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    Home » Editoriali » Se i giudici considerassero gli effetti politici delle sentenze, sarebbe la fine della democrazia

    Se i giudici considerassero gli effetti politici delle sentenze, sarebbe la fine della democrazia

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    1 Aprile 2025
    in Editoriali, Opinioni
    Marine Le Pen

    La capogruppo del Rassemblement national al Parlamento francese Marine Le Pen (foto: Alain Jocard/Afp)

    Ogni sentenza della magistratura è un atto di democrazia. Certamente chi è condannato, spesso, ritiene che la pena sia ingiusta, quando non rivendica la sua totale innocenza. Ma funziona così, in una democrazia. Ci sono delle persone che fanno studi adeguati, superano un concorso (o vengono eletti dai cittadini) ed assumono il ruolo di magistrato.

    Quello che nelle democrazie si difende è l’indipendenza della magistratura, in particolare dal potere politico, ed in generale da ogni interferenza. Perché altrimenti il sistema non funziona, e questo potere, che è un potere di tutti i cittadini, diventerebbe un’arma di qualcuno.

    D’altra parte le leggi le fanno i legislatori, ed i magistrati le applicano. E’ vero che ci sono molti modi di applicare le leggi, spesso, ma è sempre vero che sono le leggi stesse che lo consentono.

    I magistrati possono essere, politicamente, di destra, di sinistra, di centro, disinteressati. Come ognuno di noi. Il Parlamento è pieno di magistrati in aspettativa, e nei governi italiani raramente manca un ex magistrato, in questo ora in carica me ne vengono in mente alcuni, uno dei quali è il ministro della Giustizia, ed un altro il principale collaboratore della premier a Palazzo Chigi. Certamente definibili come uomini di destra, non essendo il governo Meloni un governo tecnico.

    Dire che la magistratura “è di sinistra” o “di una certa sinistra”, o che è “una certa magistratura” in Italia come lo si dice ora della Francia, è veramente un fesseria. Anche perché per arrivare a sentenza un procedimento passa da tanti di quei magistrati che pensare che per certi processi una forza oscura riesca a mettere insieme solo “magistrati comunisti” è davvero risibile. Ci sono, ovviamente, magistrati bravi, altri meno, altri magari pessimi, alcuni che cercano visibilità (bravi e non). Esiste un organo previsto dalla Costituzione che si occupa di controllare questi elementi e di prendere i provvedimenti del caso.

    Per tutti questi motivi, e anche per altri, resto un poco interdetto osservando il dibattito attorno alla sentenza che ha condannato Marine Le Pen a Parigi. Non ha condannato solo lei, gli imputati erano 24 e sono stati tutti condannati. Capisco che Le Pen e i suoi amici siano arrabbiati parecchio e straparlino, lei non potrà candidarsi alle elezioni presidenziali, che ha già perso tre volte, ma che la prossima aveva delle buone ragioni per credere di poter vincere. E’ fuori, il progetto di una vita è saltato quando era quasi realizzato, ed ora la destra estrema francese rischia di esplodere, facendo nascere chissà quali leader. Certamente il reato che secondo questi magistrati Le Pen e gli altri hanno commesso non ha fatto bene alla destra estrema, né in Francia né in altri Paesi.

    Non capisco invece tanti analisti che nel commentare i possibili effetti di questa sentenza sembrano insinuare che forse i giudici avrebbero dovuto tenere in considerazione fattori politici prima di decidere. Leggo tra le righe di molti commentatori un giudizio negativo sulla condanna, perché potrebbe, secondo alcune analisi, rafforzare l’estrema destra francese.

    La questione non è la condanna, è il fatto del quale Le Pen, secondo questa prima sentenza, verso la quale ovviamente presenterà appello, si sarebbe resa colpevole. Non è possibile non considerare questa cosa. Se un politico, come accusano i giudici, in accordo con alti colleghi di partito, si appropria di soldi illegittimamente commette un fatto grave, più grave, direi, che se il reato lo commettesse un privato cittadino per ragioni tutte sue.

    L’analisi insomma non dovrebbe essere sulla paura delle conseguenze, ma sulla consapevolezza che Le Pen è stata condannata in primo grado, dopo un lungo processo (al termine del quale l’accusa aveva chiesto una pena anche maggiore), per aver commesso, consapevolmente e per dodici o tredici anni consecutivi un reato. Da qui deve partire il commento, dal fatto per il quale è arrivata la condanna, che può aiutare a definire la persona e il suo agire politico, non sugli effetti di una condanna sulla quale, per alcuni, i magistrati avrebbero dovuto riflettere diversamente, tenendo in considerazione i possibil effetti politici.

     

     

    Tags: condannagiudiciLe Pen

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