Il professor Jason Arday è morto qualche giorno fa, forse suicida, forse di crepacuore, dopo una durissima campagna di stampa che ne aveva messo in dubbio la vita, le opere, l’ingegno. È successo a Londra, una settimana dopo che Arday si era dimesso dalla sua prestigiosa cattedra di Sociologia dell’insegnamento a Cambridge, una delle quattro o cinque migliori Università del mondo.
Arday aveva una serie di colpe per molti suoi accusatori che prescindevano dal suo curriculum accademico: era nero, ed era giovane. E divenne probabilmente uno strumento di lotta tra chi teorizza che i neri non sono in grado di raggiungere alti livelli speculativi (come scrisse il professor Nathan Cofnas, poi licenziato nel 2024, sempre a Cambridge) e chi invece ne promuove l’inclusione.
Non so come si selezionano i professori a Cambridge, ma sono certo che la procedura sia molto seria e perfezionata negli anni (817), anche se essendo comunque una procedura umana può avere delle falle, o subire anche inconsciamente delle suggestioni che la guidano impropriamente. So un po’ meglio come il livore verso altre etnie si sviluppi nel mondo. Molti caucasici, come sono gran parte degli europei, hanno un problema con quelli che hanno la pelle più scura, e ogni tanto singolari teorie esibiscono prove scientifiche che dimostrano l’indimostrabile, e cioè che alcuni sono migliori di altri, senza per altro poter precisare quale sia il punto di confine dove da una parte stanno i migliori e dall’altra gli scarsi.
Non entrerò dunque nel dibattito se Arday era una persona che meritava o meno la cattedra. Vorrei però scrivere qualche parola sulla violenza belluina che ho visto in queste settimane. A proposito del professore Arday sono stati scritti centinaia di articoli in un paio di settimane. Va bene che è agosto anche in Gran Bretagna e dunque le notizie sono meno che negli altri mesi, ma insomma, guardandomi attorno vedo tanti fatti di grande interesse che hanno meno attenzione mediatica. Chi lo ha attaccato (la grande maggioranza), chi ha cercato di raccontare i fatti, chi lo ha difeso.
In tutto questo però, come scrive Jason Okundaye sul Guardian, Arday è diventato un simbolo, e si è persa la persona. Leggendo la sua storia si affaccia il legittimo dubbio che probabilmente era sì un ottimo studioso, ma forse non ancora così ottimo da avere una cattedra a Cambridge. E l’Università l’ha nominato, vantando pubblicamente che era “il professore nero più giovane della storia di Cambridge”. Questa realtà ha fatto probabilmente premio sul fatto che era stato scelto perché era il migliore per quel posto, ma che era un giovane nero, come se il colore della pelle dell’autore avesse un qualche rilievo quando si leggono dei testi scientifici. Potrebbe dunque essere stato usato senza rispetto per la sua persona da chi voleva dimostrare che Cambridge è un’università inclusiva senza pregiudizi. Anche se i neri restano poche unità tra le migliaia di studenti.
Dalla parte opposta ci sono quelli che hanno speso gli ultimi quattro anni della vita di Arday (quelli che vanno dalla sua nomina alle sue dimissioni) a trovare la maniera di denigrarlo, finché ci sono, evidentemente, riusciti. Anche lì, il professore era attaccato in quanto nero e giovane (non ricordo di altre campagne così violente su professori bianchi giovani). Era un simbolo del diverso che, in quanto tale, va scacciato, e forse schiacciato. Anche se voglio credere che nessuno si compiaccia della sua morte prematura.
Siamo diventati violenti, violentissimi. Il mondo ci insegna questo, Putin, Trump, il governo israeliano, parlano e agiscono con violenza e trascinano il resto del mondo in un gorgo di battaglie, spesso solo verbali, tese però a distruggere, a ferire, a provocare il massimo danno. I “leoni da tastiera” fanno da manovalanza, da servi sciocchi. Dobbiamo stare attenti, in particolare noi giornalisti, a non cadere in queste trappole perché la vittima non è solo quella che più ha sofferto, quella “classica”, in questo caso il professor Arday, ma lo siamo un po’ tutti, che perdiamo la capacità di ragionare e riflettere e che apriamo il campo alla possibilità di trovarci, ognuno di noi, in un battibaleno, senza capire cosa succeda, in un gorgo di odio velenoso.







