Bruxelles – Le misure che i Paesi dell’Unione europea stanno mettendo in campo per rispondere alla crisi energetica scatenata dagli attacchi di USA e Israele all’Iran favoriscono i più abbienti invece dei più poveri. Ad attestarlo davanti ai ministri dell’Economia e delle Finanze riuniti nell’Eurogruppo di lunedì scorso (4 maggio) è stata la vicedirettrice del Dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Oya Celasun. Di fatto, il rischio è che si faccia debito e deficit per sostenere i consumi dei più abbienti ad affrontare i costi di benzina ed energia.
L’analisi del FMI parte dalla constatazione che le risposte dei governi dell’UE allo shock dei prezzi energetici del 2026 si sono basate in gran parte su misure “non mirate e distorsive dei prezzi”, come già accaduto nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la conseguente crisi. Ma ciò rappresenta un “rischio”. Nel suo esame delle azioni introdotte tra marzo e aprile 2026, il FMI individua 125 misure di sostegno in tutta l’UE. Il risultato è che “circa il 70 per cento dei Paesi ha adottato almeno una riduzione delle accise e molti hanno anche limitato il trasferimento dei prezzi, sovvenzionato le imprese, ridotto le aliquote IVA o introdotto altre misure, spesso non mirate”. Inoltre, “oltre il 90 per cento dei Paesi ha adottato almeno una misura che distorce i prezzi”. L’esito è che, “finora, il costo fiscale medio è stimato intorno allo 0,18 per cento del PIL, con la maggior parte dei costi derivanti da misure non mirate” – cioè interventi a pioggia – che “non sono solo non mirate, ma avvantaggiano i ricchi molto più dei poveri“. A livello numerico, “a fronte di una riduzione dei prezzi a livello dell’intera economia pari a 100 euro, in media il 20 per cento più ricco della popolazione riceve 34 euro sotto forma di sussidio per il carburante dei mezzi di trasporto su strada e 33 euro sotto forma di sussidio per l’elettricità”, mentre “il 20 per cento più povero riceverebbe rispettivamente 9 e 11 euro”. Di fatto, “gli interventi di sostegno volti a contenere i prezzi favoriscono le famiglie con redditi più elevati“.
Sebbene l’aumento del prezzo del gas a causa della guerra in Medio Oriente sia stimato a circa un quinto di quello registrato nel 2022, l’instabilità resta elevata e, in questo contesto, secondo il FMI, la risposta data quattro anni fa dà chiari insegnamenti su cosa evitare perché “il sostegno non mirato è stato costoso”. Nel 2022 e 2023, i Paesi dell’UE hanno speso circa il 2,5 per cento del PIL per il sostegno alle famiglie e circa il 70 per cento del costo totale è derivato da misure non mirate, distorsive dei prezzi o entrambe le cose. “Al contrario, compensare completamente il 40 per cento delle famiglie con il reddito più basso avrebbe ridotto la spesa pubblica allo 0,9 per cento del PIL, raggiungendo al contempo l’obiettivo di aiutare i più colpiti“, precisa il FMI. Al momento, “gli effetti a breve termine si concentrano sui carburanti per i trasporti” e, “con i prezzi attuali, la famiglia media dell’UE perderebbe circa 375 euro nel 2026, pari allo 0,7 per cento del consumo medio, a causa di tutti gli aumenti di prezzo”. In questa fotografia ci sono anche variazioni notevoli degli impatti, tra i 620 euro in Slovacchia e i 134 euro in Svezia. In uno scenario “grave”, invece, la perdita media salirebbe a 1.750 euro. Per quanto riguarda l’Italia, l’impatto stimato è tra i 400 e i 450 euro nello scenario base e tra i 2.000 e i 2.500 euro in quello grave.
Di fatto, per il FMI, qualsiasi forma di sostegno dovrebbe essere “mirata, temporanea e attuabile, senza distorcere i segnali di prezzo”. Tradotto: evitare tagli alle imposte sui consumi o misure sui prezzi (tagli, tetti massimi) e consentire che i prezzi internazionali si ripercuotano sui consumatori finali per incentivare il risparmio, dato che l’offerta globale è limitata e i prezzi delle importazioni sono elevati. Dove fosse previsto, il sostegno dovrebbe concentrarsi invece sulle famiglie vulnerabili attraverso trasferimenti monetari mirati, idealmente erogati tramite le reti di sicurezza sociale esistenti, e ampliati utilizzando i dati sui redditi provenienti dai sistemi fiscali o di elaborazione delle buste paga. Oppure, dove non fosse possibile utilizzare l’assistenza basata sul reddito, con trasferimenti monetari mirati per categoria (ad esempio, per età, disabilità o stato familiare), sconti forfettari sulle bollette per le famiglie al di sotto di una determinata soglia di reddito e la regolarizzazione dei pagamenti. Per quanto riguarda le imprese, il sostegno “dovrebbe essere rigorosamente limitato”, e comunque “coordinato a livello europeo per salvaguardare la parità di condizioni (e limitare le richieste di sostegno a cascata)”. Secondo le stime del FMI, “compensare completamente il 20 per cento delle famiglie più povere per l’aumento dei prezzi dell’energia quest’anno costerebbe circa lo 0,03 per cento del PIL secondo gli attuali prezzi di mercato, salendo allo 0,15 per cento nello scenario peggiore”.
Infine, dalla relazione emerge come equità sociale e transizione energetica vadano di pari passo. Secondo il Fondo, proseguire su questa strada è il “modo più sicuro” per l’UE di ridurre l’esposizione agli shock dei prezzi dei combustibili fossili e abbassare strutturalmente i costi dell’energia. Ad esempio, una maggiore efficienza e il passaggio alle energie rinnovabili negli ultimi cinque anni hanno ridotto l’impatto sulle famiglie del 12 per cento con i prezzi attuali e, nello scenario più grave, la riduzione sale al 17 per cento, ovvero 270 euro per famiglia, o circa 53 miliardi di euro di risparmi complessivi. Per questo motivo, il percorso appare chiaro ed è quello dove “sicurezza energetica, accessibilità economica e transizione alle energie rinnovabili si rafforzano a vicenda”. Ma, si attesta che “resta ancora da fare per espandere la produzione di energia a basse emissioni di carbonio e a basso costo marginale e per integrare ulteriormente la rete elettrica europea”.


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