Bruxelles – A un metro da uno degli uomini più pericolosi del Pianeta. Stefano Polli è stato l’ultimo giornalista italiano ad aver incontrato Vladimir Putin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Un’intervista di tre ore e mezza, condotta insieme ad un piccolissimo gruppo di giornalisti europei, nel giugno del 2024.
E non è tanto il contenuto dell’intervista che conta in questo “Faccia a faccia con Putin” (Rubbettino/La Nuova Europa editori, 130 pagine, 15 euro) quanto la narrazione, il contesto nel quale Polli, ex vice direttore dell’Ansa, a lungo responsabile della redazione Esteri, colloca quelle tre ore e mezza. Dalla passeggiata a San Pietroburgo per raccontare una citta che Putin ha protetto, per quanto possibile, dagli orrori della guerra che hanno comunque colpito anche in Russia, a quel che succedeva nel resto d’Europa negli anni precedenti all’invasione.
Polli racconta i dettagli dei modi di Putin, che ha potuto osservare anche perché erano lì, uno esattamente di fronte all’altro ai lati di un tavolo, che non era quello gigantesco dove il capo del Cremlino riceve i capi di Stato europei, ma un tavolo “normale”, nella sede di Gazprom, che li fa stare a un metro e mezzo l’uno dall’altro. Tre ore e mezza di osservazione di qualcuno che appare come molto sicuro di se, sempre a suo agio, anche forse un grande attore. Usa tutte le tecniche del potere Putin, come quella di farsi attendere per dieci ore, per arrivare lui bello fresco di fronte ad una manciata di giornalisti che appaiono, dal racconto piuttosto stanchi, ma sempre più motivati.
Il confronto dell’intervista è serrato, Polli e i colleghi non fanno sconti a Putin, che racconta il suo risentimento contro l’occidente, che “lotta con la storia, con una storia che, secondo lui, va in una direzione sbagliata, una storia che si è dimenticata della Russia e di quello che la Russia, secondo lui, rappresenta e dovrebbe rappresentare”, scrive con grande sintesi e lucidità Polli.
Di questa storia Stefano Polli racconta il contesto, il ruolo degli Stati Uniti e quello, per molti versi inatteso, di

un’Europa (intesa come Unione Europea) che ha alzato la testa, questa volta, ed ha detto “no” all’invasore, che si è schierata a fianco di Kiev ed ha permesso a quel Paese di non farsi schiacciare sotto gli stivali di un’invasore tanto più grande ed (almeno in teoria) tanto più potente.
Un libro che è un racconto, che è una spiegazione, che è anche, forse, nostalgia per una Russia che non esiste più e forse non è mai esistita ma che noi occidentali abbiamo amato, la Russia dei grandi scrittori, la Russia, conclude Polli, delle “notti bianche”.











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