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I talebani avanzano, l'UE arretra. Sei Paesi chiudono le porte agli immigrati afghani presenti e futuri
[foto: Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (FRA). Elaborazione: Eunews]

I talebani avanzano, l'UE arretra. Sei Paesi chiudono le porte agli immigrati afghani presenti e futuri

Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi esortano la Commissione europea a lavorare per favorire i rimpatri ed espellere chi già si trova in Europa e non si riesce ad integrare

Bruxelles – Adesso l’Afghanistan va nuovamente paura e rilancia il braccio di ferro tutto comunitario sulle politiche migratorie. Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi fanno fronte comune contro la nuova rotta che si crea all’avanzare dei talebani nel Paese asiatico, e chiedono alla Commissione europea di intervenire. Si chiedono rimpatri, ed espulsioni per i cittadini ritenuti difficili da integrare e potenzialmente pericolosi per la sicurezza nazionale.

Nella lettera congiunta indirizzata ai commissari Ylva Johannson (Affari interni) e Margaritis Schinas (Stile di vita europeo), si ricorda che ci sono 4,6 milioni di afghani sfollati nei confronti dei quali “l’obiettivo comune” dovrebbe essere quello di “fornire il miglior sostegno possibile alle persone con necessità nei Paesi vicini”, così da “ridurre la pressione migratoria” lungo la rotta e le frontiere europee. Si teme che una parte del popolo afghano si metta in marcia, e si intende chiudere loro le porte dell’Europa in faccia.

Si propone una cooperazione diretta con Pakistan e Iran, ma si esprime preoccupazione per la decisione delle autorità afghane di porre uno stop ai rimpatri forzosi verso il Paese. “Non c’è alcuna clausola che preveda lo stop o la sospensione” di rimpatri secondo le regole della Dichiarazione congiunta per la cooperazione in materia di immigrazione (JDCM), lamenta il gruppo dei sei. “Di fronte a tale contesto, esortiamo la Commissione ad impegnarsi in un dialogo intensificato con le autorità afghane” affinché si prendano carico dei loro cittadini. “Fermare i rimpatri manda un segnale sbagliato e può motivare anche più cittadini afghani a lasciare le loro case“.

L’Europa della solidarietà getta la maschera. Non si è disposti a dare una mano agli afghani ripiombati nei disordini dopo la fine di una missione internazionale, a cui hanno partecipato gli Stati membri UE aderenti alla NATO. Di fronte alla nuova instabilità, gli Stati si arroccano su sé stessi.

La posizione tedesca si spiega per ragioni elettorali. A fine settembre si vota per forgiare l’era post-Merkel, in una delle elezioni più incerte di sempre. La CDU della cancelliera uscente non è nella posizione di assumersi impegni umanitari e umani su un tema sensibile agli occhi di un’opinione pubblica. Ma le ragioni di politica interna guidano anche gli altri governi che, per ragioni diverse, non possono e non vogliono dare il buon esempio sull’immigrazione.

Si parla di “ritorni sicuri” in un Paese che sicuro ha smesso di esserlo. Oltretutto molti sono scappati proprio dal regime dei talebani, e si rischia di riconsegnarli nelle mani di chi li ha costretti alla fuga. La posizione dell’Europa che si volta dall’altra parte è l’esatto contrario della solidarietà tanto sbandierata a Paesi come Ungheria, Slovacchia, Polonia nel momento in cui a est non si voleva offrire alcun contributo in materia migratoria. La lettera dei sei dà ragione al blocco di Visegrad e alla politica dell’intransigenza.

Ma non finisce qui. Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi denunciano la presenza di “gruppi di cittadini afghani nel nostro sistema di asilo che necessitano di particolari attenzioni in fatto di integrazione“. Nel nome del “comune interesse” e come “questione di prioritaria importanza”, la coalizione dei sei suggerisce che “soprattutto i cittadini afghani che si macchino di reati gravi debbano lasciare l’UE“.

L’UE non vuole gli afghani che si affacciano, e vuole disfarsi di quelli che già ci sono. Una politica che sconfessa ogni discorso su valori e che rende ancora più complicato il lavoro di riforma delle politiche comuni in materia di asilo e immigrazione.

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