Bruxelles – Un anno fa, l’Alleanza atlantica sembrava sul punto di implodere. Alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, JD Vance si esibì nel primo attacco frontale all’Europa lanciato dalla nuova amministrazione americana. Le minacce USA di disimpegno dalla NATO spinsero i leader europei – e il neo segretario generale Mark Rutte – a promettere un aumento della spesa militare nazionale al 5 per cento del PIL entro il 2035. Nonostante le recenti tensioni sulla Groenlandia, alla vigilia della nuova edizione della kermesse bavarese l’allarme sembra rientrato.
Perché nel frattempo l’Europa – ne è convinto Rutte – ha fatto i compiti a casa. Intervenendo al Forum Transatlantico della CSU (il partito gemello della CDU tedesca attivo in Baviera), il segretario generale della NATO ha assicurato che c’è stato “un cambio di mentalità” da parte dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica. In particolare dei 23 Paesi dell’Unione europea che ne fanno parte, sul totale di 32. “Per decenni gli Stati Uniti si sono lamentati perché non spendevamo abbastanza per la difesa – ha ammesso l’ex premier dei Paesi Bassi -, ora l’Europa sta davvero facendo un passo avanti, assumendo un ruolo di leadership nella NATO e occupandosi maggiormente della propria difesa”.
Il fatto che “la cooperazione tra l’UE e la NATO non sia mai stata così forte come lo è ora”, per Rutte è la panacea di tutti i mali. Perché “un’Europa forte in una NATO forte significa che il legame transatlantico sarà più forte che mai“, ha affermato il segretario generale. Grazie a Donald Trump, a cui Rutte ha più volte riconosciuto il merito di aver messo i leader europei di fronte alle proprie responsabilità, e grazie a Ursula von der Leyen, che sulla necessità di investire nella difesa sta costruendo buona parte del suo secondo mandato come presidente della Commissione europea.

Sedici Paesi membri hanno richiesto di attivare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità – Belgio, Croazia, Cechia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia- per poter aumentare la spesa per la difesa dell’1,5 per cento del prodotto interno lordo (PIL) all’anno per quattro anni senza conseguenze, anche se questo porta il deficit oltre il limite del 3 per cento del PIL previsto dal Patto. Così come sedici Paesi membri – Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Spagna, Portogallo, Romania, Estonia, Finlandia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia- hanno chiesto di accedere a SAFE, il fondo da 150 miliardi per prestiti per la difesa stanziato dalla Commissione europea.
Quest’ultimo – ha insistito von der Leyen, è “un programma molto importante”, perché prevede il finanziamento di “progetti comuni tra Stati membri al fine di colmare le lacune e rafforzare la nostra capacità di difesa”. Ma anche perché “definisce molto chiaramente che il 65 per cento, ovvero due terzi dei prodotti, devono provenire dall’Europa o dall’Ucraina, e non possono più essere acquistati dall’estero”.
Von der Leyen e Rutte porteranno queste argomentazioni all’attenzione del segretario di Stato USA, Marco Rubio (Vance non ci sarà), e della platea della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. In cima all’agenda del convegno, oltre al conflitto in Ucraina, c’è proprio il tema del rafforzamento delle difese europee in ambito NATO. Oggi interverranno il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente francese, Emmanuel Macron, l’Alta rappresentante UE per gli Affati esteri, Kaja Kallas. Domani toccherà a Rubio, a Volodymyr Zelensky, al premier britannico Keir Starmer, a Ursula von der Leyen. A Monaco sono attesi oltre 60 capi di Stato e di governo e circa 100 ministri degli Esteri e della Difesa.












