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    Home » Cronaca » La Commissione Europea sceglie il telelavoro anche per il post pandemia

    La Commissione Europea sceglie il telelavoro anche per il post pandemia

    L'Esecutivo cerca un nuovo equilibrio tra lavoro in presenza e lavoro a distanza per i suoi funzionari, a cui è stata costretta nell'ultimo anno e mezzo a causa delle restrizioni per il Coronavirus. In autunno un nuovo piano "per cercare di incorporare il telelavoro nei nostri metodi di lavoro anche nell'era post-COVID", conferma un portavoce

    Fabiana Luca</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@fabiana_luca" target="_blank">@fabiana_luca</a> di Fabiana Luca @fabiana_luca
    29 Luglio 2021
    in Cronaca, Economia

    Bruxelles – Nell’era post-COVID anche i lavori delle Istituzioni europee saranno sempre più in modalità “smart”. La Commissione Europea sta riflettendo su come adattare i lavori nel Berlaymont a un futuro che sarà diverso dopo la pandemia, integrando lo smart working con cui è stata costretta a confrontarsi a causa del virus con il modello di lavoro in presenza del pre-crisi: una comunicazione sulle risorse umane arriverà in autunno e ci sarà spazio per un nuovo equilibrio tra lavoro a distanza e lavoro in presenza.

    A confermarlo è stato martedì 27 luglio Balazs Ujvari, portavoce della Commissione Europea, durante il briefing con la stampa rispondendo alle domande di un giornalista sulle indiscrezioni pubblicate da POLITICO la scorsa settimana, che hanno raccolto indiscrezioni che circolano da tempo tra i dipendenti delle istituzioni europee su come il telelavoro sarebbe diventato centrale nel dibattito europeo con la ripresa delle attività. Citando un documento interno di negoziati, POLITICO scrive che la Commissione proporrà ai suoi dipendenti di trascorrere almeno il 40 percento della loro settimana lavorativa (due giorni alla settimana) in ufficio e almeno il 20 percento (un giorno alla settimana) a lavorare da casa, se pure rimanendo non distanti dal luogo di lavoro. Questo perché “il personale deve essere in grado di venire fisicamente in ufficio entro due ore dal momento in cui viene istruito a farlo”, virgoletta il sito. Anche in questo anno e mezzo di pandemia i dipendenti in generale non sono stati autorizzati a lasciare la città nella quale ha sede il proprio ufficio “fisico”, pur se lavoravano esclusivamente dal loro PC senza recarsi sul luogo di lavoro. Così si stanno orientando anche altre organizzazioni internazionali, come il Fondo Monetario (FMI).

    Se già le Istituzioni di Bruxelles ci stavano riflettendo prima del COVID, la pandemia e la chiusura forzata per oltre un anno degli uffici hanno di fatto accelerato il processo. Il telelavoro, con la crisi legata alla pandemia, è cresciuto in maniera importante in tutti i Paesi europei, compresa l’Italia, dove precedentemente era molto limitato, coinvolgendo neanche il 5 per cento dei lavoratori dipendenti. Dopo una prima fase di impreparazione dovuta al fatto che nessuno si sarebbe aspettato lo scoppio di una pandemia, già nelle prime settimane di marzo 2020 la Commissione europea ha abbassato la saracinesca per cercare di frenare i contagi dentro le istituzioni, ai funzionari in posizioni “non cruciali” era stato chiesto di rimanere a casa in telelavoro.

    Già l’estate scorsa la gran parte dei funzionari ha fatto di nuovo ingresso negli uffici in formato ridotto e con turni, per cercare di limitare al minimo i contatti interpersonali. A lavorare tra me mura di un ufficio non sono certo solo i commissari, ma tutti i funzionari europei – tra giuristi, economisti e via così – che compongono le DG (Direzioni Generali), ciascuna responsabile per i vari ambiti politici. A fermarsi più di tutto, il rapporto diretto con la “bolla” dei giornalisti in pianta stabile a Bruxelles con il fatto che invece la sala stampa e il rituale briefing quotidiano siano rimasti inaccessibili e in formato virtuale fino al primo luglio scorso, quando è iniziata una progressiva riapertura anche a un numero limitato di giornalisti. Lo stesso si può pensare che sia avvenuto con i cosiddetti “gruppi di interesse”, i lobbisti, che invece sono una caratteristica del processo decisionale politico a Bruxelles e che solitamente.

    “L’ultimo anno ci ha messo alla prova e come tanti altri uffici di pubblica amministrazione al mondo abbiamo dovuto trasformare il nostro modo di lavorare  e ora sono in corso riflessioni per cercare di incorporare il telelavoro nei nostri metodi di lavoro anche nell’era post-COVID”, ha confermato il portavoce. Le esperienze di lavoro imposte per necessità dalla crisi “sono state estremamente positive” e per questo “ci sono state riflessioni in corso”.

    Ujvari per ora non ha fornito numeri, cifre o proporzioni precise su come sarà organizzato il telelavoro e quindi come sarà l’equilibrio tra giorni in presenza e giorni a distanza. Il tutto sarà dettagliato nella strategia sulle risorse umane. “Quindi per ora dobbiamo aspettare. Ma quello che posso confermare, ovviamente, è che il telelavoro farà parte del pacchetto. Gli daremo più importanza rispetto all’era pre-COVID, ma non è ancora chiaro quale sarà questa esatta proporzione”. Le dichiarazioni del portavoce riguardano solo la Commissione europea, ma è possibile che riflessioni di questo genere siano in corso anche dentro al Parlamento europeo – che per lo più ha lavorato a distanza, votando anche da remoto durante le sessioni plenarie – e anche il Consiglio dell’UE, che per lungo tempo ha ridotto al minimo gran parte delle sue riunioni, organizzando le altre in modalità virtuale.

    Tags: commissione europeacoronavirusCovid 19Fmilavoro a distanzapandemiasmart workingtelelavorounione europea

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