. Sorte diversa, invece, per il Parlamento europeo, che emerge come il vero attore istituzionale “sconfitto” dal Brexit Game: non dirà la sua prima dell’entrata in vigore dell’intesa, che sarà provvisoriamente applicata già dal 1° gennaio, in attesa del voto (un netto sì o no) da parte degli europarlamentari nelle settimane successive.

Tra gli eurodeputati, c’è chi ha sottolineato il vicolo cieco in cui si trova il Parlamento, che sui trattati internazionali cui partecipa l’Unione ha soltanto potere di veto: ratificare un’intesa giudicata carente sotto molti profili o bocciare in blocco un accordo poco ambizioso ma che rimane essenziale per governare una situazione già caotica di suo e mai verificatasi in precedenza, quale l’addio di uno Stato membro.

È tempo di lasciarci la Brexit alle spalle”, ha detto con un certo sollievo Ursula von der Leyen. Ciliegina sulla torta un’infografica pubblicata dalla Commissione che mette a confronto i benefici del Brexit deal con la partecipazione all’Unione europea.

Al lettore il responso; ma Bruxelles suggerisce: il migliore accordo resta la piena membership dell’Unione europea.

Leggi l’analisi su Affarinternazionali.it.

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