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L'autunno che verrà: misure concrete contro il caro energia

L'autunno che verrà: misure concrete contro il caro energia

La crisi creatasi con la dipendenza di molti Paesi Ue dal gas russo dimostra che le economie europee non possono fare a meno di energie di base stabili

Il mio amico Chicco Testa, in un recente intervento sul ‘Foglio’, dice giustamente che la drammatica crisi energetica che il nostro continente sta vivendo dimostra come “l’Europa si trovi davanti al fallimento della sua politica energetica tutta fondata sul green deal e su una speranza eccessiva nelle fonti rinnovabili, dimenticando completamente le ragioni di sicurezza che dovrebbero essere al primo posto nelle scelte energetiche”.

Da queste pagine tante volte abbiamo denunciato l’ideologismo, per non dire il messianismo, di un ambientalismo estremo nutrito da un pregiudizio anti-impresa, anti-industria, anti-tecnologia che, senza porsi problemi concreti e soluzioni praticabili per perseguire l’obiettivo giusto della decarbonizzazione delle nostre economie, si è limitato a urlare slogan senza curarsi della implementazione e della concrete ripercussioni delle scelte fatte.

E così la transizione energetica invece che terreno di cooperazione e condivisioni tra famiglie, imprese e Stati si è trasformata troppo spesso in un’inconcludente scontro ideologico tra i ‘sacerdoti’ delle rinnovabili e dell’elettrificazione di tutto e a ogni costo e i fautori di posizioni più pragmatiche e razionali, che sostengono l’esigenza di neutralità tecnologica dell’approccio alla decarbonizzazione, che significa che tutte le tecnologie vanno bene (compreso il nucleare di quarta generazione) se abbattono la CO2.

Lo stesso dibattito europeo (Commissione e Consiglio), lunghissimo e faticosissimo, sulla cosiddetta ‘tassonomia’ e cioè sull’elenco delle tecnologie energetiche ammissibili per i finanziamenti europei, letto alla luce di ciò che sta accadendo oggi, ha del surreale.

Il nucleare di nuova generazione vi è ammesso solo grazie al peso della Francia in seno all’Unione, ma il gas vi rientra con limiti così stretti da rendere quasi impossibile la pratica applicazione, così come non vengono inserite le tecnologie di cattura delle CO2 che consentirebbero di avere generazione elettrica a turbogas senza emissione di CO2, con ciò negando di fatto il ruolo del gas come energia della transizione.

Quasi contemporaneamente la Germania, in una sorta di teatro dell’assurdo, è costretta a un ricorso massiccio al carbone, a fortissimi investimenti nella realizzazione di rigassificatori nel mare del Nord, alla riapertura di attività estrattive di gas e carbone, al prolungamento della vita utile delle centrali nucleari.

La crisi creatasi con l’insensata dipendenza di molti Paesi europei dal gas russo dimostra che le economie europee, così come tutte le economie del mondo, non possono fare a meno di energie di base stabili.

Non ci stancheremo mai di ripetere che le energie rinnovabili, per quanto potenziate e ampliate, non sono sufficienti. Esse sono intermittenti e vanno complementate appunto con la produzione di energia di base stabile (base load) che solo i turbogas con cattura di CO2 o il nucleare di nuova generazione possono produrre senza emissioni di CO2. L’energia di base è indispensabile per il funzionamento delle industrie, degli ospedali, dei treni, di moltissimi servizi ecc.

A questa questione, molto semplice e chiara, l’estremismo ambientalista non dà risposte se non facendo un generico riferimento agli accumuli e alle batterie, che sono una tecnologia per ora poco più che agli esordi, molto costosa e che crea nuove dipendenze strategiche per i materiali da cui sono fatte (litio, terre rare, vanadio ecc.).

Ma accanto alla prospettiva strategica, che andrà probabilmente rivista non nel senso di rimettere in discussione l’obiettivo della decarbonizzazione ma piuttosto dei percorsi per attuarla, c’è il tema dell’emergenza.

L’Italia ha la seconda industria d’Europa dopo la Germania. Un asset di importanza vitale per il nostro Paese e senza il quale saremmo relegati all’insignificanza economica e quindi anche politica.

Ebbene la bolletta energetica (elettricità più gas) di tutta l’industria manifatturiera italiana è stata nel 2019, ultimo anno pre-Covid, di circa 11 miliardi di euro. Quest’anno supererà abbondantemente i 60 miliardi di euro. 50 miliardi di euro di differenza che stanno mettendo in crisi tutti i settori energivori e che si tradurranno in perdite, minori investimenti, minore occupazione.

L’industria da sola non ce la fa ad attraversare questa tempesta. Ha bisogno di interventi mirati che in altri Stati sono stati assunti pur in presenza di sistemi molto meno importanti di quello italiano.

