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    Home » Diritti » Per ONG e accademici, il Consiglio d’Europa distrugge l’idea di tutela universale dei diritti umani

    Per ONG e accademici, il Consiglio d’Europa distrugge l’idea di tutela universale dei diritti umani

    Dure accuse e critiche alla dichiarazione sulla migrazione adottata dai ministri dei 46 Paesi membri venerdì scorso a Chișinău, in Moldavia. Forde: "Una volta che si insinuano eccezioni e standard differenziati, si apre la strada all'erosione dei diritti di altri gruppi in futuro"

    Iolanda Cuomo di Iolanda Cuomo
    18 Maggio 2026
    in Diritti, Politica
    Il centro di Gjader, in Albania [Via Imagoeconomica]

    Il centro di Gjader, in Albania [Via Imagoeconomica]

    Bruxelles – “I diritti umani esistono per impedirci di ripetere i momenti peggiori della nostra storia“. A dichiararlo la direttrice di Amnesty EU – l’ufficio di rappresentanza di Amnesty International a Bruxelles – Eve Geddie, sui suoi canali social. Geddie si riferisce alla dichiarazione politica sulla migrazione adottata lo scorso 15 maggio a Chișinău, Moldavia, lanciando un allarme: “Riscriverli per una nuova ‘era’ significa tornare a una politica in cui alcune persone sono considerate meno degne di diritti rispetto ad altre in base al loro status migratorio, alla loro nazionalità, alla loro razza. Questo danneggia tutti noi”.

    Venerdì scorso, i ministri degli Esteri dei 46 Paesi membri del Consiglio d’Europa hanno approvato un testo che delinea una posizione comune sul tema migratorio dopo le riserve espresse da Italia e Danimarca sul come la Corte europea dei diritti umani giudicasse i casi riguardanti la migrazione. In altre parole, le sentenze dei giudici della Corte europea dei Diritti dell’Uomo mettono in pericolo la politica di esplusioni ed esternalizzazione delle pratiche in Paesi terzi che fa gola all’UE, perché applicano in modo troppo rigoroso i diritti di migranti e richiedenti asilo. La dichiarazione sottolinea gli aspetti chiave del sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma conferisce maggiore sovranità agli Stati e presenta in alcuni punti delle deroghe sulla tutela dei diritti umani. Ad esempio quando afferma che “le autorità nazionali, che in linea di principio sono nella posizione migliore rispetto a un tribunale internazionale per valutare le esigenze e le condizioni locali, godono di un margine di discrezionalità nell’attuazione della Convenzione a livello nazionale, fatto salvo il controllo di costituzionalità della Corte”. Oppure quando mette nero su bianco che “gli Stati hanno l’indiscutibile diritto sovrano di decidere e controllare l’ingresso e la permanenza dei cittadini stranieri nel loro territorio” e “hanno il diritto di stabilire le proprie politiche migratorie, potenzialmente nel contesto di una cooperazione bilaterale o regionale, e di perseguire il controllo dell’immigrazione come interesse pubblico”.

    La dichiarazione riconosce ai Paesi “esposti ad arrivi di massa” di poter “perseguire nuovi approcci per affrontare e potenzialmente scoraggiare la migrazione irregolare“, tra cui figurano “l’elaborazione delle richieste di protezione internazionale in un Paese terzo, i ‘centri di rimpatrio’ in Paesi terzi e la cooperazione con i Paesi di transito“. Questo passaggio è stato giustificato dalle “sfide significative e complesse legate alla migrazione, alcune delle quali impreviste al momento della stesura della Convenzione“.

    In base alla dichiarazione, inoltre, “l’impossibilità di espellere o estradare un individuo condannato o” – basta anche essere solo – “accusato di un reato grave può comportare sfide significative per gli Stati”. Inoltre, viene inserito il concetto di “circostanze eccezionali” nel contesto dell’articolo 3 della Convezione  sui diritti umani, cioè quella che precisa che “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Perché la dichiarazione spiega che se una persona viene espulsa o estradata, “la qualità dell’assistenza sanitaria accessibile nello Stato ricevente dovrebbe comportare un rischio reale di trattamento contrario all’articolo 3 solo in circostanze eccezionali” e che “lo Stato di rimpatrio non ha alcun obbligo di colmare le disparità tra il proprio sistema sanitario e il livello di assistenza sanitaria esistente nello Stato ricevente”. Stesso discorso vale sull’impatto dei fattori socioeconomici sull’articolo 3. “In caso di espulsione, i tribunali e le autorità nazionali competenti potrebbero trarre beneficio da ulteriori indicazioni su come valutare una serie di fattori socioeconomici individuali, ai sensi dell’articolo 3, che possono avere un impatto negativo sulla situazione dell’individuo, ma che non costituiscono singolarmente trattamenti inumani o degradanti, e sul ruolo che la situazione socioeconomica generale del Paese ricevente riveste in tale valutazione”. Di fronte a tutto ciò, secondo i ministri, “il ricorso a garanzie diplomatiche può scongiurare il rischio di violazione dell’articolo 3 a seguito di espulsione o estradizione“.

    Proprio i passaggi che investono l’articolo 3 sono tra i più allarmanti secondo il gruppo di accademici Agora, piattaforma paneuropea indipendente di cui fanno parte più di novecento esperti impegnati a difendere l’integrità e l’efficacia del sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In un comunicato stampa pubblicato sui canali social, l’organizzazione ha definito il processo di Chișinău “il primo nella storia del Consiglio d’Europa in cui alcuni Stati si sono prefissati l’obiettivo di ridurre in modo permanente la tutela dei diritti umani per determinate categorie di persone“. E si riferisce in particolare alla sezione della dichiarazione che fa riferimento all’articolo tre della Convenzione, la cui interpretazione viene ristretta “alle forme più gravi di maltrattamento”, lasciando intendere che non sia assoluta. Sul tema il professore dell’università di Dublino e membro di Agora, Andrew Forde, ha sottolineato: “Per scelta o per conseguenza, se determinati gruppi di titolari di diritti vengono discriminati e tutelati in modo più debole, ci stiamo dirigendo verso una ritirata controllata dall’idea stessa di tutela universale dei diritti umani“. In più, “una volta che si insinuano eccezioni e standard differenziati, si apre la strada all’erosione dei diritti di altri gruppi in futuro, ogniqualvolta la convenienza politica lo richieda” e, “mettendo in discussione i principi fondamentali del sistema della CEDU, gli Stati rischiano di innalzare le mura metaforiche dell’Europa, indebolendone al contempo le fondamenta”.

    Tags: agoràAmnesty EUcentri rimpatrioConsiglio 'Europadiritti umaniespulsionimigrazione

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