Bruxelles – Quanto costa una cattiva regolamentazione europea? Secondo il nuovo rapporto “The Hidden Cost of EU Regulation. Why Policy Design Matters for Growth, Competitiveness, and Investment”, il conto potrebbe arrivare a 159 miliardi di euro di PIL all’anno e 419mila posti di lavoro a rischio tra il 2026 e il 2030. Il rapporto, realizzato dall’European Policy Innovation Council (EPIC), prova a quantificare quelli che definisce i costi “nascosti” delle politiche europee: non solo gli oneri burocratici, ma anche l’incertezza normativa, transizioni mal programmate e obblighi sovrapposti che possono rallentare gli investimenti, limitare l’innovazione e finire per compromettere gli stessi obiettivi delle politiche.
Il punto di partenza dell’analisi sono tre grandi dossier già sul tavolo europeo: l’accordo UE-Mercosur, la transizione del settore automobilistico e la Politica agricola comune. Secondo il report, le debolezze nella loro progettazione e attuazione generano complessivamente circa 63 miliardi di euro di costi annuali, equivalenti allo 0,35 per cento del PIL dell’UE. Il rapporto guarda poi a cinque aree normative che avranno un impatto nei prossimi anni: la revisione della Direttiva sui prodotti del tabacco (TPD), la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, il regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR), il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) e le norme su biotecnologie e nuovi alimenti. Per ciascuna vengono confrontati uno scenario restrittivo e uno basato su una regolamentazione meglio progettata.
Nel primo caso, la stima è di 159 miliardi di euro di PIL perso ogni anno, con circa 419mila posti di lavoro a rischio. Un approccio più proporzionato, graduale e basato sulle evidenze ridurrebbe invece l’impatto a 33 miliardi di euro e 178mila posti di lavoro a rischio. La differenza, secondo il modello, è di 125 miliardi di euro di PIL e 241mila posti di lavoro ogni anno. Si tratta, precisa il rapporto, di stime basate su scenari e non di perdite già osservate o di risultati garantiti.
“Il numero più importante nel report non è il costo della regolamentazione. È il costo della cattiva regolamentazione”, spiega ad Eunews Antonios Nestoras, direttore di EPIC, il think tank che ha realizzato lo studio. “Non chiediamo meno regolamentazione. Chiediamo meno errori normativi. E vediamo che gli stessi errori continuano a ripetersi, indipendentemente dal settore”. Per Nestoras, quindi, la questione non è mettere in discussione l’intervento dell’UE in quanto tale. “La regolamentazione non è di per sé negativa. Crea le condizioni per l’attività economica e per la politica industriale, genera fiducia nei consumatori e così via. Diventa però negativa quando è progettata male”.
Il problema, secondo il direttore di EPIC, è che le istituzioni non sempre riescono a rispettare gli stessi principi che si sono date per costruire una “regolamentazione migliore”. La Commissione, ricorda, dispone di linee guida, valutazioni e analisi d’impatto. “Ma a volte, come ogni altra burocrazia, non riesce a rispettare le proprie regole sulla creazione di una regolamentazione migliore”.
Tra i casi analizzati, quello del tabacco è secondo Nestoras il più evidente. In uno scenario restrittivo, la revisione della TPD potrebbe comportare una perdita annuale di 48 miliardi di euro di PIL, compresi 24 miliardi di minori entrate fiscali. Con una regolamentazione calibrata sulla diversa rischiosità dei prodotti, invece, lo scenario stimato dal report si ribalta: 32 miliardi di euro di PIL in più all’anno, compresi circa 16 miliardi di entrate fiscali, insieme a migliori risultati sul piano della salute.
“Nel tabacco non c’è alcuna obiezione. Non c’è assolutamente nessuno che dica non vogliamo che meno persone fumino, vogliamo che più persone fumino. Eppure, anche se la Commissione sta regolamentando autonomamente, continuiamo a vedere gli stessi problemi”, osserva. Il punto, per EPIC, è quindi distinguere tra il prodotto e il rischio associato. “Una regola più severa non porta automaticamente a un risultato più salutare. Prodotti diversi dovrebbero essere regolamentati in base ai diversi livelli di rischio”, sostiene Nestoras. E la domanda da porsi non dovrebbe essere quanti prodotti vengono limitati, ma quale effetto concreto si ottiene sulla salute pubblica: “La domanda rilevante per noi non è quanti prodotti si riescono a limitare, ma quante persone smettono di fumare”.
Perché, avverte, eliminare un prodotto dal mercato legale non significa necessariamente eliminarne il consumo. “Anche se si limitasse completamente un prodotto e lo si facesse scomparire dal mercato legale, il consumo non scomparirebbe con esso. Avremmo un mercato illecito”.
Il tabacco, però, non sarebbe un’eccezione. Secondo Nestoras, lo stesso problema di progettazione delle politiche emerge anche negli altri settori analizzati, dall’intelligenza artificiale all’automotive, dall’agricoltura al commercio internazionale. Nel caso dell’IA, per esempio, il rapporto stima che le regole attuali riducano del 38 per cento la quota dei potenziali aumenti di produttività, con 24 miliardi di euro di perdite medie annue di PIL e 62mila posti di lavoro a rischio. “Molte volte il processo decisionale è impermeabile alle evidenze e ai dati”, sostiene Nestoras. Anche quando vengono presentati dati provenienti dall’industria, dai think tank o dalle ONG, “la posizione di partenza è, nella maggior parte dei casi, molto rigida e ideologica. Sotto questo aspetto, le evidenze vengono ignorate”.
Le differenze tra i vari dossier servono però a mostrare, secondo EPIC, che non esiste un’unica strada per raggiungere un obiettivo. Nel caso del Mercosur, per esempio, il problema riguarda gli effetti distributivi: una politica può produrre un risultato economico positivo nel complesso, ma incontrare una forte opposizione se non si considera in anticipo chi sosterrà i costi. “Questa è una cattiva progettazione della politica. Non è una cattiva decisione”.
Per la PAC, invece, la lezione sarebbe che regole uniformi non funzionano sempre. Possono essere amministrativamente più semplici, ma non necessariamente efficienti sul piano economico in un’Unione caratterizzata da economie agricole molto diverse. Per l’automotive, infine, il problema sarebbe il divario tra gli obiettivi fissati e ciò che l’industria è effettivamente in grado di realizzare. “Abbiamo questi obiettivi estremamente ambiziosi. Ma alla fine l’industria stessa non è riuscita a tenere il passo con gli obiettivi. E quindi cosa si ottiene? Si ottiene un’industria in difficoltà, il che significa una regolamentazione fallimentare”.
Da qui la proposta centrale del rapporto: una governance basata sulla “Stability-by-Design”, cioè una regolamentazione che tenga conto degli effetti economici, della capacità dei settori di adattarsi, delle differenze tra imprese e tecnologie e dell’interazione tra norme diverse prima che le regole vengano adottate, e non quando iniziano a produrre effetti indesiderati.
“L’incertezza normativa non è soltanto un problema giuridico astratto. È un ostacolo concreto all’attività economica”, sottolinea Nestoras. L’obiettivo, insiste il rapporto, non è quindi rinunciare alle ambizioni europee in materia di salute, ambiente o sicurezza, ma trovare percorsi più credibili per raggiungerle, preservando nel frattempo gli investimenti, l’innovazione e la competitività europea.











