L’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, è stata da subito condannata dall’Unione europea come un atto di aggressione contrario al diritto internazionale, così come, successivamente i crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati ai danni della popolazione ucraina. Addirittura, nei giorni scorsi, l’UE e molti dei suoi Paesi membri, accanto ad altri, hanno compiuto un passo decisivo in seno al Consiglio d’Europa per l’istituzione di un Tribunale speciale per giudicare i responsabili dl crimine di aggressione e degli altri reati oggetto del diritto internazionale.
Del resto, un’Unione europea fondata sul rispetto e la promozione dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali non poteva fare di meno per affermare, attraverso la difesa del diritto internazionale, la propria identità e i valori che accomunano gli Stati membri.
Ma per essere credibili, un tale posizionamento dovrebbe essere tenuto ‘erga omnes‘: ovunque vi siano palesi violazioni del diritto internazionale, indipendentemente dalla loro portata e da chi sono perpetrate.
Così ci si aspetta che dovrebbe comportarsi l’Unione europea, condannando chi viola le norme internazionali a prescindere dalle relazioni che si intrattengono con questo o quel Paese. Non ci può essere, insomma, una difesa del diritto internazionale à la carte, in funzione di convenienze, compiacenze, equilibri geopolitici, convergenza di interessi o altro.
Eppure, è quanto sta accadendo riguardo il vero e proprio arrembaggio effettuato, in acque internazionali, dalla marina israeliana nei confronti della Global Sumud Flotilla e il sequestro di tutti i componenti della spedizione, fra cui una trentina di italiani.
Questo nuovo episodio di violazione flagrante della libertà di navigazione sancita dal diritto internazionale allorché le imbarcazioni si trovano al di fuori delle acque territoriali di uno Stato, anche volendolo isolare dal più generale comportamento sul campo delle forze armate israeliane nei teatri in cui stano operando in questo momento, dovrebbe essere vigorosamente condannato dall’Unione europea e comportare conseguenze che ne sottolineino la gravità, tanto più che Israele è legata da un Accordo di associazione con l’Unione europea.
Nessun Paese membro dovrebbe impedire, utilizzando il suo diritto di veto visto che decisioni di questo tipo richiedono l’unanimità, la possibilità di una presa di posizione univoca e in linea con quanto fatto per situazioni analoghe.
Ne si può obiettare discettando sulle finalità dell’iniziativa, che può piacere o meno, senza che questo possa costituire un criterio per agire o, invece, rimanere muti, così come che a muoversi siano innanzitutto i governi dei Paesi di provenienza dei fermati.
Ne va della credibilità stessa dell’Unione europea.



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