Bruxelles – A una settimana di distanza dalla sconfitta elettorale del primo ministro ungherese, Viktor Orbán, un altro Paese appartenente al delicato ‘fianco Est’ dell’Unione Europea si appresta ad andare alle urne. Nella giornata di domenica 19 aprile, si svolgeranno le elezioni parlamentari anticipate in Bulgaria, indette nel mese di febbraio in seguito alle dimissioni dell’ex capo del governo, Rosen Zeljazkov. Secondo la media dei principali sondaggi, il grande favorito di questa tornata elettorale – con il 31 per cento dei consensi – è Rumen Radev, presidente della Repubblica dal 2016 fino al gennaio di quest’anno.
Bulgaria Progressista (PB), il cartello elettorale composto da tre partiti socialdemocratici di cui è leader, dovrebbe ottenere il 31 per cento dei consensi. PB conquisterebbe così la maggioranza relativa dei seggi, sopravanzando di circa dieci punti i conservatori di Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB), quotati al 21 per cento, e i liberali di Continuiamo con il Cambiamento (PP), fermi al 12 per cento. Più indietro, invece, il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), forza politica di riferimento della minoranza turca accreditata del 10 per cento dei voti, e la formazione nazionalista di estrema destra Rinascita, che non dovrebbe andare oltre al 7 per cento dei consensi. Infine, sulla falsariga di quanto accaduto in Ungheria, i partiti di centro-sinistra che non hanno accettato di confluire in PB (Radev ha preteso che la coalizione non avesse una chiara connotazione di destra o di sinistra) potrebbero rischiare di rimanere fuori dal Parlamento bulgaro: il Partito Socialista naviga esattamente intorno alla soglia di sbarramento, fissata al 4 per cento.
Quelle di domenica saranno le ottave elezioni nel giro di meno di cinque anni per uno degli Stati politicamente più instabili del Vecchio Continente, a causa di un sistema partitico particolarmente frammentato che produce coalizioni spesso fragili e litigiose e governi dalla vita molto breve. E l’esecutivo guidato da Zeljazkov, esponente di GERB, è stato uno di questi. Nominato primo ministro a seguito delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2024, Zeljazkov è stato costretto a presentare le dimissioni nel dicembre del 2025 dopo settimane di proteste popolari contro la legge di bilancio varata dal suo governo
Quando il 19 gennaio 2026 – a pochissime settimane di distanza – anche Radev ha deciso di lasciare l’incarico di capo dello Stato, si è subito compreso che la sua intenzione fosse quella di presentarsi alle successive elezioni parlamentari e competere per la carica di primo ministro.
La ragione per cui la candidatura di Radev era – di fatto – già sul tavolo prima della conferma ufficiale avvenuta nel mese di marzo è legata alla sua storia politica, in particolare al suo ruolo di principale oppositore del sistema di potere legato al GERB (il partito conservatore è stato al governo in maniera quasi ininterrotta tra il 2009 e il 2026). Dopo una lunga e prestigiosa carriera militare che lo ha visto arrivare a ricoprire anche il ruolo di Comandante dell’Aeronautica, Radev ha fatto il suo ingresso in politica nel 2016, quando vinse le elezioni presidenziali in qualità di candidato del Partito Socialista. Dopo una prima metà di mandato piuttosto in sordina, la popolarità dell’ex ‘Top Gun’ di Sofia crebbe notevolmente nel 2020, a seguito del grave scandalo di corruzione che coinvolse l’allora primo ministro della Bulgaria e fondatore del GERB, Bojko Borissov. La popolazione scese in piazza per diverse settimane e, in questo contesto, il presidente della Repubblica diventò rapidamente un simbolo di integrità e serietà istituzionale, esprimendosi pubblicamente a sostegno delle proteste.
“L’oligarchia è profondamente radicata nella vita economica e sociale del Paese. È uno schema piramidale che prosciuga sistematicamente la società mentre si assicura l’impunita attraverso il controllo delle istituzioni, dei partiti, delle elezioni, dei media e delle aziende”, ha spiegato Radev in occasione del lancio della sua candidatura a capo del governo, sottolineando che la lotta alla corruzione sarà al centro della sua azione da Primo ministro così come lo è stata negli anni da Presidente della Repubblica.
Se su questo punto non è difficile immaginare che la sintonia con l’UE sarà piena, sono altre le questioni su cui l’eventuale elezione di Radev potrebbe portare Bruxelles a fare nuovamente i conti con un capo di governo ostile, proprio pochi giorni dopo essere riuscita a sbarazzarsi della spina nel fianco rappresentata dall’euroscetticismo di Viktor Orbán.
Su tutti, il conflitto russo-ucraino. Già nel 2021, prima dell’inizio della guerra, Radev definì come “attualmente russa” la regione ucraina della Crimea, illegalmente annessa da Mosca nel 2014. Successivamente, nel luglio 2023, si scontrò in diretta televisiva con il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, affermando che “inviare armi e ancora armi non risolverà la guerra” e sostenendo la necessità di riaprire un dialogo con Mosca. Radev ha anche criticato l’attuale governo bulgaro ad-interim, presieduto dall’indipendente Andrej Giuro, per aver firmato un accordo di cooperazione decennale con l’Ucraina: “Ci stanno portando in guerra“, ha tuonato l’ex capo dello Stato.
Un altro potenziale terreno di scontro è quello relativo all’integrazione europea. Durante il negoziato per l’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona – avvenuto il 1° gennaio di quest’anno – Radev non ha mai nascosto la sua contrarietà rispetto a questa opzione, chiedendo espressamente che il popolo bulgaro avesse la possibilità di esprimersi attraverso un referendum.
“Radev vuole una Bulgaria più forte all’interno di un’Europa più forte o una Bulgaria che segue il modello orbaniano, agendo da cavallo di Troia all’interno dell’UE e bloccato il processo di integrazione?”, si è chiesto retoricamente l’ex vicepremier liberale, Assen Vassilev. È probabile che tra i corridoi di Bruxelles aleggi lo stesso interrogativo, in attesa di una risposta dalle urne di Sofia.










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