Dall’inviato a Strasburgo – Di fronte alle nuove tensioni tra gli Stati Uniti e diversi Paesi dell’Unione europea innescate dalle mire di Donald Trump sulla Groenlandia, il vicepremier italiano, Antonio Tajani, predica “fermezza” e “disponibilità al dialogo“. Una posizione che, a ben vedere, ricalca già quella tenuta finora da Bruxelles nei confronti dello storico alleato che invece si fa sempre più aggressivo. Ma il governo italiano ha scommesso fin dall’inizio sulla possibilità di fungere da ponte tra l’universo MAGA e il club a 12 stelle, e Tajani continua a interpretare il ruolo: “Trattiamo”, esorta il ministro degli Esteri dal Parlamento europeo di Strasburgo.
L’annuncio di Trump di nuovi dazi a quei Paesi – Danimarca, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Gran Bretagna e Norvegia – che hanno mandato contingenti militari in Groenlandia, ha innescato una nuova crisi. Finora, l’UE aveva cercato pubblicamente di ridimensionare gli appetiti espansionistici del tycoon, sperando che dimostrare un maggior impegno per la sicurezza dell’Artico bastasse per convincere Trump a lasciare in pace il territorio autonomo parte del regno di Danimarca. E invece, la Casa Bianca ha confermato che il punto non è la sicurezza – condivisa, nell’ambito dell’Alleanza atlantica – della Groenlandia. E ha deciso che dal primo febbraio imporrà dazi del 10 per cento a chi ha dispiegato soldati a Nuuk. Che aumenteranno fino al 25 per cento a partire da giugno.
Berlino ha ritirato i propri soldati in meno di 24 ore, Parigi ha alzato la voce e invocato l’utilizzo del ‘bazooka’ dell’UE, lo strumento anti-coercizione a disposizione di Bruxelles per rispondere a minacce commerciali deliberate da parte di Paesi terzi. Oggi, in una risposta congiunta, i ministri delle Finanze di Francia e Germania hanno affermato che “i dazi non ci piacciono, e ci piacciono ancora meno quando sono usati come arma geopolitica”. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha convocato in fretta e furia un vertice straordinario giovedì 22 gennaio, per coordinare una risposta unitaria tra i 27. D’altronde, già mercoledì Trump è atteso a Davos per il World Economic Forum. Motivo per cui, tra parentesi, la delegazione danese ha rinunciato a partecipare.

Per Tajani il segnale da recapitare a Washington “deve essere di fermezza, ma anche di disponibilità al dialogo”. Durante un punto stampa al Parlamento europeo di Strasburgo, ha insistito: “Un’escalation non serve a nessuno. Né agli Stati Uniti, né all’Europa”. Il modello indicato dal vicepremier è quello dell’estenuante trattativa sui dazi commerciali tenuta lo scorso anno, conclusasi a luglio con un accordo in cui secondo Tajani l’UE “ha ottenuto un risultato che sembrava impossibile”: tariffe del 15 per cento sull’import di merci europee negli Stati Uniti, rispetto ai dazi del 50 per cento che “sembravano la fine del mondo”.
In realtà, c’è chi sostiene che in quell’occasione l’UE abbia capitolato e che la relazione con gli Stati Uniti sia passato da un rapporto tra pari a un mero vassallaggio dell’alleato più forte. “Nessuna arrendevolezza – sostiene Tajani -, ma il tentativo di evitare ogni escalation perché gli interessi dell’Occidente sono comuni, coincidono perché nessuno può fare a meno dell’altro“.
La trattativa prevede inevitabilmente di cedere su qualche punto. E decidendo di imporre nuovi dazi, Trump ha astutamente rafforzato la sua posizione negoziale. Per Tajani, bisogna ingoiare il boccone amaro e sedersi a trattare. Qui però, in ballo non ci sono solo percentuali di tariffe commerciali. C’è la sovranità di un Paese membro dell’Unione europea e della NATO, la Danimarca, minacciata dal principale alleato di Bruxelles e dal primo azionista dell’Alleanza atlantica.


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