Bruxelles – “Per ogni euro speso sui giovani, ne spendiamo dieci per gli anziani”. Questa non è solo una statistica, ma il grido d’allarme lanciato da Nicoletta Merlo, presidente del gruppo giovani del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) in questa intervista rilasciata ad Eunews: in un’Europa dove gli under 20 sono destinati a scendere sotto il 18 per cento entro la fine del secolo – così riporta la Presidente – il rischio di sottovalutare i bisogni delle nuove generazioni è reale.
Eunews: Che cosa è il gruppo giovani del CESE e come interagisce con il resto dei membri?
Nicoletta Merlo: “Il gruppo è nato nel 2023 per rispondere a un paradosso rappresentativo: il CESE è la ‘casa’ della società civile, ma su 329 membri, solo 14 sono under 35. Se da un lato l’esperienza dei membri senior è un valore, dall’altro l’assenza di giovani rende difficile farsi portavoce delle istanze delle nuove generazioni. Per questo, il Comitato è stata la prima istituzione europea a implementare lo ‘Youth Test'”.
E.: Come definirebbe concretamente lo Youth Test e qual è il suo impatto?
N.M.: “È uno strumento che parte dal presupposto che qualsiasi politica riguardi i giovani debba prevedere il loro coinvolgimento. Il nostro motto è ‘niente che riguardi i giovani senza i giovani’. Non ci limitiamo ai temi ovvi: ogni mese le 73 organizzazioni del nostro network ricevono l’elenco di tutti i pareri su cui il CESE lavorerà e possono candidarsi per contribuire a quelli che ritengono importanti, dal clima all’industria. Il loro contributo sta migliorando sensibilmente il valore dei nostri pareri”.
La precarietà come “fil rouge” dall’Europa all’Ucraina
E.: Recentemente, il gruppo ha incontrato giovani rappresentanti dei Paesi candidati, tra cui Albania, Montenegro, Serbia e Ucraina, oltre a esponenti della Bielorussia. Quali sono le necessità comuni che sono emerse da questi confronti?
N.M.: “C’è un fil rouge che accomuna tutti: la mancanza di risorse. Le organizzazioni giovanili sono composte quasi solo da volontari e spesso devono competere tra loro per fondi minimi. Oltre a questo, c’è il tema della mobilità: molti faticano persino a ottenere i permessi per spostarsi e partecipare a scambi europei. L’Europa deve impegnarsi di più per creare ponti che li facciano sentire già parte dell’Unione”.
La proposta del gruppo: il bilancio intergenerazionale
E.: Quali sono i vostri obiettivi politici? Lei è stata relatrice di un parere sul ‘bilancio intergenerazionale’. In cosa consiste questa proposta?
N.M.: “Non basta dare voce ai giovani, bisogna guardare dove vanno le risorse. Il cuore della battaglia politica è ovviamente legato al prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. L’analisi dei dati demografici e di bilancio mostra uno squilibrio profondo: la spesa sociale europea (circa il 20 per cento del PIL) è per metà destinata alla parte non giovane della popolazione, mentre solo l’1,7-2 per cento va a famiglie e bambini. Proponiamo uno strumento che valuti l’impatto di ogni politica sulle diverse coorti generazionali, classificando la spesa in base a chi ne beneficia davvero e coinvolgendo i giovani nella programmazione e nel monitoraggio dei bilanci. Se continuiamo così, i neonati di domani pagheranno aliquote fiscali doppie o triple rispetto ai pensionati attuali. Chiediamo che il bilancio intergenerazionale diventi una condizionalità vincolante per accedere ai fondi UE, proprio come è stato fatto per il ‘verde’ e il ‘digitale’ nel PNRR. Chi vuole i fondi di coesione deve dimostrare di investire adeguatamente sulle giovani generazioni”.
E.: Quali sono i vostri prossimi obiettivi?
N.M.: “Parallelamente alle plenarie – che vedono discussioni su lavoro di qualità, l’housing e le strategie antirazzismo -, lo sguardo del CESE è già rivolto alla nuova Strategia Europea per la Gioventù attesa per l’inizio del prossimo anno. Non potranno mancare il lavoro di qualità, l’attivazione dei Neet (i giovani che non studiano e non lavorano) e il tema dell’abitare, che è diventato un’emergenza. Ma c’è anche la salute mentale, un tema sempre più centrale per i giovani. Il nostro ruolo non finisce con la scrittura dei pareri; la vera sfida è il follow-up: portare queste istanze ai commissari europei – come Roxana Mînzatu e Glenn Micallef (rispettivamente la responsabile per Diritti sociali e competenze, lavoro di qualità e preparazione e il titolare di Equità intergenerazionale, gioventù, cultura e sport, ndr) – e trasformare le raccomandazioni in realtà concreta per un’Europa che sia davvero di tutti, non solo di chi ha già una voce”.
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