Il Governo Draghi da un lato ha rapidamente ed efficacemente adottato una politica di diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas che ci libererà completamente dalla parziale dipendenza dal gas russo, ma solo nel 2024; e dall’altro è intervenuto con provvedimenti emergenziali del valore di più di 35 miliardi a favore di famiglie e imprese che certamente per la prima metà dell’anno hanno alleviato l’impatto della crisi energetica.

Ma nelle ultime settimane la crisi si è, se possibile, ancor più indurita, con nuove drammatiche esplosioni del prezzo del gas che si trascina dietro il prezzo dell’energia elettrica.

La situazione non cambierà nei prossimi mesi fino a quando, come detto, ci sarà la dipendenza dal gas russo; e quindi il prezzo europeo del gas dipenderà da decisioni del Cremlino dettate esclusivamente da fattori geopolitici, in particolare dalle convenienze e dalla pressione russa sull’occidente con riferimento al conflitto in Ucraina.

Bisogna quindi prepararsi allo scenario peggiore e passeremo un inverno difficile.

Siamo in campagna elettorale e come già denunciato da queste pagine il tema energetico, sia nella sua accezione congiunturale che in quella più strutturale e prospettica, occupa assai poco spazio nei programmi delle varie forze politiche.

Solo negli ultimi giorni si sono sentite, da parte di alcuni leader, proposte per affrontare l’emergenza; nella maggior parte dei casi si è trattato di idee generiche e un po’ demagogiche di cui non si sono chiariti gli aspetti tecnici, e soprattutto chi paga. Solo Carlo Calenda, sia nel programma dettagliato sul punto del Terzo Polo sia con un recente intervento sull’argomento, ci pare abbia detto cose serie e concrete.

Ci sono poche e semplici cose da ricordare a proposito di indispensabili misure di emergenza.

  • Non si può fare un price cap nazionale. Serve un price cap europeo anche se da mesi la proposta di Draghi non incontra consenso in Europa. Con il livello di interconnessioni con l’estero che abbiamo, una misura nazionale rischia di avvantaggiare concorrenti di altri paesi europei, che verrebbero in Italia a comprare l’energia a basso prezzo. La Spagna ha potuto fare il price cap per il livello bassissimo delle sue interconnessioni con l’estero;
  • Si può fare il decoupling, e cioè distinguere il prezzo dell’elettricità in base a come essa viene prodotta. A questi prezzi i rinnovabilisti che non hanno venduto a lungo termine l’energia prodotta dai loro campi fotovoltaici o eolici o con l’idroelettrico stanno guadagnando un sacco di soldi. Ebbene, se questa energia venisse comprata da un Acquirente Unico Pubblico a un prezzo fisso comunque remunerativo per i produttori rinnovabili (70-80euro per MWh) e miscelata poi con l’energia assai più cara prodotta dai turbogas si potrebbe ottenere una riduzione significativa del prezzo medio.
  • Questo intervento pubblico dovrebbe non ammazzare quel poco di mercato dell’energia che c’è, fatto soprattutto da grossisti e rivenditori oggi in grande difficoltà a servire i loro clienti a questi prezzi. Se il prezzo dell’energia elettrica e del gas è decuplicato in un anno anche i fabbisogni di circolante di queste imprese sono decuplicati, e senza un intervento di prestazione di garanzie pubbliche i grossisti non ce la fanno, e il peso delle forniture mancate ai loro clienti rischia di riversarsi integralmente sulle spalle dello Stato con il meccanismo chiamato di ‘salvaguardia’;
  • Per le industrie energivore occorre assumere provvedimenti ad hoc con prezzi temporaneamente amministrati. Questi provvedimenti ovviamente costano. Il costo è la differenza tra il prezzo amministrato e il costo di mercato dell’approvvigionamento di quella stessa energia. Il costo dell’intervento sarebbe però certamente inferiore ai costi economici e sociali di chiusure generalizzate e prolungate di molti settori come acciaio, carta, ceramica, vetro, fonderie, vari comparti della chimica.
  • Bisogna facilitare l’accesso a garanzie pubbliche per le imprese energivore che non riescono più a ottenere forniture di gas dai grandi fornitori a meno di non fare pagamenti anticipati per molte mensilità o di prestare costose fideiussioni bancarie.
  • Le industrie energivore sono disposte ad attuare misure di contenimento dei consumi di gas e di energia elettrica su base volontaria, così come indicato dalla direttiva europea, ma chiedono che vengano esplicitati gli indennizzi per la copertura dei costi fissi delle chiusure e che vengano loro consentite programmabilità e flessibilità degli interventi di fermata e quindi di riduzione dei consumi.

L’adozione di queste misure emergenziali è difficile sempre, ma lo è in particolare con un governo non nella pienezza dei suoi poteri come l’attuale. E ancora una volta emerge l’irresponsabilità di chi, in un momento così difficile, ha privato l’Italia del Governo Draghi e del suo leader.

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