In questa stagione di grandi finali, dallo Strega a Wimbledon alla Coppa del mondo per Club, una nuova gara sembra essersi accesa fra Bruxelles e Roma su chi la spara più grossa sulla bandiera dell’Unione europea. E sta vincendo Bruxelles. Interpretazioni fra le più variegate infestano la rete e le piattaforme dove tromboni d’ogni risma, diplomatici della domenica e generali in pensione, con grande sprezzo del ridicolo si sentono in diritto di affermare che le dodici stelle rappresentano i dodici apostoli o le dodici tribù di Israele o i dodici mesi dell’anno o addirittura le dodici stelle della corona della Madonna che con il campo azzurro completerebbero la simbologia mariana della bandiera europea.
Eppure tutto è chiaramente spiegato nel sito ufficiale dell’Unione europea:
“La bandiera europea è il simbolo dell’Unione europea e, più in generale, dell’identità e dell’unità dell’Europa. composta da un cerchio di dodici stelle dorate su sfondo blu. Le stelle simboleggiano gli ideali di unità, solidarietà e armonia tra i popoli d’Europa. Il numero delle stelle non è legato al numero degli Stati membri, benché il cerchio rappresenti l’unità. La storia della bandiera risale al 1955, quando il Consiglio d’Europa — che difende i diritti umani e promuove la cultura europea — ne fa il proprio emblema. Successivamente, incoraggerà le nuove istituzioni europee ad adottarla a loro volta. Nel 1983, il Parlamento europeo decide che la bandiera delle Comunità sarà quella del Consiglio d’Europa. Nel 1985, i capi di Stato e di governo degli Stati membri fanno della bandiera l’emblema ufficiale delle Comunità europee (che diventeranno l’Unione europea).”
Perché allora tanta foga nell’attribuire alle dodici stelle in campo azzurro significati che non hanno? Le ragioni possono essere tante. La più probabile è l’ignoranza, quella spaventosa e cupa ignoranza di cose europee che opprime il polveroso ambiente di una certa diplomazia italiana di riporto, cioè non quella ufficiale ma quella che prospera nelle anticamere a brigare titoli che non contano niente e a presenziare a cerimonie autocelebrative dove ci si appunta medaglie a vicenda, ci si nomina a cariche fantozziane o borboniche (a scelta) e si compongono epitaffi in gloria di chi, fra il lusco e il brusco degli inchini e dei salamelecchi, potrebbe far saltar fuori una poltrona vera fra i tanti sterili strapuntini.
A questa ignoranza di funzione, che si impara a Roma e si pratica a Bruxelles, se ne aggiunge un’altra, ancor più subdola, perché è l’ignoranza spicciola, quella che non ci si aspetta e che ci folgora come una rivelazione quando ci accorgiamo di avere davanti uno di questi insigni inetti. Il limpido, cristallino non sapere, non conoscere non solo l’Unione europea, ma l’Europa intera, forse la civiltà occidentale. Quell’ignoranza che impedisce ai nostri pluri-auto-decorati di sapere che c’è un’Europa protestante che non venera né i santi né la Madonna, non accetta la dottrina della verginità perpetua di Maria né la sua assunzione corporea in cielo, in quanto non è esplicitamente supportata dalle scritture. Come si può dunque immaginare che la bandiera europea, semmai volesse essere un simbolo religioso, possa fare riferimento alla Madonna quando solo il 41 per cento degli europei si professa cattolico e ne osserva il culto? Ma ancora di più, che cosa ha mai a che fare l’Unione europea con una qualsivoglia religione?

Ma c’è un’altra, più sottile e velenosa ragione per cui a Bruxelles spuntano combriccole di lacchè e cicisbei che si pavoneggiano in un europeismo di facciata, professandosi patrioti appunto della bandiera di cui usurpano perfino il significato. Per spiegarmi utilizzerò una metafora omerica: questi tristi figuri fanno pensare ai proci che infestano la casa di Ulisse durante la sua assenza. Immaginatevi Bruxelles come Itaca, disarmata, indifesa. Non c’è più nessuno a palazzo. Nessuna idea d’Europa, nessuna visione che non sia quella dell’interesse personale, nessun coraggio, nessuna fantasia, nessuna spinta ideale. Solo servi sciocchi, signorsì che obbediscono e basta, che hanno perso ogni senso dell’istituzione, incapaci di spirito critico, figuriamoci il politico. E’ in questo vuoto che prosperano i nostri civettoni e si esibiscono in grand’uniforme nella speranza di raccattare una candidatura a qualcosa, un seggio sicuro, una nomina a sotto-qualcosa che li tiri fuori dalle acque morte della loro fosca carriera. Difficile immaginare che un Ulisse qualsiasi venga a sbaragliare i nostri impostori. Ma Brecht diceva “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” e allora facciamone a meno anche noi di eroi e difendiamo il vero ideale europeo con l’ironia, l’arma che più spaventa ogni vacuo fanfarone, replichiamo con le pernacchie alle loro fanfaluche certi che, come si diceva in tempi più coraggiosi, una pernacchia li seppellirà.




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