Bruxelles – Accelerare gli investimenti e definire un quadro normativo chiaro a sostegno della scalabilità industriale e dell’immissione sul mercato di prodotti della bioeconomia a prezzi competitivi. È la richiesta che, dal Forum degli stakeholder della Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBU JU) a Bruxelles lo scorso 24 marzo, il settore della bioeconomia europea rivolge ai legislatori dell’Unione Europea. Con il chiaro imperativo a stare attenti a non replicare quanto avvenuto con i pannelli solari, settore in cui l’Europa era leader e ha progressivamente perso terreno a vantaggio della Cina da cui oggi importa il 98 per cento dei prodotti.

Dal cruscotto per auto realizzato con gusci di mandorle ai cosmetici a base di alghe fino alle capsule di caffè prodotte con scarti agricoli. E ancora, dalle più conosciute bioplastiche del supermercato ai prodotti di moda come le scarpe fino ai prodotti tessili e a quelli chimici: sono alcuni esempi di prodotti della bioeconomia, cioè di beni che arrivano dall’utilizzo non di materiali derivanti dal petrolio, ma di alternative di origine biologica prodotte localmente. “E stiamo parlando ovviamente di investimenti, di impianti, di posti di lavoro, di prodotti che sono già sul mercato”, spiega, a margine del Forum, Mario Bonaccorso, direttore del Cluster Spring, il cluster Italiano della bioeconomia circolare che rappresenta oltre 160 attori, italiani e non, della bioeconomia attivi nella Penisola, tra cui Università, centri attivi di ricerca pubblici o privati, Pmi, associazioni di categoria, grandi multinazionali, ma anche gruppi bancari, venture capital o società di consulenza specializzate.

A livello UE, la strategia sulla bioeconomia presentata a novembre dalla Commissione “è sicuramente un passo in avanti importante”, ma c’è “bisogno di un piano d’azione, di agire con le leggi e anche con una definizione di bioeconomia per legge che ancora manca a livello europeo”. Il timore è, quindi, che le tecnologie sviluppate nel Vecchio Continente possano essere industrializzate altrove, in Paesi dove i costi di produzione sono inferiori e gli oneri amministrativi più leggeri. “Di rischi ne vediamo tanti e ne percepiamo tanti, anche perché ci sono Paesi che hanno investito in modo importante in questi anni su questo settore dove l’Europa è stata prima e dove speriamo che non perda il primato“, illustra Giulia Gregori, responsabile del program management sistemico di Novamont, azienda italiana nell’ambito delle bioplastiche e dei biochemicals partendo da risorse vegetali, una dei 400 partecipanti al Forum provenienti da 40 Paesi. “La Cina ha riconfermato, con il quindicesimo piano quinquennale, la bioeconomia come un settore importante, ma anche la transizione verde, il biomanufacturing. Quindi ha capito che per la decarbonizzazione, ma anche per l’autonomia strategica del Paese questi sono settori importanti”, spiega.
Eppure, “oggi, proprio in questo scenario geopolitico così complicato – dove abbiamo dovuto aspettare la guerra in Ucraina per capire che si importava troppo petrolio e gas dalla Russia e dove abbiamo visto con la guerra in Iran la nostra dipendenza da quell’area rispetto al gas -, noi abbiamo la possibilità di innovare, di essere competitivi e di utilizzare le materie prime che abbiamo nel nostro continente”, scandisce Bonaccorso. “Ciò significa utilizzare la biomassa, soprattutto sotto forma di scarti, residui e sottoprodotti. Questo è un vantaggio competitivo perché noi abbiamo la tecnologia, abbiamo le competenze” anche se “siamo non così bravi nella fase di industrializzazione ed è questo il gap che dobbiamo superare”, avverte. E bisogna farlo tutti insieme. “Come cluster rappresentiamo l’Italia, ma stiamo lavorando in una dimensione molto europea: abbiamo lanciato lo scorso anno l’alleanza dei cluster EBCA, l’European Bioeconomy Clusters Alliance – che è partita con 14 cluster e oggi siamo più di 20″, ricorda Bonaccorso. “L’idea è che, se vogliamo essere competitivi, dobbiamo ragionare come europei. Quindi, superare la frammentazione di 27 Paesi, trovare le cose che ci accomunano e avere anche una posizione comune da portare all’attenzione della Commissione europea“, dettaglia.

Intanto, i numeri attestano e confermano il potenziale della bioeconomia. Con circa 430 miliardi di valore della produzione e due milioni di occupati, l’Italia è al terzo posto a livello europeo, dopo Germania e Francia, nel settore. Mentre il valore complessivo del comparto nel continente è, secondo il rapporto redatto dal cluster Spring con Intesa SanPaolo, di 3 mila miliardi di euro e 17 milioni di occupati. “In tutta Italia, noi siamo stati i primi nel campo della raccolta del rifiuto organico e tutto questo è legato anche allo sviluppo delle plastiche compostabili: l’Italia è stata di fatto il Paese che le ha sviluppate per primo“, ricorda Bonaccorso. E “ci sono tutta una serie di impianti di compostaggio dove con il rifiuto organico vengono sviluppati fertilizzanti, biofertilizzanti e poi biogas e biometano in impianti di gestione aerobica che sono delle vere e proprie bioraffinerie urbane. In questo momento l’Italia è leader ed è il motivo per cui siamo anche leader nel mercato delle bioplastiche compostabili e perché abbiamo già raggiunto e superato alcuni target UE che riguardano la raccolta nell’ambito dell’economia circolare”, aggiunge.
L’Italia è anche uno dei principali beneficiari degli investimenti nella bioeconomia promossi dalla CBU JU, partnership da 2 miliardi di euro tra l’Unione europea e il settore privato. Dal 2014, le organizzazioni italiane hanno ricevuto un totale di 157,09 milioni di euro per 142 progetti, di cui 73 sono già stati completati. Come EMBRACED che ha sviluppato una tecnologia per trasformare articoli igienici assorbenti, come pannolini per bambini e prodotti per l’igiene mestruale, in materiali di origine biologica, fertilizzanti e bioplastica; TERRIFIC che utilizza i residui dell’agroindustria per produrre soluzioni di imballaggio; CIRCULAR BIOCARBON che dai rifiuti solidi urbani e dai fanghi di depurazione crea fertilizzanti organici e grafene verde che serve a migliorare l’efficienza di batterie e pannelli solari; o RUNFASTER4EU che coltiva colture oleaginose su terreni marginali non alimentari, contribuendo a ripristinare la salute del suolo e generando al contempo biomassa. Più in generale, nell’ultimo decennio, il settore bioeconomico circolare ha lanciato oltre 100 nuovi prodotti bioeconomici e più di 250 materiali avanzati.


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