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    Home » Politica » Trump è un “elettroshock” di cui l’Europa aveva bisogno. Parola di Macron

    Trump è un “elettroshock” di cui l’Europa aveva bisogno. Parola di Macron

    Il ritorno del tycoon serva all'Ue per uscire dalla "dipendenza strategica" e costruire la propria autonomia strategica, dice il presidente francese. Ma, dall'Ucraina ai vincoli di bilancio, il suo sembra più un libro dei sogni che un manifesto politico realmente praticabile

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    14 Febbraio 2025
    in Politica
    Emmanuel Macron

    Il presidente francese Emmanuel Macron (foto: Ludovic Marin/Afp)

    Bruxelles – Emmanuel Macron continua a richiamare i leader dei Ventisette alla necessità di costruire l’autonomia strategica europea. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, dice, è come un “elettroshock” per il Vecchio continente, che deve scuotersi dal torpore e prendere in mano il proprio destino, a cominciare dalla partita che si gioca in Ucraina. Ma tra gli ostacoli principali alla visione del presidente francese, politicamente indebolito in patria e a Bruxelles, ci sono le rigide regole di spesa dell’Ue.

    Doccia fredda

    Non tutto il male vien per nuocere. È questo, in estrema sintesi, il succo di una lunga intervista a tutto campo data dal presidente francese Emmanuel Macron al Financial times e pubblicata stamattina (14 febbraio). Da quando si è insediato per la seconda volta, lo scorso 20 gennaio, il suo omologo statunitense Donald Trump ha già fatto ampiamente capire a tutto il mondo – ma soprattutto a quelli che teoricamente sono i suoi più stretti alleati, cioè gli europei – che la musica è cambiata drasticamente rispetto ai quattro anni in cui alla Casa Bianca comandava Joe Biden.

    È una doccia fredda in piena regola. Anzi, ghiacciata. Da un lato la “guerra dei dazi“, per la quale l’Ue non ha ancora messo a punto una risposta. Dall’altra, la guerra vera che si combatte in Europa, alle porte dell’Unione, da ormai quasi tre anni. Cioè da quando ce l’ha riportata Vladimir Putin invadendo su larga scala l’Ucraina, il 24 febbraio 2022, nel secondo atto di un’aggressione già in corso dal 2014 tra Crimea e Donbass. Per non parlare dell’altra, sanguinosa guerra appena un poco più lontana, in quella martoriata Gaza dove il tycoon vorrebbe erigere la Las Vegas mediterranea previa deportazione forzata di oltre 2 milioni di palestinesi (un’ipotesi definita “estremamente pericolosa” da Macron).

    Donald Trump
    Il presidente statunitense Donald Trump (foto via Imagoeconomica)

    Nel mezzo, tutto il resto. Dal gas liquefatto (che Washington chiede a Bruxelles di comprare in quantità molto maggiori) all’intelligenza artificiale, una corsa globale in cui il Vecchio continente può vedere le terga di Cina e Stati Uniti solo col binocolo, mentre le due superpotenze si allontanano in volata.

    “Risveglio strategico”

    Per Macron, quella sferrata da Trump è una raffica di schiaffi in faccia che dovrebbe servire a risvegliare bruscamente l’Europa dal sonno autoindotto in cui è sprofondata negli ultimi 30 anni, rimanendo in uno stato di “dipendenza strategica“. Più che un sogno, un’illusione. Quella di poter continuare a vivere campando di rendita delegando a Washington la propria difesa, affidandosi a Mosca per l’approvvigionamento energetico a basso costo e a Pechino come mercato globale.

    Ma dal sonno ci si può svegliare. Le sparate del presidente statunitense sono il sintomo della condizione di “estrema incertezza strategica” in cui versa il mondo, secondo l’inquilino dell’Eliseo. “È un elettroshock“, sostiene, “uno shock esogeno per gli europei“. L’unica soluzione, dice, è un ripensamento radicale del ruolo e del funzionamento dell’Ue.

    Secondo lui, il “risveglio strategico” dell’Europa può arrivare solo da una serie di azioni ambiziose, concertate tra Bruxelles e le cancellerie, che vanno necessariamente nella direzione di una maggiore integrazione: potenziamento delle capacità di difesa, rilancio della crescita, semplificazione dell’impalcatura normativa che strangola i settori produttivi. Senza delle spinte convinte in questi ambiti, ammonisce, l’Ue non sarà in grado di raccogliere i benefici derivanti dalla sua dimensione. La parola magica è “scala”: bisogna pensare in termini continentali, non più nazionali. Che poi è quanto già rimarcato da due ex premier italiani, Enrico Letta e Mario Draghi, nei loro rispettivi rapporti.

    La sicurezza dell’Ucraina

    Il primo e più immediato banco di prova per i Ventisette, ragiona Macron, è l’Ucraina. Dopo l’accelerazione impressa da Trump con la telefonata a Putin dell’altroieri, la pace (qualunque forma possa assumere) sembra d’un tratto a portata di mano. Quella mossa ha aperto “una finestra di opportunità” per riportare tutti al tavolo: il ruolo di Washington in questa fase, dice, è “riavviare il dialogo” con Mosca e quindi l’iniziativa presa dalla Casa Bianca non è da condannare.

    Volodymyr Zelensky
    Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (foto: European Council)

    Ma, avvisa il leader francese, solo Volodymyr Zelensky può negoziare a nome del proprio Paese. Consentire alla stipula di una “pace che è una capitolazione” non sarebbe nell’interesse di nessuno, tanto meno degli Stati Uniti. L’unico interrogativo rimane dunque capire se Putin “sia veramente, durevolmente e credibilmente disposto ad accettare un cessate il fuoco su questa base“.

