Bruxelles – Non solo aiutare il pianeta, l’economia circolare può anche diventare un motore per la competitività europea. Lo ha evidenziato il Comitato economico e sociale europeo (CESE) in un parere elaborato durante la sessione plenaria di ottobre. Redatto dalla relatrice, Mihaela Adelina Dabu, e dalla co-relatrice, Srita Heide, il testo sostiene che “un modello economico basato sul riciclaggio, il riutilizzo, la riparazione e l’uso efficiente delle risorse può ridurre la dipendenza dell’UE dai fornitori esterni, rafforzare la resilienza industriale e rendere l’economia europea meno vulnerabile alle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali”. Per realizzarla, una trasformazione del genere, richiede “una forza lavoro dotata delle competenze indispensabili per sviluppare e applicare pratiche circolari nei diversi settori”, ha avvertito il CESE.
Secondo uno
studio sull’utilizzo delle risorse e sui costi economici degli sprechi
realizzato dall’organizzazione senza scopo di lucro Circle Economy e da Deloitte, le materie prime rappresentano una quota significativa dei costi industriali europei, “rendendo le imprese particolarmente esposte alle inefficienze del tradizionale modello basato sull’estrazione, la produzione e lo smaltimento”. La ricerca evidenzia inoltre che le
“perdite di valore evitabili legate all’utilizzo lineare dei materiali ammontano a 25.400 miliardi di euro all’anno a livello mondiale, equivalenti a quasi un terzo del PIL globale“. Pertanto, il Comitato ha osservato che “queste perdite rappresentano un valore economico significativo che potrebbe potenzialmente essere preservato o recuperato attraverso un utilizzo più efficiente delle risorse e pratiche circolari, con notevoli benefici per l’economia”.
Per quanto riguarda l’occupazione, il parere precisa che “l’economia circolare rappresenta anche un’importante fonte di occupazione, con circa 4,3 milioni di persone già impiegate nei settori collegati in tutta l’Unione”. Per cogliere queste opportunità, il CESE ha chiesto nel suo parere che i principi e le competenze dell’economia circolare siano integrati a tutti i livelli dell’istruzione, dalle scuole alla formazione professionale fino alle università. Pertanto, il Comitato ha esortato la Commissione europea e gli Stati membri a “ridurre gli ostacoli burocratici alla formazione, mettendo a disposizione delle imprese programmi formativi modulari e pronti all’uso”. Per facilitare la partecipazione, in particolare delle imprese più piccole, il Comitato ha proposto l’istituzione di “sistemi nazionali di voucher per finanziare la formazione continua”, chiedendo che “le competenze legate all’economia circolare siano integrate nei futuri programmi di finanziamento dell’UE, in particolare nel Fondo sociale europeo Plus e nel Fondo europeo per la competitività”.
A tal riguardo, Dabu ha dichiarato che “le competenze nell’economia circolare possono diventare una leva per la competitività se la formazione viene resa accessibile attraverso programmi didattici pronti all’uso, qualifiche riconosciute e trasferibili e finanziamenti semplici, come i voucher”, ha aggiunto. Similmente Heide ha affermato che “costruire un’economia circolare significa non soltanto trasformare le nostre industrie, ma anche fornire alle persone che guidano questa trasformazione gli strumenti necessari”.