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    Home » Editoriali » La prima regola del Parlamento europeo: non disturbare i governi

    La prima regola del Parlamento europeo: non disturbare i governi

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    21 Novembre 2024
    in Editoriali
    Commissioni Parlamento Ue

    La penosa recita delle audizioni dei candidati commissari europei sembra giunta al termine. A cosa è servita? A tenere un po’ di riflettori accesi su un Parlamento europeo (che ha creato lui questa procedura che non è prevista dai Trattati) che ha dimostrato di non meritarli. L’unica variazione vera è che è stata tolta qualche delega al commissario scelto da Viktor Orban (che si era mostrato inadatto in maniera imbarazzante ad occuparsi di alcuni temi che riguardano i diritti delle persone).

    E’ servita anche ad un’altra cosa, che però era già nota: a dimostrare che questa legislatura è spostata a destra, con il Partito dei Conservatori europei che per la prima volta si prende un vice presidente della Commissione ed in cui voti sono attivamente cercati dal Partito popolare anche per la legislazione ordinaria.

    Non è che un vice presidente conti davvero qualcosa. E’ un titolo onorifico più che altro, e qualche seccatura in più rispetto ai colleghi per garantire un coordinamento settoriale, anche se Ursula von der Leyen ha creato uno spezzatino tale che l’unico, vero, settore che esiste in Commissione è il suo potere quasi assoluto sugli altri 26 membri del collegio.

    E’ stato penoso in queste settimane vedere parlamentari che si sono lanciati nelle trincee delle “Linee rosse” insuperabili che sono poi state inondate dalla prima brina del mattino. Niente, alla fine non è successo niente e la Commissione europea è quella che hanno disegnato i governi e von der Leyen.

    E lo ha ben mostrato il fatto che dopo qualche settimana durante la quale i ragazzi del Parlamento si lanciavano a vicenda le più terribili minacce sono entrati in campo di capi di Stato e di governo (Macron, Sanchez, Tusk, probabilmente anche Meloni) per dire “ok, basta, i Trattati dicono che tocca a noi indicare i commissari, vi abbiamo lasciato un po’ di spazio, non siete riusciti a gestirlo e dunque si fa come diciamo noi, tornate ai posti”. E i deputati si sono adeguati.

    In queste settimane si è lavorato un po’ sulla politica interna di alcuni Paesi, segnatamente la Spagna e l’Italia, che risultati sono stati raggiunti lo si vedrà nei Paesi, ma a livello del Parlamento europeo l’unica cosa che è veramente successa è che i Verdi, che pure avevano sostenuto il nuovo mandato a von der Leyen, probabilmente si tireranno fuori, i Conservatori, almeno nella parte italiana, sosterranno il bis. L’unico che si dice sia molto arrabbiato in Europa è Orban, per via delle deleghe sfilate al suo commissario, dunque forse lì la partita non è ancora del tutto chiusa, ma comunque i Patrioti (il suo gruppo parlamentare) hanno il loro commissario che ha la fiducia del Parlamento.

    E ne esce, ma è quasi banale dirlo, un vittorioso Partito Popolare, che, nonostante accordi scritti e voti che saranno espressi in questo processo, ha confermato che, in questa legislatura, una maggioranza politica non c’è, perché, come hanno scritto su questo giornale Emanuele Bonini e Simone de La Feld, non c’è più fiducia tra gli “alleati” e perché ora ha legittimato la possibilità di allearsi a destra o a manca a seconda delle convenienze del momento.

     

    Tags: accordoaudizionicommissione europeaparlamento europeo

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