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    Home » Politica Estera » L’ambasciatore di Israele in Italia: la soluzione “due popoli due Stati” è tra quelle possibili, ma Ue e Usa non tentino di imporre nulla

    L’ambasciatore di Israele in Italia: la soluzione “due popoli due Stati” è tra quelle possibili, ma Ue e Usa non tentino di imporre nulla

    Intervista con Alon Bar: "Il punto di partenza è che l'Unione europea ci deve consultare, noi israeliani come anche gli altri attori della regione -i Paesi arabi- e i rappresentanti dei palestinesi, ovviamente"

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    7 Dicembre 2023
    in Politica Estera
    Alon Bar

    Alon Bar

    Roma – Nei rapporti con Gaza “abbiamo tentato tutte le strade possibili”, ma alla fine la risposta militare all’attacco del 7 ottobre “non l’abbiamo scelta noi”. Mentre il conflitto tra Israele e Hamas è in uno dei suoi momenti più duri, abbiamo parlato con l’ambasciatore d’Israele in Italia Alon Bar, per capire, in particolare, quali sono i rapporti con i Paesi europei e, soprattutto quale può essere la strada da seguire nel “dopo Gaza” e che ruolo può avere l’Unione Europea, che non deve, spiega il diplomatico, tentare di “imporre” le sue soluzioni, ma deve avviare un dialogo aperto con tutti gli attori nella Regione.

    Eunews: Ambasciatore Bar, lei rappresenta Israele in Italia, conosce bene però la realtà europea più in generale. Che rapporti ha Israele con l’Europa?

    Bar: Siete una Regione amica, un importante partner politico, economico, scientifico e culturale per Israele. Abbiamo grandi relazioni commerciali, tanto che abbiamo anche adottato la gran parte delle regole interne dell’Unione Europea e partecipiamo a moltissimi strumenti UE. Le relazioni non sono le stesse con ogni Paese dell’Unione, è una realtà complessa, ma in generale, al di là delle relazioni commerciali, condividiamo molti valori politici e culturali, come la democrazia, lo stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e delle leggi internazionali.

    E.: In particolare con le istituzioni dell’Unione Europea quali sono le relazioni?

    B.: In questo momento difficile abbiamo trovato prevalentemente molta solidarietà e comprensione nel Parlamento europeo e nel Consiglio. Con la Commissione abbiamo avuto grande solidarietà, ma anche qualche disaccordo, abbiamo visto alcune dichiarazioni di Borrell (Josep Borrell, l’alto rappresentante per la Politica estera, ndr) molto critiche nei confronti di Israele, che però non necessariamente riflettono le posizioni di numerosi Stati Membri. Ci sono alcuni Paesi, come Spagna e Irlanda, che sembrano essere più solidali con le posizioni dei palestinesi, ma in generale posso affermare che c’è un dialogo e che lavoriamo per trovare intese positive.

    E.: E con l’Italia, qual è lo stato delle relazioni, come giudica le posizioni del governo, del Parlamento, e anche della società civile?

    B.: Abbiamo ottime relazioni con il governo, che ha mostrato grande solidarietà, sia da parte del primo ministro Giorgia Meloni sia da importanti ministri come Antonio Tajani o Guido Crosetto, che la settimana scorsa è andato in visita in Israele. Abbiamo trovato comprensione anche da parte di molti altri ministri, che hanno mostrato sostegno verso Israele anche partecipando alla recente manifestazione contro l’antisemitismo. Anche in Parlamento troviamo solidarietà, ed in Senato è stata approvata una mozione importante che condanna l’attacco di Hamas e le uccisioni compiute, lo riconosce come responsabile delle morti di civili israeliani e civili di Gaza usati come scudi umani, e riconosce il diritto di autodifesa di Israele. Vediamo anche critiche nei confronti di Israele nel vostro Paese, ovviamente, ma in generale devo dire che le relazioni sono molto buone.

    E.: Una domanda che in molti si fanno, dando le risposte più diverse, è perché Hamas abbia scatenato l’attacco del 7 ottobre, così violento, di dimensioni enormi. Lei che spiegazione ha?

