Bruxelles – Ruolo crescente delle donne nei settori ad alta tecnologia, ma ancora un forte divario di genere nell’uso del lavoro part-time, strettamente legato alla genitorialità. Secondo il report di oggi (29 maggio) dell’Ufficio Statistico dell’UE, su oltre 81,6 milioni di persone impiegate nel settore scientifico o tecnologico, le donne hanno ormai superato la metà della forza lavoro, rappresentando il 52,5 per cento del totale (42,8 milioni di lavoratrici). La loro quota è aumentata del 2,3 per cento rispetto al 2024 e del 27,9 per cento rispetto al 2015: ciò significa un aumento assoluto di oltre 9,3 milioni di donne negli ultimi 10 anni. Tuttavia, permangono disparità regionali: se la Lettonia vanta una presenza femminile del 62,4 per cento, l’Italia centrale si ferma al 47,2 per cento, tra le quote più basse dell’intera Unione.
Il peso dell’assistenza e il divario di genere
A prescindere dalle disparità tra regioni europee, si tratta di una crescita professionale delle donne che deve però fare i conti con un carico di cura domestica ancora fortemente squilibrato e che si riflette nelle scelte lavorative. Sempre Eurostat riporta che il 31,7 per cento delle donne con figli lavora part-time, contro appena il 5,1 per cento degli uomini. Anche in caso di assenza di figli, la percentuale di donne che nel 2025 ha deciso di lavorare a tempo parziale è superiore a quella degli uomini (19,2 per cento a fronte dei 7,6 per cento).
Il Parlamento europeo chiede rispetto per il lavoro di cura
In questo contesto, nell’ultima sessione plenaria, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sul lavoro di cura e su uno Statuto europeo dei Caregiver che ha però spaccato l’emiciclo, sollevando dure critiche da parte dell’ala progressista. Nello specifico, il Parlamento europeo ha approvato lo scorso 21 maggio una risoluzione che ha come obiettivo una transizione verso una “società dell’assistenza” che riconosca il lavoro di cura come pilastro fondamentale dell’economia e dei diritti umani. I dati messi in luce a Strasburgo sono allarmanti: “Le donne continuano a sostenere una quota sproporzionata del lavoro di cura, sia formale che informale, dedicando 17 ore in più a settimana rispetto agli uomini alle attività di assistenza non retribuite”, ha sottolineato Rosa Estaràs Ferragut, eurodeputata del PPE, relatrice del dossier per la commissione per i Diritti delle donne e l’uguaglianza di genere (FEMM). Inoltre, il 56 per cento delle madri con figli piccoli (di età pari o inferiore a 12 anni) dedica almeno cinque ore al giorno alla cura, a fronte del 26 per cento dei padri. Questo divario genderizzato nel dedicarsi ai lavori di cura ha conseguenze importanti sulla carriera: circa 7,7 milioni di donne sono attualmente fuori dal mercato del lavoro a causa di responsabilità assistenziali, contribuendo a un divario pensionistico che tocca il 25 per cento. Non si tratta però solo di una questione sociale, ma di una risorsa economica. Il valore del lavoro di cura non retribuito è stimato in 576 miliardi di euro, pari al 3,63 per cento del PIL dell’UE. La risoluzione parlamentare sottolinea con forza che investire nel settore è una scelta ‘vincente’: ogni euro speso in servizi di assistenza genera un ritorno economico di almeno quattro euro.
Le raccomandazioni dell’Emiciclo
I parlamentari hanno quindi proposto la creazione di uno “Statuto europeo dei caregiver”, volto a garantire standard minimi di protezione e il riconoscimento delle competenze acquisite. Inoltre, sollecitano gli Stati membri a potenziare i congedi e a garantire una retribuzione adeguata a favorire la partecipazione maschile. Un’attenzione particolare è rivolta ai “giovani caregiver”, minori che assistono familiari malati e che rappresentano tra il 4 per cento e il 10 per cento dei bambini nell’UE, spesso a rischio di abbandono scolastico. La risoluzione promuove l’assistenza domiciliare e comunitaria per garantire l’autonomia delle persone con disabilità.
Il Gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) ha scelto di astenersi dal voto, definendo la relazione “priva di ambizione” e “indebolita” dalle modifiche attuate al testo iniziale. Nel comunicato il gruppo ha espresso rammarico per il risultato ottenuto: “È incomprensibile e deludente che il PPE abbia guidato la campagna per eliminare dalla relazione impegni progressisti fondamentali: una forte garanzia europea per l’infanzia con un bilancio dedicato di almeno 20 miliardi di euro, misure vincolanti e maggiori investimenti per il Care Deal e la garanzia che l’uguaglianza di genere rimanga al centro di tutte le decisioni finanziarie e politiche dell’UE”.
Emma Rafowicz, negoziatrice S&D nella Commissione FEMM, ha denunciato come le donne caregiver, “applaudite durante la pandemia”, siano state ora “abbandonate: “Non possiamo continuare a costruire i nostri sistemi di assistenza sull’invisibilità delle donne”, ha dichiarato Rafowicz, sottolineando che investire nell’assistenza è una scelta politica necessaria per la dignità e l’uguaglianza.
Vilija Blinkevičiūtė, negoziatrice S&D sul dossier Care nella Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (EMPL), ha sottolineato la necessità di mettere in gioco strategie efficaci che non lascino agli Stati membri ‘scappatoie’: “Il nuovo European Care Deal deve essere dotato di strumenti legislativi, non legislativi e finanziari vincolanti per investire e garantire l’accesso universale a servizi di assistenza all’infanzia di qualità e a prezzi accessibili, a programmi di doposcuola educativi e a servizi di assistenza a lungo termine”. Tutte raccomandazioni che potrebbero – o meno – essere integrate nella Strategia per l’uguaglianza di genere presentata a marzo dalla Commissione europea, che prevede il lancio del “Patto europeo per l’assistenza” nel 2027.
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