Bruxelles – A pochi giorni dal possibile via libera dell’ultimo tassello – il più ingombrante – della nuova stretta UE sulla migrazione irregolare, è bagarre al Parlamento europeo. Lunedì 9 marzo, la commissione per le Libertà civili (Libe) adotterà la propria posizione sul regolamento sui rimpatri proposto un anno fa dalla Commissione europea. I Paesi membri hanno già detto sì a centri di rimpatrio al di fuori dell’UE, detenzioni per oltre due anni per motivi di sicurezza, raid in stile ICE e profilazione razziale. All’Eurocamera, i negoziati all’interno della maggioranza europeista sono saltati, aprendo la strada ancora una volta alla linea dettata dalle destre.
Con la lista dei Paesi d’origine sicuri e l’allargamento del concetto di Paese terzo sicuro già approvate in modo definitivo, la ‘deportation regulation’ chiude il cerchio del nuovo rigidissimo sistema d’asilo messo in piedi a Bruxelles. Il relatore del testo per il Parlamento europeo, il liberale olandese Malik Azmani, ha lanciato ieri (5 marzo) un appello ai gruppi politici perché sostengano la sua proposta di compromesso. Un compromesso che non solo mantiene i return hubs, ma elimina anche alcune garanzie relative al rispetto dei diritti fondamentali da parte dei Paesi terzi che ospiterebbero tali centri. L’ultima riunione con i ‘relatori ombra’, i negoziatori per gli altri gruppi politici, prevista il 4 marzo, è saltata all’ultimo momento. Azmani ha chiesto di “non considerare i centri di detenzione o di rimpatrio fuori dal loro contesto”, perché “si tratta solo di elementi di un sistema molto più ampio”, in cui “sono stati incorporati un sistema di monitoraggio indipendente, l’assistenza legale e le garanzie dei diritti fondamentali.
Così com’è però, socialisti (S&D), verdi e la sinistra di The Left, oltre ad alcuni tra gli stessi liberali, non sono disposti a sostenere il testo. La negoziatrice per i Verdi, Mélissa Camara, ha raccontato di “discussioni caotiche che hanno escluso alcuni gruppi politici”, mentre una portavoce di The Left ha denunciato un “processo profondamente antidemocratico, che fin dall’inizio è stato una farsa”. Diverse ONG che hanno seguito da vicino il dossier hanno segnalato una “fortissima pressione politica per arrivare al voto”, un “senso di urgenza per raggiungere un accordo a tutti i costi”, nonostante le forti divergenze nella piattaforma europeista.
Lunedì, senza un accordo in extremis tra popolari, socialisti e liberali, la situazione potrebbe rivelarsi decisamente caotica, dato che sono stati presentati 2.409 emendamenti al testo proposto dalla Commissione europea. Ma il Partito popolare europeo ha già un piano B, quello di rivolgersi alla consolidata ‘maggioranza Giorgia’. Una volta annullata la riunione tra i negoziatori dei gruppi per limare il compromesso di Azmani, il PPE ha messo sul tavolo un testo alternativo, redatto con il sostegno di Conservatori e riformisti (ECR), Patrioti per l’Europa (PfE) e Europa delle Nazioni sovrane (ESN).
“Entrambi i testi sono davvero dannosi”, ha affermato senza giri di parola Silvia Carta, advocacy officer a PICUM, rete europea di organizzazioni che si occupano dei diritti delle persone migranti prive di documenti. Quello presentato dal popolare francese François-Xavier Bellamy però si avvicina molto di più alla posizione adottata dai Paesi membri, che inasprisce ulteriormente la proposta della Commissione europea.
Prevede ad esempio una serie di ragioni per cui sarebbe possibile detenere fino a 24 mesi le persone migranti soggette a un ordine di rimpatrio. La definizione di rischi per la sicurezza “è molto ampia”, ha osservato Olivia Sundberg Diez di Amnesty International. Attualmente, la detenzione può essere giustificata solo dal rischio di fuga o dall’ostacolo ai preparativi per il rimpatrio o l’allontanamento, e può durare 6 mesi, con una possibile proroga di 12 mesi. Per Mélissa Camara, il testo redatto dai popolari “si ispira a ideologie profondamente razziste e populiste che metteranno in pericolo la vita delle persone e violeranno la loro dignità”. La negoziatrice per i Verdi ne sottolinea i passi più pericolosi: “Un possibile obbligo di lasciare immediatamente uno Stato membro (oggi sono concessi almeno 7 giorni di tempo, ndr), divieti di ingresso a vita e detenzione a tempo indeterminato senza seri motivi legali, centri di rimpatrio anche per famiglie con minori, detenzione amministrativa dei minori, sanzioni severe in caso di cosiddetta non cooperazione, indebolimento dei diritti procedurali”.
In realtà, i due testi “non sono così distanti tra loro”, hanno ammesso le ONG. “Non c’è stato un serio sforzo per introdurre forti garanzie sui centri di rimpatrio”, nemmeno in quello intavolato dai liberali. Il rischio che nei triloghi (i negoziati finali tra le istituzioni UE) possa “andare persa qualsiasi garanzia” esiste, e aumenta inevitabilmente se il Parlamento europeo ci arriverà partendo dalla versione redatta dalla ‘maggioranza Giorgia’.
In particolare, PICUM e Amnesty International insistono su un punto, presente nella posizione dei Paesi membri e riflesso anche in alcuni emendamenti alla posizione del Parlamento depositati non solo dall’estrema destra, ma anche da popolari e liberali. L’articolo 23(a), proposto dal Consiglio dell’UE, che consentirebbe misure investigative diffuse e perquisizioni domiciliari. Cento ONG, in un comunicato diffuso l’11 febbraio, avevano denunciato il rischio di un impianto in stile ICE, l’Agenzia federale statunitense anti-immigrazione, con raid delle forze dell’ordine in spazi pubblici e abitazioni private per cercare persone migranti prive di documenti, sorveglianza tecnologica, raccolta di massa dei dati personali, obblighi di segnalazione per i cittadini europei, profilazione e discriminazione delle comunità vittime di razzismo.
Il gruppo dei Verdi ha anticipato che voterà “contro entrambi i compromessi, perché sono entrambi disumani”. La Sinistra ha annunciato che “presenterà una relazione di minoranza e contesterà il mandato”. Se così fosse, il testo adottato in commissione LIBE dovrà passare dal voto dell’intera plenaria. Verosimilmente giovedì 12 marzo. Quello redatto dal PPE è supportato da una maggioranza compatta. Il compromesso dei liberali appare fragilissimo, come la ‘piattaforma europeista’ che dovrebbe sostenerlo.