    B.: Non esiste una ragione che possa giustificare quanto commesso da Hamas. E non è mio compito capire perché hanno fatto questa scelta. Stiamo parlando di terroristi fondamentalisti il cui obiettivo dichiarato nella Carta fondativa è distruggere Israele e gli ebrei. Hanno usato i soldi arrivati dalla solidarietà degli organismi internazionali e di Israele per Gaza per finanziare i loro attacchi, che vanno avanti da anni. Sono persone molto crudeli, che vogliono trasformare il territorio israeliano e quello palestinese in un califfato islamico.

    E.: Israele, uno Stato che vanta di appartenere al consesso degli Stati democratici, non aveva un’altra via per rispondere all’attacco del 7 ottobre?

    B.: Per quindici anni abbiamo provato di tutto. Siamo completamente usciti da Gaza, il loro confine con l’Egitto era aperto, decine di migliaia persone da Gaza venivano ogni giorno a lavorare in Israele, abbiamo provato a difenderci dai missili con il sistema Iron Dome e dalle penetrazioni fisiche con una barriera. Ma Hamas ha sempre preferito la strada dell’attacco militare, del lancio dei missili.

    Noi non abbiamo scelto questo tipo di risposta, negli anni, in particolare negli ultimi 15, abbiamo tentato ogni via alternativa di convivenza, ma non ha funzionato.

    Ora l’emergenza è eliminare la capacità di Hamas di attaccarci da Gaza. In questo sforzo noi facciamo tutto il possibile per distinguere i civili dai terroristi di Hamas, mentre questi ultimi non solo non fanno distinzioni, ma usano i civili di Gaza, compresi donne e bambini, come scudi umani per proteggere se stessi, si nascondono nelle le scuole, anche quelle dell’ONU, negli edifici degli organismi internazionali come l’UNRWA, negli ospedali, nelle moschee, tra la gente. E noi dobbiamo fermare la violenza di Hamas, che ha ucciso, mutilato, decapitato, stuprato e preso in ostaggio civili israeliani inermi. Non abbiamo altro obiettivo che questo.

    E.: Questo momento di guerra finirà. Cosa succederà dopo, ed in particolare, quale ruolo può avere l’Unione Europea nel futuro, quando si arriverà al momento della ricostruzione di Gaza?

    B.: Il punto di partenza è che l’Unione Europea ci deve consultare, noi israeliani come anche gli altri attori della regione – i Paesi arabi – e i rappresentanti dei palestinesi, ovviamente. L’obiettivo deve essere la ricostruzione di una Gaza che non sia una minaccia per Israele. Se l’Unione Europea è disponibile a partecipare a questo sforzo, noi saremmo molto lieti di cooperare con essa. Ma l’Unione europea non deve pensare che i suoi 27 membri possano decidere cosa succederà qui, e pretendere di imporlo né a noi né ai palestinesi. Bisogna che si avvii un dialogo nel quale non si imponga nulla a nessuno. Per questo l’Ue deve riconquistare la sua credibilità nella disponibilità a lavorare in coordinamento con noi, e diventerà un partner importante per creare un nuovo regime per una Gaza che viva in pace e che non abbia come obiettivo di essere una minaccia per Israele.

    E.: L’Unione ha ribadito la sua posizione dei “due popoli e due Stati”. Lei cosa ne pensa di questo obiettivo?

    B.: Il dibattito sulla questione è aperto in Israele. Alcuni dei nostri politici sono a favore, altri contro. Indubbiamente, noi non vogliamo controllare Gaza, e riteniamo debba esservi istituita un’amministrazione civile con la quale poter dialogare. Certamente non può essere con Hamas che si discute, anche perché loro sono contrari alla soluzione dei “due popoli due Stati”.

    Noi non possiamo accettare soluzioni imposte dagli Stati Uniti o dall’Unione Europea, ma quella due “due popoli e due Stati” è certamente una di quelle possibili. Dobbiamo parlarne, dobbiamo avere un confronto che possa portare a dei progressi. Una volta eliminato il pericolo costituito da Hamas e istituito un ambiente sicuro, sarà più facile fare progressi.

     

    Tags: ambasciatoregazahamasisraele

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