Bruxelles – “Assisteremo in diretta alla morte del sistema bipartitico inglese?”. È questa la principale domanda che la maggior parte dei commentatori politici anglosassoni si sono posti in questi giorni di avvicinamento alle elezioni locali nel Regno Unito, svoltesi ieri (7 maggio). E – a giudicare dai primi risultati comunicati questa mattina – la risposta sembra essere affermativa.
I cittadini d’Oltremanica hanno votato per rinnovare 136 consigli locali (analoghi ai consigli comunali italiani), con oltre 5mila seggi in palio, e per eleggere direttamente i sindaci di 5 borough di Londra e della città di Watford, nell’Hertfordshire. Inoltre, in Scozia e Galles si è andati alle urne per eleggere i membri dei rispettivi Parlamenti devoluti: 129 seggi per l’Holyrood di Edimburgo e 96 seggi per il Senedd di Cardiff.
I risultati sono ancora parziali – è stato scrutinato solo il 34 per cento dei seggi locali non è stata ancora aperta nessuna scheda in Scozia e Galles – ma il quadro che emerge è già abbastanza chiaro e in linea con le previsione della vigilia. Il Partito Laburista del primo ministro Keir Starmer rischia di patire una delle sconfitte più dure della sua storia recente, ma anche i tradizionali rivali del Partito Conservatore continuano ad essere in crisi di consensi dopo la batosta subita alle elezioni generali del 2024.
Crepe sempre più profonde in quello che un tempo era considerato il sistema bipartitico per antonomasia, nelle quali si insinuano gli outsider: su tutti il partito di estrema destra Reform UK, seguito dai Liberal-democratici e dai Verdi.
Labour e Tories giù, Reform in ascesa
Quando è stato completato lo scrutinio di 51 consigli su 136, il Labour è riuscito ad eleggere appena 259 rappresentanti locali, perdendone 286 rispetto al 2022. Di poco migliore il risultato dei Tories che con 270 consiglieri fanno segnare un -192 a confronto con quattro anni fa. A beneficiare maggiormente del crollo delle due forze politiche più antiche del Regno Unito è proprio Reform, la formazione di ultra-destra fondata nel 2019 dall’ex eurodeputato e ideatore della Brexit Nigel Farage. Puntando tutto sulla retorica anti-immigrazione e sulle critiche alla politica economica di Starmer, il partito ha sin qua conquistato 439 seggi: 437 in più rispetto alle scorse elezioni locali, quando Reform era sostanzialmente privo di rappresentanti. “Credo che quello a cui stiamo assistendo sia un cambiamento storico nella politica britannica. Stiamo ottenendo percentuali straordinarie che superano di gran lunga ogni mia aspettativa”, ha commentato a caldo Farage per poi invitare gli elettori a “dimenticarsi della distinzione tra destra e sinistra: non esiste più, è finita”.
I Libdem e i Verdi, invece, hanno sin qua approfittato limitatamente della rottura del sistema bipolare: i primi si attestano a 278 consiglieri eletti (+32) e i secondi si fermano a 64 (+37). Gli ecologisti hanno anche strappato al Labour la carica di sindaco del borough londinese di Hackney.
Le perdite registrate dai laburisti sono diffuse in tutto il territorio nazionale, ma a colpire sono soprattutto le sconfitte in numerose municipalità dell’Inghilterra settentrionale. In un’area conosciuta come Red Wall (Muro Rosso), il principale partito di centro-sinistra del Paese perde molti seggi e lo fa – clamorosamente – proprio a vantaggio dell’estrema destra di Reform. In tal senso, uno dei risultati più simbolici è quello di Hartlepool, storica roccaforte nord-orientale dei Labour: Reform ha ottenuto tutti i 12 seggi a disposizione, strappandone 7 ai laburisti, 4 ai conservatori e 1 ad un indipendente. Stupiscono anche i numeri di Tameside, cittadina vicino a Manchester e ‘cortile di casa’ dell’ex vice di Starmer, Angela Rayner. I laburisti controllavano 17 seggi, 16 dei quali sono stati conquistati da Reform. Infine, sconfitta pesante anche in una delle grandi città al voto, Southampton sulla costa meridionale. Qui, i Labour hanno perso 10 seggi su 12 in favore di Reform, Libdem e Verdi.
