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    Home » Politica » A Parigi non passa la censura contro il premier Bayrou

    A Parigi non passa la censura contro il premier Bayrou

    Il voto di sfiducia richiesto all'Assemblea nazionale dalla sinistra radicale non ha ottenuto il supporto trasversale necessario per detronizzare il primo ministro francese, che rimane così al timone dell'esecutivo. Cruciale il sostegno di socialisti e lepenisti, che però l'inquilino di Matignon non può dare per scontato, a partire dall'approvazione della legge di bilancio

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    16 Gennaio 2025
    in Politica
    Emmanuel Macron Francois Bayrou

    Il primo ministro francese François Bayrou (sinistra) e il presidente della Repubblica Emmanuel Macron (foto: Georges Gobet/Afp)

    Bruxelles – Stavolta, la matematica dell’Assemblée nationale non ha giocato a favore della sinistra radicale, la cui mozione di censura contro il primo ministro François Bayrou si è infranta contro la defezione dei socialisti mentre si era sfilata anche l’estrema destra. Il capo dell’esecutivo transalpino guadagna qualche altra settimana al potere, ma rimane lo scoglio della legge di bilancio, che andrà approvata da un Parlamento mai così frammentato nella storia moderna della Francia.

    Il voto in Aula

    Nel tardo pomeriggio di oggi (16 gennaio), i deputati hanno votato in larga maggioranza contro la mozione di sfiducia depositata l’altro ieri da La France insoumise (Lfi), il partito di sinistra radicale guidato da Jean-Luc Mélenchon che costituisce la principale forza all’interno dell’eterogeneo Nouveau front populaire (Nfp), la coalizione progressista che comprende anche socialisti, ecologisti e comunisti.

    Non sono dunque bastati i 131 “sì” messi insieme dalle sinistre, poiché per disarcionare Bayrou ne erano necessari 288. Pallottoliere alla mano, a Mélenchon e compagni sono mancati i 66 voti degli alleati del Parti socialiste (Ps) e, soprattutto, i 124 dell’estrema destra del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen, figlia del recentemente scomparso Jean-Marie.

    Marine Le Pen
    La capogruppo in Aula del Rassemblement national Marine Le Pen (foto: Alain Jocard/Afp)

    La mozione di censura era stata depositata dai deputati di Lfi martedì sera (14 gennaio), alla fine del discorso d’indirizzo dato dal premier ministre in Aula. In quell’occasione, Bayrou aveva teso un ramoscello d’olivo soprattutto ai socialdemocratici, aprendo alla possibilità di rinegoziare la contestatissima riforma delle pensioni di cui nel 2023 il presidente della Repubblica Emmanuel Macron aveva forzato l’approvazione parlamentare.

    Il capo dell’esecutivo aveva contestualmente sottolineato la necessità di ridurre il deficit “eccessivo” del Paese, che ha già ampiamente sforato i vincoli imposti da Bruxelles (attualmente si aggira intorno al 6 per cento del Pil, mentre il tetto massimo è fissato al 3 per cento).

    Verso una tregua?

    L’offerta di Bayrou, in carica da poco più di un mese, è quella di aprire un “cantiere” di discussione con le forze politiche e le parti sociali interessate, ma senza scendere nei dettagli di quali aspetti potranno essere interessati da un’eventuale revisione.

    L’inquilino di palazzo Matignon ha proposto un periodo di tre mesi durante i quali avere un confronto sul tema con le opposizioni, mantenendo nel frattempo in vigore la riforma macroniana (che innalza l’età pensionabile da 62 a 64 anni), contro cui continuano a fare muro tanto le sinistre quanto le destre dell’emiciclo.

    Jean-Luc Mélenchon
    Il leader de La France insoumise Jean-Luc Mélenchon (foto: Sebastien Salom-Gomis/Afp)

    Una concessione che, almeno per il momento, sembra essere bastata al centro-sinistra riformista, che da tempo cerca di smarcarsi dalla retorica incendiaria di Mélenchon. Il Ps, partito tradizionale a vocazione governista, non sopporta di buon grado le sparate dell’alleato insoumis, con cui ha accettato di formare un cartello elettorale la scorsa estate ma che si sta dimostrando sempre più ingombrante. Sia in vista delle presidenziali del 2027 sia, soprattutto, delle probabili elezioni anticipate che potrebbero venire convocate a luglio di quest’anno (la Costituzione impedisce di chiamare i cittadini alle urne a meno di 12 mesi dall’ultima tornata elettorale).

    Le reazioni

    Nel dibattito precedente alla votazione, il vicepresidente del Rn Sebastien Chenu ha dichiarato che il suo partito giudicherà il governo “non dalle sue parole, ma dalle sue azioni”. Il deputato lepenista Jean-Philippe Tanguy ha invece preso di mira gli insoumis, sostenendo di non ritenere che “un voto di sfiducia debba essere un gadget per creare scalpore”.

    Dopo il voto, la capogruppo Lfi in Aula Mathilde Panot si è scagliata non solo contro il premier ma anche contro i socialisti, accusati di “essersi isolati dal resto dell’Nfp“, e l’estrema destra, bollata come una stampella del centro macronista.

    « Bayrou ne tombera pas aujourd’hui mais ses jours restent comptés.

    La responsabilité d’avoir maintenu un Gouvernement, que le peuple a rejeté trois fois dans les urnes, revient au :

    ❌ PS qui s’est isolé du reste du NFP.
    ❌ RN qui sont les supplétifs de la Macronie. » -… pic.twitter.com/hmQhzJFjdq

    — La France Insoumise #NFP à l’Assemblée (@FiAssemblee) January 16, 2025

    Strada in salita

    Per adesso, a Matignon ci si lecca le ferite. Ma la strada di fronte a Bayrou rimane decisamente stretta. Privo di una solida maggioranza all’Assemblée, il primo ministro dipende dal comportamento dei gruppi dell’opposizione, che possono inchiodarlo votando insieme una mozione di censura, come accaduto al suo predecessore Michel Barnier, silurato dopo appena tre mesi a capo del governo. Lo stesso presidente del Ps, Olivier Faure, ha ammonito il premier che, anche se non è passata oggi, la sfiducia potrebbe arrivare “in qualunque momento”.

    Il prossimo appuntamento cruciale è l’adozione della legge di bilancio per il 2025. Il documento dovrebbe essere presentato al Senato in prima lettura il prossimo 23 gennaio, ma il braccio di ferro con le forze parlamentari si annuncia complesso e potrebbe protrarsi fino a febbraio.

    Rivolgendosi ai deputati prima del voto, Bayrou ha ribadito che “la scelta che abbiamo di fronte in questa grave situazione per il nostro Paese è tra lo scontro interno permanente e il tentativo di trovare la strada del dialogo, della riflessione, del compromesso e del negoziato, in modo da far progredire le cose“. Un appello che potrebbe essere costretto a ripetere spesso nei prossimi mesi.

    Tags: censurafranciaFrançois BayrougovernoJean-Luc MelenchonLa France InsoumiseMarine Le PenOlivier FaureRassemblement Nationalsocialisti

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