Bruxelles – Sovranità europea e rischi geopolitici della dipendenza dai colossi statunitensi. Guidato da questi principi fondamentali, il futuro della moneta unica europea digitale è stato al centro di un confronto al Parlamento Europeo tra deputati, rappresentanti delle istituzioni, del mondo bancario e del commercio, in un’inziativa promossa da quasi tutti i gruppi politici (La Sinistra, il PPE, S&D, i conservatori, Renew e i Verdi).
Pasquale Tridico (Movimento 5 stelle, nel gruppo della Sinistra) ha sollevato l’attenzione sulla privatizzazione dei pagamenti, ricordando che oggi “due terzi dei nostri pagamenti sono fatti tramite carte di credito fornite da provider americani. Vogliamo che il nostro sistema dei pagamenti sia dipendente da società private e non europee? Noi pensiamo di no”. A supporto di questa visione, Ignazio Marino (Indipendente nelle fila dei Verdi) ha espanso il ragionamento ricordando come L’Europa sia dipendente dagli Stati Uniti per petrolio, gas, armi e persino vaccini: “E’ il momento giusto per parlare di una valuta pubblica al fine di stabilire un’Europa sempre più indipendente come continente e come unione”.
Per l’eurodeputato Marco Falcone (Forza Italia, nel gruppo dei Popolari europei) la sovranità deve tradursi in vantaggi concreti per l’utente finale, sottolineando la necessità di risolvere i nodi relativi al limite dei depositi e alle compensazioni. L’obiettivo è creare agevolazioni per commercianti e cittadini che possano portare a un effettivo “risparmio nell’utilizzo”.
“Un servizio pubblico universale” è l’idea che ha voluto rendere Alessandro Giovannini (in rappresentanza della BCE) ha paragonato l’infrastruttura dell’euro digitale a un sistema di trasporto pubblico, spiegando che quello che vogliono offrire è un’opzione di pagamento “pubblica, aperta, affidabile e disponibile per tutti”.
Anche l’eurodeputata di Renew, Elisabetta Gualmini, ha definito la nuova moneta un “bene pubblico comune” capace di fornire resilienza contro il disordine geopolitico globale. Gualmini ha osservato come per la “Generazione Z” l’uso di monete fisiche appaia ormai “distopico”, ritendo che “il salto nell’euro digitale potrebbe aiutare gli europei a diventare cittadini digitali”.
Sul fronte tecnico, Marco Pieroni (Banca d’Italia) ha confermato che l’infrastruttura si baserà su sistemi già operativi come “TIPS” e che l’Italia sarà uno dei paesi dove sarà localizzato il data center dell’euro digitale. Tuttavia, rimangono le preoccupazioni sui costi: Salvatore Vescina (rappresentante per Confcommercio) ha espresso timori per le commissioni, chiedendo che siano “eque, ovvero basse, uniformi e facili da quantificare”. La proposta dei commercianti è fissare un limite dello 0,1 per cento con un tetto massimo.
Irene Tinagli (PD, S&D) ha voluto sottolineare la delicatezza di questa fase, spiegando che è necessario allineare i sistemi di incentivi per garantire che i costi e i benefici siano distribuiti equamente lungo tutta la catena del valore. Tinagli ha suggerito l’adozione di una fase di transizione per testare diverse soluzioni tecniche: “Per le piccole transazioni, una commissione zero potrebbe essere una buona scelta di design per favorire l’accettazione”. Per l’eurodeputata dei socialisti, bisogna evitare che l’euro digitale “diventi il prossimo business remunerativo catturato dai grandi attori tecnologici non europei a scapito degli operatori europei”.
In conclusione Guido Borgato – rappresentante permanente d’Italia presso le istituzioni europee – ha ribadito l’importanza di un equilibrio: “Dobbiamo essere sicuri che anche l’industria dei pagamenti sia in grado prima di recuperare i costi e poi di trarne un profitto, altrimenti il progetto semplicemente non decolla”.
Che si tratti di proteggere l’autonomia geopolitica, garantire un servizio pubblico universale o tutelare i margini dei piccoli esercenti, la questione della moneta digitale sembra essere riuscita a mettere attorno allo stesso tavolo proprio tutti, almeno per ora.

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