Bruxelles – Le prossime elezioni generali nel Regno Unito sono previste per il 2029, ma il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, ha già le idee chiare su quale dovrebbe essere uno dei punti centrali del programma con cui il leader del suo partito e primo ministro in carica, Keir Starmer, si dovrà presentare agli elettori: la promessa di rientrare nell’Unione Europea, addirittura senza passare per un secondo referendum. In un’intervista esclusiva concessa oggi (19 marzo) a La Repubblica, Khan riflette sui dieci anni che sono trascorsi dal referendum del giugno 2016, con cui il 51,9 per cento dei britannici votò a favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE, e traccia un bilancio sulle conseguenze di questa scelta.
“Ho toccato con mano ogni giorno i danni che la Brexit ha prodotto non solo per Londra come città, ma per i londinesi che la abitano, sotto ogni punto di vista: sociale, economico, culturale“, ha affermato il primo cittadino della capitale dal 2016. Khan argomenta le sue tesi con in mano dati freschi di pubblicazione: quelli del think tank National Institute of Economic and Social Research che, insieme a Goldman Sachs, ha calcolato che in questi dieci anni “l’economia britannica sarebbe cresciuta di un ulteriore 10 per cento senza la Brexit“. E i numeri della capitale sembrano confermare questi dati: “Nel 2019 avevamo 840mila cittadini europei a Londra, oggi sono soltanto 700mila. L’economia della città vale 30 miliardi di meno a causa dell’uscita dall’UE e intanto abbiamo perso 230mila posti di lavoro”, ha spiegato il sindaco laburista.
Alla luce di tutto ciò, per Khan “dovremmo essere inequivoci rispetto ai benefici dell’Europa, soprattutto dopo aver visto quale è l’alternativa”. “Una volta rientrati nell’UE e nei suoi meccanismi commerciali”, ha aggiunto, “il costo della vita scenderebbe sensibilmente: non a caso, quando ci siamo uniti alla Comunità Economica Europea negli anni ’70 eravamo il malato d’Europa e da allora siamo tornati ad essere un grande paese”.
La tabella di marcia proposta dal sindaco è – almeno sulla carta – lineare: “Intanto, l’attuale Parlamento dovrebbe lavorare per il rientro nell’Unione Doganale e nel Mercato Unico, successivamente il Partito Laburista dovrebbe competere alle prossime elezioni generali con un chiaro impegno nel proprio programma elettorale: un voto per il Labour è un voto per rientrare nell’UE, senza bisogno di una nuova consultazione elettorale”, ha scandito.
A convincere ancor di più Khan che rientrare nell’UE sia “qualcosa di inevitabile” sono gli eventi verificatisi sulla scena internazionale dopo le ultime elezioni generali del 2024. Per il sindaco, “la rielezione di Trump nel novembre del 2024 ha prodotto un’enorme instabilità economica e geopolitica“, indebolendo inevitabilmente la ‘special relationship‘ di Londra con il tradizionale alleato d’oltreoceano. “Il presidente degli Stati Uniti sta imponendo dazi indiscriminatamente a amici e nemici”, ha spiegato, “e l’avvio della guerra contro l’Iran ha aggiunto incertezza all’incertezza, con effetti sui prezzi de petrolio e sul costo della vita”. “Solo Dio sa quale sia l’exit strategy di Trump”, ha chiosato Khan in pieno stile british humour: per questo – è la conclusione de ragionamento- è nell’interesse del Paese affrontare le conseguenze di questo caos sotto l’ombrello europeo.
Le idee di Khan sul rapporto con Bruxelles sembrano chiare, ma si dovranno confrontare con la linea sin qua tenuta da Starmer e dai suoi ministri. Se è vero che il premier laburista ha compiuto diverse mosse per rinsaldare il legame di Londra con l’UE (ad esempio, la riapertura dei confini agli studenti Erasmus), è altrettanto vero che ha sempre affermato di non avere l’intenzione di realizzare una ‘contro-Brexit’. Proprio due giorni fa, la cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, ha ribadito che – per quanto il Regno Unito dovrebbe cercare di allinearsi sempre di più alle regole europee per incentivare il commercio e ridurre l’inflazione – il governo “non vuole riportare indietro l’orologio sulla Brexit“.
Per il momento, l’idea proveniente dal City Hall di Londra secondo cui “il destino del Regno Unito è nell’UE” non sembra aver varcato la soglia del numero 10 di Downing Street.














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