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    Home » Opinioni » Draghi per un’Europa che ancora non sa di sé

    Draghi per un’Europa che ancora non sa di sé

    O l'Europa si riformula come federazione economica e militare in brevissimo tempo, o come ha ripetuto più volte l'ex presidente della Banca centrale europea,  scompare. E se l'Italia non comprende (o non accetta) questo ultimatum, allora sparisce per prima, ridotta a satellite di chi ha fatto le scelte giuste quando c'era ancora tempo

    Roberto Zangrandi di Roberto Zangrandi
    17 Giugno 2026
    in Opinioni, Politica
    L'ex presidente del Consiglio, Mario Draghi, il 16 settembre 2025 alla Conferenza a Bruxelles intitolata "to the conference “One Year After the Draghi Report”. Source: EU Commission

    L'ex presidente del Consiglio, Mario Draghi, il 16 settembre 2025 alla Conferenza a Bruxelles intitolata "to the conference “One Year After the Draghi Report”. Source: EU Commission

    Il primo commento, caustico e bruciante, che mi arriva dal Berlaymont: “Ha liberato l’oratore che dormiva nel banchiere”. Quando Mario Draghi pubblica un libro, il sistema mediatico non solo italiano entra in uno stato di riverenza che assomiglia più alla devozione che al giornalismo. Accade il 16 giugno; qui a Bruxelles già si discute con quella peculiare venerazione che solo i quotidiani continentali riservano a chi ha salvato una moneta dicendo whatever it takes.

    La Stampa di Torino ne pubblica sul tamburo, come si dice nelle redazioni, uno stralcio. Gli altri commentatori si scatenano con anticipazioni entusiastiche. La macchina del draghismo si rimette in moto, puntuale e oleata come un meccanismo di alta orologeria svizzera. Il libro si intitola: “Competere o sparire”. Per un nuovo paesaggio europeo. I tipi sono di Rizzoli Editore. Raccoglie i discorsi tenuti dal 2023 al 2026, epoca in cui Draghi non ricopriva cariche ufficiali eppure pareva continuare a governare “da fuori”, dalla cattedra dell’oratore pubblico che l’Italia borghese ascolta sempre come fosse un confessore economico.

    Qui sta il nodo. Qui inizia il vero problema, non quello che La Stampa e gli altri vedono. Draghi, uscito da Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022 con quella sconfitta a metà che ancora puzza di incompiuto, ha trasformato l’assenza di potere formale in una forma di potere informale talmente pervasiva che forse è diventato quello che l’Italia non sa di avere: un intellettuale organico della propria classe dirigente assente. In concreto: di chi articola il pensiero che circola nei salotti milanesi, romani, bruxellesi e francofortesi senza dover rispondere a nessuno. Il timing del libro non è casuale. Di fronte c’è un anno, massimo sedici mesi, e poi le elezioni politiche arriveranno. Il Quirinale, con il termine di Mattarella già in calendario per il 2029, rimane sullo sfondo come premio finale di una partita che ora non ha ancora sconfitti definitivi.

    Draghi ha già mancato il Colle una volta, nel 2022, per una sciocchezza mediatica che però rivela tutto: sua moglie Serenella, davanti al barista di Città della Pieve, aveva confessato (con aria sconsolata) che suo marito “sicuramente” sarebbe andato al Quirinale. Quella battuta innocente divenne il titolo dei giornali. Mattarella rimase, il bis storico lo protesse da ogni tentativo esterno. Stavolta il contesto è diverso. Stavolta il libro arriva in un momento in cui il consenso intorno a Draghi fra i grandi commentatori italiani è pressoché unanime, raramente visto; in cui il centrodestra europeo acquista terreno (Austria, Portogallo, Paesi Bassi, Germania con il vento dell’AfD, Francia con le mosse di Le Pen, Bardella e Macron in affanno). In cui l’Europa riconosce il pragmatismo draghiano come bussola, il Financial Times e il Wall Street Journal lo citano come “voce più forte fra i leader europei” su sanzioni e strategia atlantica, mentre i quotidiani italiani lo osannano senza riserve. La prefazione è di Martin Wolf, il principale commentatore economico del Financial Times. E nel prologo Wolf definisce le parole di Draghi come  “la più lucida analisi del nuovo, turbolento mondo in cui viviamo, e un appello per difendere, in nome dei valori su cui si fonda l’Europa, la nostra stessa libertà.