Sul fronte del numero di consigli controllati da ciascun partito, lo scrutinio è ancora troppo indietro per fare considerazioni complessive e in molti casi nessuna forza politica è riuscita ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Nonostante ciò, i segnali della crisi laburista emerge chiaramente anche sotto questo punto di vista. Il partito di Starmer ha già perso il controllo di 8 amministrazioni, mantenendo il potere soltanto in 11. Seguono i Conservatori con 6 consigli, due in meno rispetto al 2022, e i Libdem con 5 (+1).
Quanto a Reform, sin qua ha conquistato la maggioranza assoluta soltanto in 3 comuni. Un numero che testimonia l’insidia che si nasconde dietro all’apparente trionfo di Farage: eleggere grandi masse di consiglieri non significa automaticamente controllare le assemblee e quindi governare. Per farlo, spesso è richiesta l’antica arte della tessitura di alleanze e al momento nessuno sembra davvero intenzionato a entrare in coalizione con l’estrema destra. Gli stessi conservatori – l’alleato apparentemente più naturale di Reform – hanno accantonato l’ipotesi attraverso le parole di James Cleverly. Ai microfoni di Sky News, l’ex presidente del partito si è chiesto retoricamente “perché mai dovremmo voler lavorare con un partito che ci vuole distruggere?”
Starmer e lo spettro delle dimissioni
A caricare il voto locale di ieri di un forte significato politico nazionale sono state soprattutto le voci – susseguitesi nelle scorse settimane – rispetto ad un possibile passo indietro di Keir Starmer nell’eventualità di una grave sconfitta. Ad esempio, secondo un retroscena diffuso dal Times, già nei giorni scorsi Ed Miliband, segretario per l’Energia e tra i principali collaboratori del Primo Ministro, avrebbe suggerito a Sir Keir di preparare una tabella di marcia per una sua uscita di scena ordinata.
L’accerchiamento nei confronti del premier – guidato soprattutto dall’ala più a sinistra del partito – si è fatto ancora più intenso nelle prime ore di questa mattina, una volta iniziato lo scrutinio. “Tra gli elettori c’è una vera e propria ostilità personale nei confronti del Primo Ministro”, ha dichiarato alla BBC il parlamentare John McDonnell. “Il partito dovrebbe finalmente avere quella conversazione”, ha aggiunto in riferimento all’ipotesi di un cambio di inquilino a Downing Street.
Eppure il leader del Labour non sembra intenzionato a farsi da parte. Dopo aver mandato avanti in sua difesa due esponenti di spicco del suo esecutivo come il vice-premier con delega alla Giustizia, David Lammy, e il segretario per la Difesa, John Healey, Starmer si è presentato di persona davanti ai giornalisti intorno alle 9 del mattino. Riconoscendo che “non c’è un modo per indorare la pillola” e che “abbiamo perso brillanti rappresentanti laburisti in tutto il Paese e di questo mi assumo la responsabilità”, il premier ha risposto ‘no’ alla richiesta di dimissioni. “Giornate difficili come questa non indeboliranno la mia determinazione a portare il cambiamento che ho promesso: al contrario, la rafforzano”, ha affermato.
La sensazione, tuttavia, è che la guerra di logoramento nei confronti di Sir Keir sia appena cominciata. A bordocampo, si scaldano già i principali andidati in lizza per sostituirlo: oltre ad Angela Rayner e il segretario per la Salute Wes Streeting, il grande favorito è Andy Burnham. Attuale sindaco della città metropolitana di Manchester, è considerato il nome giusto per trovare una sintesi le due anime del partito in eterno conflitto tra loro: quella neo-blairiana e quella corbyniana. C’è solo un problema: prima di candidarsi alla premiership, Burnham deve farsi eleggere in Parlamento. Ma, secondo il Guardian, ha già un piano per riuscirci.


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