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La Strategia UE per l'Indo Pacifico: diritti, semiconduttori e libertà di navigazione

La Strategia UE per l'Indo Pacifico: diritti, semiconduttori e libertà di navigazione

Un giorno dopo l'annuncio della storica alleanza tra USA, UK e Australia, i paesi europei presentano la Strategia di cooperazione per l'Indo Pacifico. Al centro i diritti umani, il clima e le catene del valore, con un occhio al ruolo della Cina

Bruxelles – L’Unione europea arriva al banco di prova dell’Indo Pacifico. L’Alto rappresentante Josep Borrell ha presentato il 16 settembre la Strategia dell’Unione europea per la cooperazione nell’Indo-Pacifico. Si tratta di un documento programmatico che muove i suoi passi dalle conclusioni approvate dal Consiglio lo scorso aprile. In quell’occasione si era parlato della necessità di elaborare un approccio comune dei 27 per “contribuire alla stabilità regionale, alla sicurezza, alla prosperità e allo sviluppo sostenibile” della regione.

La Strategia UE per l’Indo Pacifico: gli interessi europei

Il documento conferma l’impegno delle istituzioni europee nella stabilità del quadrante, così come quello per “promuovere i diritti umani” e “dare solidità all’ordine internazionale democratico”. Secondo la Strategia la presenza europea nel quadrante si impone alla luce della crescente centralità economica dello spazio Indo Pacifico e dei recenti sviluppi geopolitici che lo hanno trasformato in un teatro di intensa competizione geopolitica.

Tra gli interessi dell’UE vengono nominati anche la salvaguardia del clima e la necessità di mettere al sicuro le catene del valore che assicurano l’approvvigionamento – con un occhio particolare ai semiconduttori, nominati anche nel discorso sullo stato dell’Unione di Ursula von der Leyen del 15 settembre scorso. Obiettivo che dovrà essere raggiunto grazie alle partnership con alcuni paesi locali, principalmente Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

I rapporti con la Cina

All’interno del documento si parla di un approccio “dalle molte sfaccettature” nei confronti della Cina, additata ora come uno dei responsabili della corsa agli armamenti della regione, ora come partner con cui affrontare sfide comuni. Un approccio che gli USA continuano a considerare troppo ambiguo. Il 15 settembre, appena un giorno prima della presentazione del piano dell’UE, l’annuncio di un partenariato strategico tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito che esclude ogni partecipazione europea – e rottama un accordo di forniture militari francesi da 34 miliardi, ha fatto saltare i nervi a Parigi. Borrell ha confermato di non essere stato informato delle trattative.

In conferenza stampa, l’Alto rappresentante è tornato sulla questione del rapporto con gli USA, affermando che “gli Americani sembrano di non fidarsi di noi quando devono portare avanti i loro interessi, in questo caso verso la Cina”. Da Washington probabilmente ci si aspettava una presa di posizione più netta nei confronti delle ingerenze cinesi, in cui magari si ricordasse (ancora una volta) che insieme ad un partner Pechino è anche un rivale sistemico – come specificato in una serie di documenti della Commissione e del Servizio di azione esterna a partire dal marzo 2019.

Ostilità nei confronti della Cina che potrebbe forse ravvisarsi tra le righe della Strategia UE per l’Indo Pacifico. In particolare nel passaggio in cui viene ribadito l’impegno dell’UE per “assicurare la sicurezza marittima e la libertà di navigazione, in accordo con il diritto internazionale e in particolare con la Convenzione per la legge del mare delle Nazioni unite (UNCLOS)”. Dicitura apparentemente neutrale che però apre alla possibilità di immaginare le marine europee impegnate in operazioni di tipo FONOPS (Freedom of navigation operations), da sempre alla base delle tensioni tra Pechino e i rivali (USA e Taiwan in testa) nei mari antistanti le coste cinesi.