    Qui, però, emerge anche un contrasto. Ogni volta che Draghi pontifica dal pulpito pubblico, i giornali italiani lo celebrano, quelli europei gli dedicano articoli di taglio basso, il Financial Times stesso qualche striminzita colonna. Fatta questa premessa, il libro non è soltanto raccolta di discorsi, è come colto da Wolf, il manifesto di una visione: federalismo pragmatico europeo, integrazione monetaria accelerata, investimenti comuni in difesa e tecnologia. Il titolo Competere o sparire materializza il bivio cui l’Europa è esposta e Draghi non ammette vie di mezzo, non crede ai compromessi narrativi. O si compete come blocco sovranazionale, con bilancio e decisionalità centralizzati, oppure l’Europa sparisce, assorbita dalla morsa USA-Cina. Nel prologo sottolinea che l’Unione europea esiste per garantire democrazia, libertà, pace, equità e prosperità; se l’Europa non riesce più a garantirle ai cittadini, “ha perso la sua ragion d’essere”.

    Le ricette non sono nuove (le aveva già proposte nel rapporto di settembre 2024, su commissione di Ursula von der Leyen), ma l’urgenza è cresciuta di mese in mese. Il mondo si restringe. Le tensioni nel Golfo (l’effetto Ormuz che durerà oltre qualsiasi forma di pace strombazzata) hanno mostrato quanto fragile sia la dipendenza europea dal commercio via mare. La spinta tecnologica americana e cinese non ammette ritardi. La guerra non è scomparsa dai confini europei. E qui, in questo contesto di contrazione e paura, arriva Draghi con il suo messaggio ultimativo: azione immediata, federalismo senza illusioni, abbandonare il linguaggio della “social partnership“ e affrontare il vero problema, che non è politica economica ma sicurezza di regime. “Andrà a finire che chiederanno a lui di mettere in pratica le sue proposte, vedrai…”, così la mia fonte davanti al cippo che ricorda in quattro lingue Schuman posto di fronte all’ingresso del palazzo della Commissione e che chiede sempre l’anonimato, non per vezzo.

    Cosa significa questo per il Quirinale? Tutto e niente. Draghi non è candidato ufficiale a nulla. Ma il libro funziona come una postura, una dichiarazione di principi che dice agli attori politici italiani (e a quelli europei): ecco cosa penso sia necessario, ecco come dovrebbero muoversi i veri statisti. Non è propaganda di sé stesso, è qualcosa di più insidioso: è la definizione di cosa significherebbe governare “per davvero” dal 2027 in poi. Chi vince le elezioni nel 2027, come sottolineano i giornali italiani, “darà le carte” anche per l’elezione del prossimo capo dello Stato nel 2029. E uno scenario in cui il centrodestra italiano si orienti sempre più verso la destra populista di Vannacci (il quale flirta già con posizioni sovraniste e remigrazioniste), oppure verso un asse moderato di Meloni con Tajani, o qualsiasi altra soluzione che emerga nei prossimi mesi, richiede una figura che ricordi all’Europa che l’Italia non è del tutto divenuta Ungheria. Draghi serve a questo scopo, anche se residuale, anche se non è candidato. Serve a dire: “C’è ancora una via alta”.

    Ma il rischio è che questo diventi pura retorica istituzionale mentre le cose accadono altrove. Il consenso su Draghi in Italia è unanime fra i commentatori borghesi, vero; il Financial Times lo cita con rispetto, vero. Ma quale peso ha questo in una Europa dove l’asse si sposta ogni giorno di più verso destra? Dove la Francia guarda già alla post-Macron con inquietudine, la Germania naviga fra CDU e AfD, e perfino il “moderato” PPE europeo scappa a destra per non essere superato? E se l’Italia, fra meno di due anni, scopre che il voto non va dove la classe dirigente romana vorrebbe?

    Draghi sa tutto questo. Forse per questo il libro non è un appello disperato, è il riassunto del processo di diagnosi lucida di una condizione terminale che richiede cure d’urto. Competere o sparire. Non c’è terzietà, non c’è adattamento graduale, non c’è neppure un accenno a un più cauto piano quinquennale. O l’Europa si riformula come federazione economica e militare in brevissimo tempo, o come ha ripetuto più volte,  scompare. E se l’Italia non comprende (o non accetta) questo ultimatum, allora l’Italia sparisce per prima, ridotta a satellite di chi ha fatto le scelte giuste quando c’era ancora tempo.

    Forse è questo il messaggio vero. Non tanto Draghi al Quirinale, quanto Draghi che ricorda ai nostri politici, nei sedici mesi che rimangono, che la storia concede finestre temporali assai strette, e che il 2027 potrebbe essere l’ultimo momento per scegliere come transitare nel secondo quarto di secolo senza eccessivi danni. E nel ’29 arrivano anche le elezioni europee con un nuovo Parlamento e una nuova Commissione. Al Berlaymont ne hanno già organizzato, del libro e dei commenti che lo hanno accompagnato fin qui, una traduzione informale.

    Tags: Afdcommissionedraghielezioniestrema destrafranciagermaniagovernoitaliaLe PenMacronmelonippeue

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