Bruxelles – Un anno di cammino in giro per l’Europa o, meglio, “nel retrobottega” d’Europa. Ventidue i Paesi toccati, oltre 10mila le foto scattate e ancora di più i volti incontrati. Curiosità e accoglienza, ma anche chiusura, diffidenza e addirittura respingimento, i sentimenti suscitati. Luoghi incantati ammirati, così come posti che hanno ferito la vista. Anna Rastello e Riccardo Carnovalini hanno chiuso la porta della loro casa nelle Alpi Graie il 16 ottobre 2018 per tornare in Italia, a Trieste, un anno dopo esatto, il 15 ottobre. Sistemate le scartoffie burocratiche per un anno di assenza, si sono messi venti chili sulle spalle lei, ventiquattro lui: lumache umane pronte a un viaggio lento, in completa autosufficienza, alla conoscenza dell’Europa, dei suoi spazi e dei suoi volti. Un viaggio “vissuto nel qui ed ora” e, per questo, “mai raccontato sui social” proprio per non perderne neanche un secondo. “Quei 365 giorni hanno ciascuno un’identità, una forza, una carica di contenuti non paragonabile ai 365 giorni d’ufficio”, racconta Riccardo a Eunews a margine dell’inaugurazione della mostra fotografica al Comitato delle Regioni a Bruxelles intitolata “365 volte Europa“.
Eunews: Il 16 ottobre 2018 girate la toppa, partite e lasciate liberi i piedi, quali limiti avete incontrato?
Riccardo: “L’unico vero limite andando a piedi dovrebbe essere l’acqua, il fiume o il mare. Poi, invece, ci sono i limiti amministrativi e quello della proprietà privata. Fino a metà del viaggio, non abbiamo avuto particolari limiti, se non appunto il superamento dei fiumi, che peraltro per noi sono stati degli indicatori di direzione formidabili. Nella seconda parte, sono arrivati i limiti politici, le frontiere che non si passano, quelle che non ti aspetti”.
Anna: “Io aggiungerei anche il limite dello sguardo delle persone che incrociavamo. In alcune zone erano sguardi impauriti, inospitali, che ci allontanavano, non ci facevano sentire bene né protetti. Ci facevano capire che non eravamo ben visti. La Spagna è il primo Paese in cui l’abbiamo sentito. Ci hanno spiegato che si vedeva bene che non eravamo né turisti né pellegrini: ‘Quindi siete vagabondi’, ci dicevano. Per loro, era la logica conseguenza, e da vagabondi venivamo trattati da un buon numero di persone. Questa questione dello sguardo poi è diventata molto più forte ad est, perché lì invece venivamo scambiati per migranti sia dalle persone che ci denunciavano, sia dalla polizia che ci incontrava per strada. Allo stesso tempo, però, mi viene in mente l’Albania, dove le persone erano molto curiose e ci chiedevano di raccontare cosa stessimo facendo”.
E: Li avete incontrati gli ‘altri’, i migranti?
R: “Abbiamo anche condiviso pezzi di cammino con loro. Sono persone che cercano una vita normale, una felicità normale, scappano da situazioni impossibili. Abbiamo parlato con due afghani che avevano lasciato il loro Paese dopo le le bombe che gli sono scoppiate sopra la testa e aver visto morire i loro parenti più cari. Li abbiamo sentiti molto vicini, e la nostra scelta di arrivare a Salonicco è stata ripagata perché i due mesi finali sulla rotta balcanica sono stati interessanti e dolorosi, complessi, ma così abbiamo visto da dentro quel mondo che si muove e che ci fa – e dovrebbe farci – ricordare di quando ci siamo mossi noi. Perché siamo tutti migranti”.
E: Riccardo, che strumentazione hai utilizzato per le tue foto e com’è strutturata la mostra?
R: “L’attrezzatura era contenuta in 2 chili. Avevo una mirrorless e 3 obiettivi: un obiettivo normale, uno zoom grandangolare e uno zoom tele. Non potevo avere il cavalletto, per cui tutte le foto in cui siamo ritratti insieme sono fatte con l’autoscatto. Selfie è una parola che mi fa rabbrividire perché porta con sé il fatto che sei tu il protagonista della scena e tutto quello che c’è intorno è lo sfondo. Invece io ho fotografato lo sfondo e noi eravamo una piccola parte del tutto e certamente non i protagonisti. Passare dalle 10.700 foto scattate alle 319 del libro, che racchiudono anche le 80 della mostra, è stato un grande sacrificio. Ma questo giro dell’Europa in 80 foto cerca di raccontare qualcosa attraverso delle date e dei toponimi, ed è organizzato in 3 parti. Camminare l’Europa, che è un catalogo di paesaggi attraversati – dalle Alpi ai Balcani passando per altre catene montuose, dalle colline coltivate ai fiumi e alle coste dei mari, e in tutto questo ‘bello’ e ‘brutto’ vanno insieme; poi c’è una seconda parte dedicata ai protagonisti del viaggio, i volti e la vita; e poi c’è il terzo occhio che è il dettaglio, un elemento che si può cogliere solo con la lentezza perché sono quei paesaggi minimi che se vai velocemente, in macchina, non puoi vedere”.