    Rimettere insieme i pezzi dopo la fine delle ostilità sarà “la” sfida dell’Ue, che nella gestione del post-conflitto si gioca in un colpo presente e futuro, almeno quello più prossimo. “La sicurezza dell’Ucraina è la sicurezza dell’Europa“, hanno dichiarato i portavoce della Commissione. Ma se Bruxelles continua a non toccare palla, l’architettura della sicurezza del Vecchio continente verrà ridisegnata (di nuovo) dalle superpotenze globali, come ai tempi della Guerra fredda.

    Di fatto, Macron è d’accordo con l’amministrazione Usa sulla necessità che l’Ue si prenda la responsabilità di garantire la sicurezza dell’ex repubblica sovietica dopo la tregua. “Trump sta dicendo all’Europa ‘spetta a voi portare il fardello’, e io dico, spetta a noi assumerlo“, sostiene. Del resto, ha già avviato discussioni con le altre cancellerie europee (a partire da Varsavia) sulla possibilità di dispiegare una forza di peacekeeping lungo la nuova linea del fronte in Ucraina. Dato che non ne farebbero parte i soldati statunitensi (su questo è stato netto il segretario alla Difesa Pete Hegseth), ipotizzare un organico di 150mila-200mila uomini (come auspicato da Zelensky) è “inverosimile”, ma un contingente europeo (fuori dall’ombrello Nato) dovrà essere mandato sul campo.

    Difesa comune

    L’obiettivo più ampio, per Macron, dev’essere quello di costruire una difesa comune europea in modo da poter intervenire “anche quando gli Stati Uniti non sono coinvolti”. Se una forza militare congiunta è più simile ad una chimera che ad un’opzione realmente sul tavolo, secondo monsieur le Président è importante puntare sullo sviluppo di “una base industriale e tecnologica di difesa europea pienamente integrata“.

    Sebbene la capacità di produzione di munizioni e missili sia aumentata negli ultimi tre anni, rimane tra i Ventisette una frammentazione eccessiva. Gli Stati membri sono ancora legati alle proprie aziende nazionali di difesa, sicché faticano a decollare i programmi di sviluppo congiunti e le fusioni transfrontaliere, dalle quali potrebbero emergere i famigerati “campioni industriali europei” di cui Macron si è fatto alfiere fin da quando è sbarcato all’Eliseo nel 2017.

    Ursula von der Leyen Emmanuel Macron
    La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen col presidente francese Emmanuel Macron (foto: Christophe Licoppe via Imagoeconomica)

    Per cominciare, dice, serve comprare europeo. Non solo perché, assicura, i Samp-T (di produzione italo-francese) sono “migliori” dei Patriot made in Usa. Ma perché “se tutto ciò che facciamo è diventare clienti ancora più grandi degli Stati Uniti, tra 20 anni non avremo ancora risolto la questione” dell’autonomia strategica.

    Un gigante dai piedi d’argilla?

    C’è tuttavia un grande “però” che aleggia sopra i piani grandiosi del presidente francese. Per tradurli in pratica, anche nella migliore delle congiunture economiche (spoiler: quella odierna è una delle peggiori degli ultimi decenni), serve un poderoso impulso politico. Ma Macron, di capitale politico, pare rimasto quasi a secco.

    A Parigi il suo potere, che era sembrato quasi assoluto nel suo primo mandato, è oggi fortemente ridimensionato con il suo centro liberale schiacciato sia da sinistra sia da destra. E questo si riflette a Bruxelles, dove lo storico motore franco-tedesco è in panne da tempo e dove gli astri nascenti si stanno levando a oriente, dalla Polonia ai Baltici. Paesi che non hanno gli stessi deliri di grandezza continentale e sono invece molto più legati (i critici dicono subalterni) allo zio Sam.

    Oltre a questo, c’è un problema che stringe tutti i governi in (quasi) egual misura. La rigidità dei vincoli di spesa comunitari, fissati nel Patto di stabilità e crescita (Psc) recentemente riformato, non consente agli Stati membri di investire nel settore della difesa le cifre che occorrerebbero per un vero cambio di passo. Il quadro fiscale e monetario che l’Ue si è data negli anni Novanta è “obsoleto”, sottolinea Macron, secondo cui è necessario escogitare delle “soluzioni di finanziamento innovative“.

    Donald Tusk
    Il primo ministro polacco Donald Tusk (foto: European Council)

    Di eurobond e debito comune ancora non se ne parla. Ma dopo che Berlino ha ceduto sulla possibilità di esplorare “maggiore flessibilità” rimanendo all’interno del Psc, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha proposto giusto stamattina dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di ricorrere alla clausola di salvaguardia per gli investimenti in difesa (come evocava da tempo pure il governo italiano).

    Infine, c’è la questione della regolamentazione. La normativa europea è asfissiante, lamenta l’inquilino dell’Eliseo, e va rivista per consentire innovazione e competitività. Qui si registra la sintonia con l’esecutivo comunitario, che sulla competitività ha da poco presentato la sua Bussola. “È necessaria una drastica semplificazione“, osserva, limitando gli obblighi “folli” in capo alle imprese per far ripartire gli investimenti e iniettare nuova linfa nel mercato unico.

    Un libro dei sogni che rischia però di rimanere lettera morta, considerati i guai finanziari di quasi tutti gli Stati membri e l’assertività dimostrata da Trump già dall’inizio del suo secondo mandato. Del resto, sia il primo ministro polacco Donald Tusk sia il Segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte hanno già sostenuto pubblicamente che l’Europa deve comprare più americano, a partire dalle armi.

    Tags: difesadonald trumpEmmanuel Macronguerra ucrainapatto stabilità e crescitaSemplificazionesicurezzaVladimir Putinvolodymyr zelensky

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