Bruxelles – Quando il proprio Paese dice no a un presidente autoritario, si vorrebbe esser lì, scendere in piazza ed esultare, ma nel caso di Doroteja Antić ciò non è stato possibile. Antić è un’attivista serba tra i fondatori di Studenti contro il regime autoritario (STAV), il movimento che negli ultimi due anni ha animato le proteste di massa contro la corruzione e la deriva antidemocratica del governo del presidente serbo Aleksandar Vučić. Domenica (25 ottobre), la Lista Studentesca ha ottenuto il 52,5 per cento dei voti e 140 seggi in Parlamento davanti al partito Serbia Unita di Aleksandar Vučić che ha riconosciuto la sconfitta. “È chiaro che abbiamo perso queste elezioni“, ha ammesso il candidato premier, che ha visto svanita la possibilità di un nuovo mandato. Laureata in comunicazione, Antić a marzo 2025 è stata accusata di aver tentato di “rovesciare violentemente l’ordine costituzionale” e da allora vive in esilio in Croazia, dove è potuta restare grazie ad una norma del diritto UE recepita dalla Croazia che garantisce protezione ai difensori dei diritti umani. Da Zagabria, l’attivista ha spiegato a Eunews il valore di queste elezioni.

Eunews: Cosa rappresenta la vittoria della Lista Studentesca?
Doroteja Antić: “Nessuno si aspettava che le cose andassero esattamente così. Credevamo che gli studenti potessero essere in vantaggio, ma non in questo modo: è un successo straordinario. Rappresenta un primo passo verso la libertà e finalmente la gente prova sollievo. Si tratta di un qualcosa che tutti – o almeno tutti quelli che conosco io, tantissime persone in Serbia e della diaspora – aspettavano da quindici anni. È spettacolare e sono ancora senza parole”.
E.: La vittoria avrà un impatto sulle elezioni presidenziali che si terranno tra due mesi?
D.A.: “Quelle di domenica erano le elezioni più importanti. Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, secondo la Costituzione serba, il presidente ha un ruolo sostanzialmente simbolico e Vučić chiaramente non ha rispettato il testo. Di fatto, si è comportato come un dittatore e un leader onnipotente, agendo costantemente al di fuori delle sue competenze, ma non è così che dovrebbe funzionare. Le elezioni di domenica scorsa sono più rilevanti perchè esprimeranno il primo ministro, che è la figura con maggiori poteri nel Paese. Non sappiamo ancora come andranno le presidenziali. Speriamo per il meglio alla luce di quanto è accaduto domenica. Credo, però, che possiamo essere meno preoccupati”.
E.: Questa vittoria può avvicinare la Serbia all’Unione europea?
D.A.: “Me lo auguro davvero. Dopo aver sconfitto il partito di destra nazionalista, si è aperto uno spazio maggiore per affrontare determinati temi e, ad esempio riprendere il percorso dei negoziati con l’UE, fermi dal 2021 e costantemente ostacolati dall’ormai ex governo. Adesso, si può guardare al futuro con maggiore ottimismo. Tuttavia, non è questo l’obiettivo principale, né il tema centrale al momento. La priorità assoluta è liberare le istituzioni e occuparsi delle questioni più urgenti che il Paese deve affrontare. Solo dopo aver risolto alcune di queste criticità, potremo discutere della prosecuzione dei negoziati e, magari, dell’apertura di un nuovo blocco negoziale nel quadro del processo di adesione all’UE”.
E.: So che è ancora presto, ma quali pensi saranno le prime azioni nei prossimi mesi?
D.A.: “Innanzitutto, dobbiamo occuparci dei media, dato che la libertà di stampa in Serbia versa da anni in condizioni disastrose. Proprio ieri sono emersi dei segnali in merito: c’è un forte desiderio, da parte della popolazione, di chiudere determinati tabloid e organi di informazione schierati a favore del regime.
Si tratta, tra l’altro, di uno dei problemi più gravi con cui ci siamo dovuti confrontare in quanto tali realtà fungevano da apparato propagandistico, arrecando un profondo danno a moltissime persone, in svariati modi. Successivamente, dobbiamo dedicarci al sistema giudiziario. Sarà molto difficile, ma dobbiamo agire nei confronti di molte persone colpevoli di svariate frodi e di numerosi casi di corruzione, come nel caso del crollo della pensilina nella stazione ferroviaria di Novi Sad”.
E.: Cosa pensa il movimento studentesco del funerale di Mladić? Vorrà occultare questa pagina della storia serba?
D.A.: “Non c’è nulla da nascondere, è successo sotto gli occhi di tutti. Se ne è parlato sui media in tutta Europa. Sono convinta che la maggior parte dei sostenitori del movimento studentesco non approvi quanto accaduto perché è stato un’umiliazione per una parte della nazione. E, sia chiaro, io non faccio ufficialmente parte della Lista Studentesca, quindi parlo solo a titolo personale: ciò a cui abbiamo assistito è stato umiliante. È stato terribile. Vorrei anche sottolineare che gran parte delle persone presenti al funerale di Mladić – un criminale di guerra condannato – erano anche sostenitori del Partito Progressista Serbo. Spero proprio, avendo finalmente vinto, che non vedremo più scene del genere”.
E. Speri di tornare presto in Serbia?
D.A.: “Non posso andare perché la nostra situazione non è ancora risolta. Il processo avviato contro di noi per aver tentato di sovvertire l’ordine costituzionale è ancora in corso. Di fatto, esiste ancora un mandato di cattura nazionale emesso nei nostri confronti. Quindi, per ora, non sarebbe sicuro tornare. Ma spero che in un futuro molto prossimo questo problema venga risolto. Con il cambio di governo, nutro grandi speranze”.











