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    Home » Politica Estera » ‘Made in insediamenti’, non tutte le merci diversamente israeliane avrebbero i dazi UE

    ‘Made in insediamenti’, non tutte le merci diversamente israeliane avrebbero i dazi UE

    Il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič, non chiarisce: "Etichetta errata non implica necessariamente un trattamento preferenziale". Ma non lo esclude. Nessuna risposta sullo stop all'accordo di associazione

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    22 Luglio 2026
    in Politica Estera
    Photo de Jorge Fernández Salassur Unsplash

    Photo de Jorge Fernández Salassur Unsplash

    Bruxelles – Le sanzioni dell’UE contro le merci provenienti dagli insediamenti illegali israeliani nei territori palestinesi potrebbero essere pura propaganda. Perché tra controlli all’acqua di rose e maglie larghe nelle regole e nei sistemi di verifica a dodici stelle, c’è la possibilità di falle utili ad acquistare beni e prodotti a regime tariffario preferenziale anziché a dazi maggiorati. Strano, eppur vero. Sono 70 europarlamentari di diversi gruppi (socialisti, verdi, liberali, sinistra radicale, non iscritti) a sollevare un tema su cui la Commissione risponde in modo goffo, ammettendo di fatto l’esistenza di problematiche.

    “Se etichettato erroneamente, un prodotto proveniente da un insediamento israeliano nei territori palestinesi occupati beneficerebbe illegalmente del trattamento tariffario preferenziale previsto dall’accordo di associazione UE-Israele”, denunciano i firmatari dell‘interrogazione parlamentare. Risponde il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič: “Il solo fatto che alimenti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati siano etichettati erroneamente come provenienti da Israele quando presentati ai consumatori dell’UE non implica necessariamente che tali alimenti abbiano ricevuto un trattamento preferenziale all’importazione”. Il fatto che non si possa dedurre che per forza ci sia stato un aggiramento delle regole non esclude che ciò possa però verificarsi.

    Anche perché, continua Šefčovič, “di norma, l’indicazione della provenienza all’interno nelle etichette spetta agli operatori del settore alimentare, soggetti al controllo delle autorità alimentari”. Il produttore resta libero di dichiarare dove è stato prodotto il bene in questione, e il tutto si risolve con ‘etichette’: sulla merce si appone un adesivo con il codice postale e nome della città o area industriale. Sulla base di ciò deriva il regime tariffario: preferenziale, non preferenziale, maggiorato per effetto di sanzioni come da ragionamenti UE.

    Israele sospende le relazioni diplomatiche con l’Ue per l’etichettatura ai prodotti delle colonie

    La risposta fornita da Šefčovič a nome dell’esecutivo comunitario si basa tra la differenza che intercorre tra informazioni in etichetta e informazioni di origine preferenziale: le prime sono destinate ai consumatori e riguardano luogo di produzione, composizione, ingredienti, istruzioni per l’uso e dati del produttore; le seconde sono destinate alle autorità doganali, e servono a dimostrare che una merce soddisfa le regole di origine previste da uno specifico accordo di libero scambio, nello specifico quello UE-Israele.

    Resta però il nodo di fondo: come si può controllare che non si diffondano informazioni errate? Per spiegare come funziona il commercio dei beni israeliani verso l’UE ai sensi dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele, Šefčovič rimanda a un’altra risposta fornita da lui stesso a un’altra interrogazione sullo stesso argomento. Ad aprile 2026 il commissario per il Commercio ammetteva che “la Commissione non raccoglie sistematicamente informazioni sulle merci che entrano nell’UE dagli insediamenti israeliani attraverso il sistema di sorveglianza doganale“.

    Insomma, quello che succede davvero non è dato saperlo poiché la risposta offerta risulta per nulla chiara. Mentre completamente evasa è la domanda riservata alla fine dell’interrogazione dei 70 eurodeputati: “Gli errori deliberati di etichettatura e il conseguente accesso fraudolento al trattamento tariffario preferenziale comporterebbero la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele?”. Qui da Šefčovič glissa.

    Tags: commercioisraeleMaros SefcovicMedio Orientesanzioniue

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