Bruxelles – La strada dell’isolamento nei confronti di Cuba scelta dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta spingendo sempre di più l’isola tra le braccia della Cina, con l’Unione Europea ferma a guardare. È questo il quadro che emerge a distanza di un mese dall’ordine esecutivo del 29 gennaio scorso con cui il presidente statunitense ha istituito un meccanismo per imporre dazi aggiuntivi sulle importazioni negli USA a qualsiasi paese che venda petrolio al regime castrista.
È indubbio che quello che The Economist definisce come “un embargo di fatto” abbia contribuito a peggiorare una crisi economica ed energetica già profonda prima che si abbattesse sull’Avana la scure trumpiana. Il prezzo del cibo è salito alle stelle, insieme ai costi di trasporto, e la benzina è stata razionata tramite un’app (esiste – ovviamente – un mercato nero molto sviluppato in cui il prezzo al litro può arrivare fino a 8 dollari rispetto agli 1,10 dollari ufficiali). Di notte, la maggior parte dei lampioni resta spenta e i sempre più frequenti blackout, che colpiscono soprattutto le aree orientali e più povere dell’isola, hanno raggiunto la durata record di 24 ore. Infine, ci sono le ripercussioni sul settore turistico, un tempo tra i principali motori dell’economia cubana: le compagnie aeree non possono più fare rifornimento sull’isola e gli autobus turistici restano fermi sempre più spesso. Gaesa, il conglomerato militare che domina il settore turistico, è stato costretto a chiudere molti dei suoi alberghi.
Un quadro decisamente complesso che peraltro si inserisce nel contesto dei gravi danni provocati nell’est dell’isola dall’uragano Melissa dello scorso ottobre: circa 3,5 milioni di cubani colpiti, 90mila abitazioni danneggiate o distrutte e 100mila ettari di terreno coltivabile andati perduti. Eppure, l’arma statunitense dell’embargo indiretto – potenzialmente letale – sembra essere spuntata. In ‘soccorso’ di Cuba è arrivata la Cina e, con essa, il significativo contributo economico che il Dragone sta fornendo all’isola caraibica per compensare la grave carenza di petrolio con forme energetiche alternative e più sostenibili, in particolare quella solare.
Si tratta di una partnership iniziata già prima dell’ultimo atto di ostilità trumpiana verso L’Avana: nel dicembre del 2024, i due paesi hanno siglato un accordo per la costruzione di sette parchi solari, per una capacità generativa aggregata di 35 megawatt, e un progetto ulteriore prevede la realizzazione di altri 92 parchi entro il 2028 con una capacità totale di 2 gigawatt. La lettera degli accordi sembra confermata dai numeri del think-tank Ember: tra aprile 2024 e aprile 2025 le importazioni cubane di pannelli solari cinesi sono cresciute di 34 volte – più rapidamente di qualunque altro paese del mondo – e ad ottobre 2025 Cuba aveva completato la costruzione di 35 parchi solari con una capacità di generazione massima pari a 750 megawatt. L’impegno del regime castrista sembra essere a lungo termine: nel quadro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), L’Avana punta a fornire il 26 per cento del fabbisogno di elettricità nazionale tramite fonti rinnovabili entro il 2035 (nel 2024, il dato era al 5 per cento).
Questa transizione non sarà comunque una passeggiata. Il problema principale è quello delle risorse economiche. “La transizione verde di Cuba richiederà investimenti tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari nel prossimo decennio e semplicemente il paese non ha tutti questi soldi e la Cina non pagherà tutto”, ha spiegato al Guardian Ricardo Torres, un economista dell’energia alla American University di Washington. Concorda Jorge Piñon, esperto dell’Energy Institute dell’Università del Texas, secondo cui il governo dell’Avana sta sottovalutando gli investimenti richiesti da un piano a lungo termine così ambizioso. “La sola produzione di energia solare non è sufficiente, devi anche pensare a come questa viene trasmessa e conservata”, ha spiegato, e il problema con i pannelli solari è proprio questo: possono fornire energia in maniera diretta solo durante le ore di luce, mentre il picco della domanda è tra le 7 e le 8 di sera e la soluzione (la capacità di accumulo tramite batterie) resta la componente più costosa di un sistema ad energia solare. Eppure, la Cina sembra pronta ad arrivare in soccorso anche in questo caso. Stando al The Economist, Cuba sta importando da Pechino anche batterie, “ad un ritmo forsennato”.
E l’Europa? A dieci anni di distanza dalla firma dello storico accordo di normalizzazione tra Bruxelles e L’Avana (12 dicembre 2016), l’UE sembra aver perso l’occasione di proporsi come un credibile partner economico – più specificamente, energetico – dell’isola caraibica. La necessità di non indispettire troppo l’alleato americano ha fatto premio sulla possibilità di applicare concretamente gli impegni dell’Unione sulla sostenibilità e la transizione energetica (oltre che sui benefici economici di un’eventuale partnership in tal senso con Cuba). Nel frattempo, Pechino sorride.

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