E: Avete fotografato l’Europa e adesso la portate ‘in Europa‘ – si dice sempre così, come se gli altri Paesi non fossero Europa. Pensate che ci sia qui la sensibilità per cogliere questo dono che voi portate?
R: “Arrivare qui per noi è un risultato straordinario e la cosa speciale è portare la periferia d’Europa nel centro dell’Europa. Perché noi raccontiamo il retrobottega, quello che non racconta nessuno e che forse non è così considerato nelle scelte di Bruxelles. Raccontiamo le due facce della medaglia, i luoghi dove ancora c’è un equilibrio tra natura e opportunità di vita, e i luoghi invece devastati, perduti. Perché comunque l’Europa è un continente che consuma suolo fertile alla velocità di vari metri quadrati al secondo, dilapidando un patrimonio di fertilità e di capacità di produrre cibo, con la conseguenza di una impermeabilizzazione sempre più forte del suolo in un tempo di cambiamenti climatici pesanti che noi abbiamo provato sulla nostra pelle. C’è una trasformazione molto veloce con degli effetti che sono allarmanti. Quindi non c’è solo la poesia, ma anche la nuda realtà”.
A: “La mia impressione è che qualcuno l’abbia percepito, altri no. Sicuramente siamo onorati di averla potuta portare qua, nel cuore dell’Europa. Bisogna probabilmente iniziare a lavorare da qui, perché alla fine del nostro viaggio abbiamo l’impressione che l’Europa delle persone richieda altro rispetto all’Europa dei politici. E l’Europa che noi abbiamo scoperto in quegli anni coi nostri passi si è poi manifestata”.
E: Alcuni esempi?
A: “Nell’est della Germania abbiamo vissuto sulla nostra pelle un senso di respingimento più forte di tutto il resto dell’Occidente. Ad esempio, una signora ci ha rifiutato di riempirci le borracce di acqua. Oppure, una sera piantiamo la tenda in uno spazio vicino ad un campo che era già stato coltivato ed era già stato fatto il raccolto. In meno di un quarto d’ora è arrivata, a bordo di un pick-up, una coppia quarantenne. Lui scende molto arrabbiato e ci dice in modo forte e rude: ‘It’s mine’, cioè è mio qua. E anche davanti alle nostre spiegazioni continuava a ripetere: ‘Questo è mio’. La compagna lo ha poi convinto a farci restare, ma ‘assolutamente solo per la notte’. Negli anni poi quella area della Germania ha espresso preferenze politiche di estrema destra, no?”.
E: Cosa avete scoperto e cosa significa, come recita l’introduzione alla mostra, “essere moderni esploratori in un mondo in cui pare non ci sia più nulla da esplorare se non noi stessi”?
R: “Io avevo fisicamente assistito alle picconate per abbattere la barriera tra le due Germanie, in particolare nel tratto lungo il fiume Elba. Allora avevo visto nello sguardo delle persone una voglia di cambiamento, un entusiasmo, e volevo capire se, a distanza di anni, quegli occhi fossero ancora così accesi. Non lo sono più. Forse quel sogno che avevano è andato deluso, forse ho trovato uno sguardo spento perché poi la loro vita è cambiata, ma evidentemente non così in meglio come immaginavano. La modernità del viaggio, invece, sta nel fatto che questa esplorazione mette un po’ da parte il cervello, liberando gli altri sensi. Perché i ricordi di questo viaggio mi arrivano attraverso gli odori o le puzze, i suoni o i silenzi, il sapore del cibo diverso che abbiamo provato”.
A: “Direi che non eravamo moderni esploratori, ma antichi, per questo andare a piedi, questo volerci mettere a disposizione degli altri senza avere pregiudizi. Noi cercavamo il più possibile di abbandonare ogni preconcetto. La conclusione del nostro viaggio ci ha portato a pensare che l’Europa è una bambina, una bambina capricciosa, che ancora non ha idee tanto chiare sul suo futuro. Ma dipende da noi cittadini europei aiutare a crescerla e a farla diventare la donna di pace che hanno ipotizzato sull’isola di Ventotene”.








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