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Difesa comune, primo passo ma prima all'Europa serve la politica estera

Difesa comune, primo passo ma prima all'Europa serve la politica estera

A Roma politici ed esperti discutono sul progetto della Bussola strategica e i passaggi per rafforzare la sicurezza e l'obiettivo di un esercito europeo. Per il ministro Guerini il percorso deve essere complementare alla Nato. Bonino: "Manca la testa, il problema e chi decide dei 5 mila soldati"

Roma – La difesa comune europea è un passo necessario ma gli ostacoli che ha davanti non sono facilmente superabili. L’impegno dei Paesi membri è assicurato finora dalla decisione della ‘Bussola strategica’, scatola dentro alla quale è cominciato un percorso che nella storia dell’integrazione è sempre stato complicato. Promosso dall’ufficio italiano del Parlamento europeo e della Commissione, l’evento ha coinvolto esponenti politici ed esperti militari che ne hanno evidenziato le opportunità e alcuni limiti.

Il tema è attualissimo e il progetto, pur essendo partito prima, è diventato ancora più urgente dopo il 24 febbraio e l’aggressione della Russia all’Ucraina. Ne è convinto il ministro della Difesa Lorenzo Guerini secondo cui “a questo primo passo ne devono seguire altri con ambizione e coraggio”. Da parte italiana “c’è sempre stata la convinzione profonda che l’Ue debba diventare un attore in grado di incidere sulla sicurezza globale”, ragione per cui è sempre stata nel gruppo di testa nel sostegno alla Bussola strategica perché la difesa comune “prima di essere una questione militare è prima di tutto una decisione politica”. Condivisone delle minacce esterne, costruzione di sistemi comuni e spinta al settore tecnologico industriale: il rafforzamento della capacità di difesa dell’Ue è necessario insieme a quello diplomatico. Il ministro della difesa insiste che il percorso deve procedere “in piena complementarietà con la Nato, attenti che il suo sviluppo non nasca da una crisi di fiducia o dall’affrancamento dall’alleanza transatlantica”.

Progetto “non più rimandabile”, concorda il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Ue e fresco di nomina alla guida di Fincantieri. “La Nato nasce come alleanza difensiva, l’Europa è un’organizzazione sovranazionale con potere politico ed economico ma il soft power deve essere supportato dall’hard power” ovvero diplomazia accanto alla componente militare. In poche parole se per 30 anni la Nato è stato il braccio armato dell’Onu, ora questo non è più possibile e “questo spazio deve essere coperto dall’Europa”.

Da Emma Bonino arrivano i ‘ma’, ovvero l’assenza di una politica estera comune che rende difficile impiegare anche quel piccolo contingente di 5 mila uomini previsto nelle decisioni del recente Consiglio europeo. “Tutto bene –  esordisce l’ex commissaria Ue e ministra degli Esteri – ma chi decide come impegnare questo nucleo di militari e dove? Se non c’è una politica estera comune, una politica di difesa non ha chances e non serve”. Con il paradosso del palazzo costruito dal tetto, così Bonino insiste sulla necessità di portare avanti il percorso secondo le due velocità già adottate per alcuni temi (euro e Schengen), “perché il problema non è tecnico, quello che manca è la testa, chi decide e se ne assume le responsabilità”.

La cooperazione rafforzata per accelerare il progetto convince anche il leader di Azione ed europarlamentare Carlo Calenda, che però mette lo stop ad ulteriori allargamenti. “Se continuiamo ad allargare, l’Europa si indebolisce come è successo per Polonia e Ungheria che è diventata la quinta colonna della Russia”. Serve una difesa europea, l’Italia “deve aumentare la spesa militare tutta spostata sul personale mentre ci servono sistemi antimissile” poi l’ottimismo di Calenda scende in picchiata per dire che “passata l’emergenza della guerra, non se ne parlerà più e si tornerà nei ranghi, come accadrà per i gassificatori”.

Dalla tesi dell’allargamento si distanzia il segretario del Pd Enrico Letta che cita a supporto l’intuizione di Romano Prodi: “Meno male che abbiamo fatto entrare i Paesi dell’Europa orientale, immaginiamo cosa sarebbe oggi con la guerra alle porte se quei Paesi fossero in un limbo”. Un passaggio che serve al leader dem per rilanciare la proposta della ‘Confederazione europea a 36’ perché “stiamo sbagliando nel fare delle promesse senza pensare alle conseguenze. Con le attuali regole europee saluteremo l’ingresso dell’Ucraina nel 2036 e ciò è irresponsabile e alimenta un forte rischio di frustrazione”. Per Letta il passo della Bussola strategica “è positivo ma insufficiente, scritto per un altro tempo perché il 24 febbraio è la data di una cesura profonda della storia europea. C’è bisogno di ambizioni maggiori e tempi più certi e la sicurezza europea non è solo un tema di difesa di progettualità e propria soggettività”.

“Non siamo solo un grande mercato” spiega Antonio Tajani presidente della commissione Affari costituzionali dell’europarlamento, tornando sul tema della necessità di una politica di difesa, “un dispositivo militare importante anche nelle fasi non belligeranti, strumento operativo sanitario e di protezione civile nelle emergenze e di tutte le operazioni di soccorso”. Ma tornando ‘a chi decide’, Tajani indica la necessità di una guida unica nella governance europea e in un ruolo protagonista e più incisivo del Parlamento.

Industria, ricerca e tecnologia, chiavi di sviluppo per l’economia nazionale e non solo. Ne parla Alessandro Profumo, presidente di Leonardo che ricorda quanto sia fondamentale lo sviluppo del settore della difesa per il complesso industriale, dallo studio dei materiali, all’intelligenza artificiale, fino ai big data e la cybersicurezza. “Sviluppare le nostre competenze e ciò che sappiamo fare bene per investire nel modo giusto, altrimenti spendiamo male i soldi dei cittadini”, spiega Profumo che cita ancora una volta il paradosso di 17 mezzi blindati diversi degli eserciti europei.

Tema caro a Guido Crosetto, ex parlamentare di Fratelli d’Italia e presidente della Federazione delle aziende dell’aerospazio e della difesa, che non tralascia gli ostacoli concreti e pratici tra le righe della difesa comune. “Quando parliamo di forze armate in Europa pensiamo ai francesi che vanno a combattere, gli italiani che hanno funzioni di peace keeping e i tedeschi qualcosa di più della protezione civile: il primo ostacolo è culturale. Poi c’è la componente industriale, aziende concorrenti che fanno prodotti similari, “si guardi all’aeronautica dove l’Europa è spaccata in due. Poi c’è il problema politico, tre aspetti critici che possiamo superare solo con uno Stato federale”. Il primo nucleo di 5 mila soldati per Crosetto “è importante anche se è un topolino e l’unico modo per cominciare”.

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